sabato 16 marzo 2019

Sull'orlo del precipizio


Sul numero di Marzo 2019 del mensile "L'altrapagina" appare una intervista agli autori di questo blog. L'abbiamo rielaborata per farne un articolo per il blog. Qui trovate il sito della rivista (dove mi sembra non appaiano i numeri recenti). Ringrazio l'amico Maurizio Fratta per averci dato questa opportunità M.B.



La maggiore urgenza del mondo contemporaneo è probabilmente quella della “conversione ecologica”, per usare il titolo di un bel libro di Guido Viale. È cioè necessario, per preservare un livello decente di condizioni di vita, ed anche di civiltà, una profonda ristrutturazione della nostra organizzazione economica e sociale, che renda il nostro modo di vivere, produrre e consumare compatibile con la preservazione degli equilibri ecologici del pianeta.
Ma questo fondamentale passaggio di civiltà è impossibile all’interno del mondo capitalista.
Il modo di produzione capitalistico, infatti, è essenzialmente un processo di accumulazione senza fine, che per potersi perpetuare, è inevitabilmente spinto a oltrepassare ogni limite, sia esso di tipo sociale o ambientale.
Ma accettare il fatto che l’attività umana debba essere compatibile con i ritmi biologici ed ecologici del pianeta significa appunto prendere atto che vi sono dei limiti che non devono essere superati. Modo di produzione capitalistico ed ecologia sono quindi essenzialmente in contraddizione fra
loro, e le conseguenze del superamento dei limiti ecologici cominciano ad apparire evidenti nella stessa vita quotidiana. Il mutamento climatico è ormai una realtà con la quale fare i conti, ma si tratta solo della più evidente fra le tante minacce che l’attuale organizzazione economica e sociale sta portando alla vita e alla civiltà degli esseri umani.

venerdì 8 marzo 2019

Ancora sulla scuola

Il nostro intervento in discussione col "Gruppo di Firenze" ha portato ad una replica del Prof. Ragazzini, che si può leggere qui, ma per completezza riportiamo in questo post. Ad essa rispondiamo come si legge nel seguito. Penso che la discussione, che speriamo interessante per i lettori, possa fermarsi qui (M.B.).



1. La replica di Andrea Ragazzini

SCUOLE SUPERIORI PER CORSI DISCIPLINARI: UN CONTRIBUTO ALLA DISCUSSIONE E LA NOSTRA RISPOSTA

Quattro docenti, due universitari e due della scuola secondaria, ci hanno inviato un' interessante riflessione sulla nostra proposta di una diversa organizzazione delle superiori. Mi pare che il senso di questo documento possa essere sintetizzato in tre punti:
1) non molti hanno compreso che lo scopo principale della proposta del Gruppo di Firenze nasce dall’intento di restituire serietà all’istruzione; questa diffusa incomprensione fa intravedere “il pericolo che la sua attuazione possa andare nel senso opposto a quello per cui era stata avanzata, verso cioè un’ulteriore svuotamento dell’istruzione pubblica”;
2) secondo i quattro autori “lo sfascio della scuola attuale” non deriva, come spesso si sostiene, dai limiti imposti all’autonomia scolastica, ma dal suo “pieno successo”, per l’inevitabile concorrenza al ribasso fra gli istituti;
3) di conseguenza “nessuna iniziativa di miglioramento dell’istruzione in Italia può avere successo se prima le scuole non sono liberate dall’ansia delle iscrizioni indotta dalla riforma dell’autonomia”.
Riguardo al primo punto, secondo noi non c’è dubbio che quanto proponiamo creerebbe le condizioni per restituire maggiore credibilità alle valutazioni finali. Infatti, non solo non ci sarebbe più l’alternativa “draconiana” tra una promozione immeritata e una bocciatura nonostante i risultati positivi in alcune materie, ma semplicemente non ci sarebbe più il voto di consiglio, dato che la piena responsabilità delle valutazioni, anche di fronte ai loro allievi, sarebbe affidata ai singoli docenti. Alcuni dei quali potrebbero magari conservare nei propri corsi delle abitudini “buoniste”, ma senza più l’alibi della decisione collegiale
Quanto al secondo punto, noi pensiamo che il degrado della scuola italiana non può essere addebitato, se non in parte, all’autonomia scolastica, che è stata istituita nel 2000, ma ha radici nei decenni precedenti, a partire dagli eccessi ideologici degli anni settanta. Sono questioni su cui ci siamo molte volte soffermati: la crisi dei ruoli educativi, la svalutazione della responsabilità individuale e del rispetto delle regole, il logoramento dell’etica professionale e dell’etica pubblica. Tuttavia non c’è dubbio che l’autonomia degli istituti abbia dato il suo contributo, anche fornendo al governo della scuola, cioè al Ministero e ai suoi organi periferici, un comodo alibi per giustificare il disimpegno dai suoi compiti più importanti: l’indirizzo, la verifica, il controllo.
Venendo infine al terzo punto, siamo convinti che la riforma strutturale della secondaria superiore che proponiamo possa essere attuata indipendentemente da altri cambiamenti, sia pure importanti e necessari. Non c’è dubbio però che il buon funzionamento di qualsiasi assetto del sistema scolastico ha come indispensabile condizione una cornice di serietà e responsabilità, che oggi è sostanzialmente assente.

Andrea Ragazzini






2. LA NOSTRA CONTRO-REPLICA

 Il prof. Ragazzini accetta la nostra diagnosi ma non la nostra terapia[1]: mentre per noi è necessario esaminare il nesso tra ‘autonomia’ e degrado scolastico prima di ogni nuovo intervento sulla scuola, il professore non vede questa necessità e crede che si possa senz’altro procedere all’operazione proposta dal Gruppo di Firenze. Se prima temevamo che quasi nessuno, eccetto noi, avesse compreso il senso profondo di quell’operazione, ora temiamo invece che lo avessero compreso quasi tutti, eccetto noi.

            1. Affinché il consiglio di classe non aumenti i voti per evitare le ripetenze, il Gruppo di Firenze propone di abolirne la sovranità valutativa e rendere decisivi i voti assegnati dai singoli docenti. Questa proposta contiene una debolezza: nel consiglio di classe non sono i docenti a voler evitare le ripetenze; anzi, è raro che almeno i colleghi delle materie scientifiche non abbiano assegnato voti negativi – d’altra parte se l’istanza di serietà non fosse percepita innanzitutto dai docenti, se essi fossero davvero prigionieri di abitudini ‘buoniste’, la stessa proposta non avrebbe base reale. A respingere con energia le ripetenze sono i dirigenti, i quali obbediscono, più che a sé stessi, a indirizzi superiori, ministeriali. Se la proposta del Gruppo di Firenze fosse attuata, non solo i docenti diventerebbero sovrani nel valutare, i dirigenti sarebbero privati dell’arma del voto di consiglio a maggioranza. Da una parte, però, la sovranità valutativa dei docenti contiene notevoli inconvenienti: per dirla con cautela, essi potrebbero essere prevenuti nei confronti di singoli allievi, disorientati e intimiditi da decenni di novità e di accuse gratuite; dunque le loro valutazioni potrebbero essere discutibili. D’altra parte, privare il dirigente della possibilità di manipolare il consiglio per estorcerne l’indulgenza non significa togliergli ogni arma, tanto meno sottrarlo alla pressione dall’alto. Al contrario, la ‘Buona Scuola’ di Renzi, facendo del dirigente il promotore e il responsabile ultimo delle scelte didattiche (art. 14 della legge 107), gli ha messo a disposizione un ricco arsenale che, se persisterà la coazione ministeriale a promuovere sempre, egli potrà usare in sostituzione dell’arma perduta; per esempio potrà sul principio della programmazione (art. 2), per cui bisogna tenere conto delle condizioni di partenza e dei progressi, anziché dei risultati, oppure potrà stabilire che, per dare seguito all’art. 7 lettera l) della medesima legge, ‘prevenzione e contrasto della dispersione scolastica’, obiettivi didattici legittimi siano da considerare prevalentemente quelli a cui tutti si degnano di arrivare. – In una parola: è velleitario conferire ai docenti la sovranità valutativa e lasciarli assoggettati agli indirizzi ministeriali di cui i dirigenti sono zelanti esecutori; per evitare che i docenti facciano uso di una sovranità comunque immeritata, i dirigenti potranno infatti trasformare in norma ciò che oggi sentono come un eccesso: il controllo capillare della didattica per privarla di ogni obiettivo qualificato e per dispensare gli alunni da ogni dovere. Lo sforzo per tornare alla serietà nella scuola non può perciò iniziare dal conferimento di un potere inappellabile ai docenti entro una cornice che continua a umiliarli, ma dall’esplicitazione e dal rovesciamento critico degli indirizzi ministeriali che si riassumono nel principio dell’autonomia scolastica; seguire la strada opposta significa fare un passo più in là nel pantano, cioè rendere impossibile perfino il lavoro eroico dei pochi che continuano a insegnare a dispetto delle direttive superiori.
            Nella proposta si presenta poi una seconda conseguenza problematica. La fine della sovranità valutativa del consiglio di classe si combinerebbe con la necessità che parte degli alunni di una classe frequentino le fasi dei corsi disciplinari nei quali non sono risultati sufficienti; questa combinazione favorirebbe il realizzarsi di un obiettivo da sempre perseguito dalla frenesia riformatrice, che spunta anche tra le righe della legge 107, all’art. 3 lettera c): la liquidazione del gruppo classe. Non possiamo vantare uno studio teorico sulla sua importanza educativa e didattica; la nostra esperienza ci suggerisce però che il gruppo classe sia prima un’espansione e poi un sostituto dell’ambiente familiare, di cui riproduce a tal punto le dinamiche che gli si resta spesso legati per tutta la vita; liquidarlo può essere dunque un atto dalle conseguenze profonde e imprevedibili, e davvero non si scorge l’opportunità di insistere sulla linea della recente esperienza riformatrice piena di atti imprudenti eseguiti con l'entusiasmo di chi copia modelli esteri idealizzati e poco compresi.

            2. Quanto al secondo punto, è evidente che il Sessantotto ha contestato con successo la volontà di selezione della scuola gentiliana. Se però i ceti dirigenti europei hanno posto fine alla scuola selettiva sacrificando lo stesso lavoro scolastico, innanzitutto quello di memoria, poi, a seguire, quello di esercitazione, ciò è accaduto perché nel corso degli anni Ottanta l’anarchismo libertario sessantottesco, imitando la totalità degli stessi ceti dirigenti, è confluito nell’antistatalismo neoliberale. Ed è impossibile comprendere l’essenza dell’‘autonomia scolastica’ e la necessità di porle fine se si trascura questa confluenza.
            Essendo una scelta ideologica e antipedagogica (si ricordi come la determinazione semantica dei significanti-feticcio abilità, competenza, capacità sia stata affidata all’ermeneutica dei docenti), l’‘autonomia’ – e su questo punto siamo in disaccordo con la valutazione del prof. Ragazzini – non è stata, né poteva esserlo, un effettivo ritrarsi del governo centrale dalle periferie per lasciarle sguazzare nella loro spontanea creatività: mai c’è stata tanta invadenza dell’amministrazione centrale nella vita degli istituti da quando questi sono autonomi, mai i dirigenti sono stati tanto indirizzati da quadri superiori totalmente cooptati dalle élite neoliberali.
            Come l’indipendenza delle banche centrali dagli Stati è stata un modo per paralizzarli col debito e asservirli ai loro creditori, così l’‘autonomia’ ha mirato unicamente a esporre la scuola ai venti selvaggi dell’interesse economico. Essa, infatti, rientra a pieno titolo nella campagna di deregolamentazione e privatizzazioni inaugurata negli anni Ottanta dalla sig.ra Thatcher e dal presidente Reagan per cancellare la condizione di cittadino e consentire soltanto quella di venditore/compratore. Adottando e promuovendo l’‘autonomia’ la scuola pubblica lede dunque sé stessa: non solo rinuncia al fine costitutivo della formazione teorica dei giovani e si riduce a voler impartire loro un gretto addestramento professionale da svendere sul mercato del lavoro, si abbandona inoltre a un disperato disfattismo culturale affinché l’ideologia neoliberale affermi il proprio interesse meno confessabile e più profondo: che la scuola diventi profittevole, che l’istruzione diventi un servizio vendibile. In questa prospettiva la didattica miserevole, le attività squalificanti e i progetti insulsi con cui l’‘autonomia’ infarcisce le scuole pubbliche assumono un nuovo profilo: con il disgusto che provocano, costringono i genitori a iscrivere i loro figli nelle scuole private, come si dice: a investire nell’istruzione. È per questo che la scuola ‘autonoma’ non riesce a impartire neanche l’educazione da schiavi che dichiara di prefiggersi e segue il degrado che il neoliberalismo procura ai servizi e alle istituzioni pubbliche affinché ci si rassegni alla loro sostituzione con servizi privati.

            3. Nell’ultimo punto della risposta del prof. Ragazzini si esprime nel modo più netto il nostro contrasto già rilevato: stesse premesse, conclusioni differenti. Siamo infatti d’accordo con la constatazione che “oggi è sostanzialmente assente” la “cornice di serietà e responsabilità” e che questa cornice sia condizione indispensabile del buon funzionamento di qualsiasi assetto del sistema scolastico; da questa constatazione segue però, per noi, la necessità di mettere in radicale discussione l’‘autonomia scolastica’, perché con essa identifichiamo la “cornice di irresponsabilità” in grado di piegare al proprio andazzo qualunque intervento parziale sulla scuola, per quanto bene intenzionato; per il prof. Ragazzini segue invece che la riforma “possa essere attuata indipendentemente da altri cambiamenti”. Questa conseguenza ci è francamente incomprensibile.

            Marino Badiale, Università di Torino
            Fausto Di Biase, Università di Pescara
            Paolo Di Remigio, Liceo Classico di Teramo
            Lorella Pistocchi, Scuola Media di Villa Vomano


martedì 19 febbraio 2019

Risposta al Gruppo di Firenze


(Una discussione col "Gruppo di Firenze", a proposito della scuola M.B.)
          


  Il ‘GRUPPO DI FIRENZE per la scuola del merito e della responsabilità’ ha avanzato per le scuole superiori la proposta di sostituire l’organizzazione in classi con quella, tratta dal modello finlandese, in corsi disciplinari, così che  lo studente ripeta solo quei corsi di cui non abbia superato l’esame
            Nella maggior parte degli interventi delle persone interpellate sulla proposta, ancor più nei resoconti giornalistici, si osserva una diffusa incapacità di scorgere che la proposta nasce dalla constatazione allarmante che molti voti insufficienti sono spinti truffaldinamente alla sufficienza soltanto perché i consigli di classe tremano di fronte alla misura draconiana di far ripetere l’anno scolastico, nasce cioè dalla preoccupazione di restituire serietà all’istruzione. La diffusa incomprensione del vero intento della proposta annuncia il pericolo che la sua attuazione possa andare nel senso opposto a quello per cui era stata avanzata, verso cioè un ulteriore svuotamento dell’istruzione pubblica – per quanto ormai sia difficile immaginare come si possa fare peggio.
            Qualunque siano i vantaggi e gli svantaggi della proposta, l’intento del Gruppo di Firenze può stimolare un dibattito da cui emerga come lo sfascio della scuola attuale, che della “vecchia” scuola ha ormai spento persino il ricordo, risulti non dalla mancata o parziale realizzazione della riforma dell’autonomia, ma dal suo pieno successo. L’autonomia scolastica ha distrutto l’istruzione, e non poteva non distruggerla, perché, avendo imposto alle scuole una concorrenza per cui sono migliori quelle che si procacciano più iscritti, è fatale che l’imperativo categorico di aumentare i clienti le porti a disperdere le energie in una pletora di attività pubblicitarie prive di ricaduta didattica e alla pratica di remunerare con la mera parvenza del successo scolastico ogni alunno, qualunque siano i risultati effettivi del suo percorso.
            Ne segue che nessuna iniziativa di miglioramento dell’istruzione in Italia può avere successo se prima le scuole non sono liberate dall’ansia delle iscrizioni indotta dalla riforma dell’autonomia.
            1. Impostato secondo la preoccupazione del Gruppo di Firenze, il dibattito potrebbe focalizzare la necessità di restituire all’istruzione il suo carattere etico, per cui l’insegnante non è un manipolatore delle psiche che con un repertorio di astuzie ‘tecnologiche’ crei motivazioni e modifichi comportamenti, ma è un depositario di scienza che, appellandosi al senso del dovere del discente, lo fa lavorare: gli prescrive una meta, lo aiuta con le spiegazioni e con il dosaggio progressivo delle difficoltà di memorizzazione e di esercitazione, ne corregge le prove e le valuta. La differenza tra il primo atteggiamento e il secondo può forse essere resa intuitiva con una similitudine tratta dalla medicina: alcune terapie, per esempio quelle chirurgiche, implicano l’anestesia del paziente, altre, per esempio le diete, il suo impegno. L’insegnamento è simile non alla chirurgia, ma alla dietetica: esige la docilità del discente, la sua tenacia, la sua volontà di dotarsi dell’habitus scientifico. Il principio della scuola attuale è invece simile a quello dell’operazione in anestesia totale; da una parte, infatti, come i chirurghi rispetto all’eventuale fallimento dell’operazione, così gli insegnanti sono oggi ritenuti i soli responsabili dell’insuccesso dei loro alunni, con il risultato di essere spinti a rinunciare alla valutazione imparziale per evitare ogni rischio; dall’altra, il privilegio riservato alla progettualità e all’innovazione rispetto al lavoro di routine dipende dal falso ideale dell’imparare involontariamente, che riduce la didattica ai contenuti acquisibili per gioco – di fatto solo a quelli afferenti alla socializzazione.
            Dal dibattito potrebbe emergere il contrasto tra programmazione e programma. La prima è la forma tecnica della degenerazione psicologistica della scuola; anziché infatti esigere dall’alunno lo sforzo di raggiungere una meta definita ufficialmente, la programmazione costruisce un percorso che, preoccupato soprattutto di adattarsi alle esigenze dell’alunno, si concentra sulle condizioni di partenza, costruisce un castello di carta di obiettivi intermedi, e dimentica il raggiungimento della meta, la cui definizione è così diventata prerogativa, se non de iure almeno de facto, dei singoli istituti. Inoltre, con il suo accento sulle condizioni d’inizio, la programmazione ha non solo infarcito di ipocrita burocrazia il lavoro didattico, ma ha spinto le scuole a un collegamento con il territorio che ha certo senso per gli istituti professionali e in parte per quelli tecnici, ma è del tutto assurdo per la scuola di base (in tutte le scuole elementari e medie si impara l’italiano senza inflessione locale e la matematica di Euclide) e per i licei.
            I programmi – gli obiettivi da raggiungere – devono dunque tornare il centro della didattica: deve esserci una definizione pubblica dei risultati minimi e inderogabili di conoscenza e competenza in tutte le scuole italiane; il loro raggiungimento deve essere il primo compito della scuola, a cui sono subordinate tutte le altre esigenze, deve pertanto essere verificato con rigore innanzitutto dalla scuola, in secondo luogo da ispettori; i modi del loro raggiungimento devono essere restituiti alla competenza e alla creatività degli insegnanti.
            2. Solo a questo punto può essere affrontato il problema della valutazione e della ripetenza con meno rischi che le novità proposte possano essere un contributo al degrado. È probabile che l’attuale meccanismo della ripetenza sia un’eredità della scuola gentiliana che mirava innanzitutto alla selezione e solo secondariamente all’istruzione. Per una scuola che deve portare tutti i giovani almeno al possesso delle competenze essenziali e deve valorizzare le capacità di lavoro di chi può raggiungere alti obiettivi, può porsi il compito non solo di restituire rigore alla valutazione dei risultati ma anche quello di separare parzialmente l’insufficienza del profitto dalla ripetenza dell’anno, per ricorrervi solo se questa sia uno strumento necessario alla crescita dell’alunno.
            Per restituire rigore alla valutazione occorrerebbe innanzitutto semplificarla: i decimi, ma ancor più i quindicesimi, per tacere dei trentacinquesimi, sono la premessa di valutazioni insincere; introdurre i sesti (1 = risultato nullo; 2 = scarso; 3 = insicuro; 4 = sufficiente; 5 = buono; 6 = eccellente) potrebbe essere un incentivo a utilizzare tutti gli estremi della scala e a rilevare l’essenziale senza perdersi nelle finezze docimologiche – del tutto estranee all’ambito didattico.
            In secondo luogo potrebbe essere opportuno promuovere alla classe successiva anche chi presenti insufficienze in materie non fondamentali (quelle fondamentali sono ovviamente italiano e matematica) e non di indirizzo, con possibilità di recuperare queste materie nell’anno successivo, e, in caso di mancato recupero, di conseguire un diploma che precluda l’accesso a indirizzi in cui predominano le materie trascurate (per esempio chi al liceo classico non fosse sufficiente in scienze e fisica non potrebbe iscriversi a medicina; chi non lo fosse in storia e filosofia, non potrebbe iscriversi a giurisprudenza; chi non lo fosse in matematica e scienze dovrebbe rinunciare a ingegneria). Un analogo discorso si potrebbe fare per il passaggio dalle medie alle scuole superiori. Infine, nel primo anno di scuola superiore il cambiamento di istituto potrebbe sostituire una ripetenza per scarso profitto nelle materie di indirizzo.
            Queste come altre proposte presentano i loro inconvenienti e al momento della loro attuazione possono dare adito a comportamenti opportunistici tali da snaturarle; è anzi inevitabile che ciò accada se prima delle novità nella meccanica delle valutazioni e delle ripetenze non si sia consumato il distacco dal principio dell’autonomia e se non si voglia sinceramente resuscitare la scuola pubblica italiana. Di qui l’importanza di avviare, prima di ogni iniziativa e come premessa di scelte radicali, un dibattito spregiudicato su ciò che è accaduto nella scuola italiana negli ultimi venti anni e sul suo stato attuale.


            Marino Badiale – Università di Torino
            Fausto Di Biase – Università di Pescara
            Paolo Di Remigio – Liceo Classico di Teramo
            Lorella Pistocchi – Scuola Media di Villa Vomano

mercoledì 6 febbraio 2019

Continuando una discussione

(Rispondo all'intervento di Domenico Lombardini, che a sua volta rispondeva a questo. Su temi affini c'è anche un intervento di Paolo Di Remigio. M.B.)



Caro Domenico,
grazie innanzitutto per il tuo intervento. Il fatto che quello che scrivo stimoli qualcuno a esporre riflessioni come le tue mi fa pensare che scrivere possa avere qualche utilità. Provo a rispondere alle tue osservazioni. Come puoi immaginare, non sono d’accordo con le tue conclusioni. Credo però che ci sia una larga base di consenso fra di noi, e voglio iniziare cercando di esplicitarla: mi sembra che siamo d’accordo sul fatto di mettere da parte ogni prospettiva messianica di creazione sulla terra del regno della perfetta giustizia, che si chiami comunismo o altro; siamo inoltre d’accordo sul fatto che occorre concentrarsi sul tentativo di miglioramento concreto della condizione degli esseri umani. Non ha senso proporsi la giustizia compiuta e finale, ma ha senso cercare di rendere il mondo più giusto possibile, compatibilmente con le nostre forze e in generale con le condizioni oggettive. Mi sembra che questa base di accordo, se non ho sbagliato la mia valutazione, sia la cosa più importante. Il dissenso riguarda il fatto che tu ritieni che questa base di accordo possa o debba essere fondata in un senso al di là del mondo. La critica principale che posso fare alla tua posizione è che essa mi sembra intimamente contraddittoria. Tu citi il Wittgenstein del Tractatus, ed è facile gioco ricordarti la sua chiusura: su ciò di cui non si può parlare si deve tacere. È questa l’unica conclusione coerente con le tue (e sue) premesse. Se il senso del mondo è così drasticamente fuori del mondo, non è possibile parlarne, e soprattutto non è possibile fondare su di esso alcunché. Non è possibile affermare che “individuare e collocare il senso fuori dal mondo sia la soluzione ai nostri mali”. Nel momento in cui affermi questo, stai riportando l’oggetto del tuo discorso (il senso, Dio) nel mondo. Ti stai contraddicendo. La contraddizione, mi sembra, nasce dal fatto che non guardi quello che stai facendo: tu stai dicendo che occorre una trascendenza per fondare quel po’ di giustizia e di senso che è possibile nella nostra vita. Ma questo significa che il tuo punto di partenza è la giustizia e il senso che tu vuoi fondare, e la trascendenza è solo uno strumento per questo. Ma allora è la trascendenza che è fondata sulla giustizia che tu trovi dentro di te, non viceversa. Ed essendo fondata su ciò che tu trovi dentro di te, e proiettata come universale senza nessuna opera di mediazione, perde quella universalità che vorresti attribuirle.
In conclusione, la mia proposta è semplicemente di partire da ciò da cui entrambi effettivamente partiamo, cioè dal senso di giustizia che troviamo dentro di noi, e che ci arriva da una storia personale e collettiva. È questo che abbiamo. Proiettare tutto ciò nel cielo di una trascendenza assoluta mi pare non sia di nessun aiuto. Potresti naturalmente obiettare che senza un fondamento trascendente la mia posizione cade nel nichilismo. Io non lo credo, e ritengo che la storia della filosofia occidentale, da Platone a Hegel, sia una risposta a questa obiezione. Ma sviluppare questa idea significa iniziare un’altra discussione, che forse possiamo fare di persona.

  

sabato 2 febbraio 2019

"Un progetto concepito male"

[nota tecnica: grazie alla segnalazione di un amico, mi sono reso conto che nei mesi scorsi sono andati persi dei commenti. Mi scuso con chi non ha visto pubblicato il proprio commento, per il futuro il problema dovrebbe essere risolto. M.B.]


Ancora un articolo di Ashoka Mody. La versione originale risale a qualche mese fa, ma vale la pena di leggerlo.


http://vocidallestero.it/2019/02/02/leurozona-sta-attraversando-una-crisi-di-identita-e-litalia-ne-sosterra-il-peso/

giovedì 31 gennaio 2019

Sul politicamente corretto

Penso sia davvero il caso di discutere criticamente il politicamente corretto, ormai configuratosi come il linguaggio dominante del nostro capitalismo decadente. Nel seguente articolo ci sono osservazioni interessanti.

http://vocidallestero.it/2019/01/30/la-delegittimazione-delluomo-bianco/ 

lunedì 28 gennaio 2019

Risposta a "In un mondo senza speranza" (D.Lombardini)


L'amico Domenico Lombardini mi invia questa risposta al mio scritto "In un mondo senza speranza", e volentieri la pubblico. Un altro intervento su questi temi è quello di Paolo Di Remigio.



Caro Marino,
 dal tuo scritto è possibile enucleare due categorie che sono proprie del discorso politico ma anche, e soprattutto, della dottrina, della tradizione e dell’insegnamento cattolici: la speranza e la salvezza. È noto come le utopie politiche, in primo luogo il marxismo, si siano nutrite, più o meno consciamente, della speranza e della promessa di salvezza del cristianesimo, declinandole tuttavia, e in modo deteriore, quasi esclusivamente all’aspetto materiale della vita, alla pura e bruta necessità.  Inoltre, come scrivi, l’organizzazione sociale attuale e l’assenza di una forza sociale oppositiva sarebbero causa del declino e della fine della speranza. Da ultimo ti chiedi come produrre senso in tale assenza di speranza e proponi come rimedio la trasmissione ai posteri della cultura e dei valori che la cultura porta con sé.
Le utopie politiche sono state in effetti la riproposizione mondana di una speranza e di una promessa di salvezza extramondane, ben inscritte nell’escatologia cristiana. Cristo, infatti, secondo la promessa evangelica, tornerà a giudicare i vivi e i morti stabilendo la giustizia e un regno che non avrà fine. Dal Concilio Vaticano II in poi l’escatologica cristiana è stata decisamente accantonata, privilegiando invece un discorso appiattito sulla dottrina sociale della Chiesa. Si è creduto che, al costo di rinunciare al vincolante e fondante discorso escatologico e soteriologico dell’evangelo, quindi a Cristo stesso, la Chiesa avrebbe potuto informare più efficacemente la società e la politica agli insegnamenti sociali della Chiesa (che pur discendono dall’insegnamento di Cristo ma che non ne costituiscono di certo il significato ultimo), ossia, in poche parole, all’anelito evangelico alla giustizia. Solo coloro che non vedono o che non vogliono vedere non si rendono conto che la Chiesa, nei suoi rappresentanti più autorevoli, nelle sue dichiarazioni ufficiali, nei suoi documenti, nelle encicliche, nelle modiche apportate alla liturgia ecc., ha da tempo apostatato all’evangelo, divenendo invece una mera agenzia erogatrice di servizi sociali, non più mater et magistra, bensì inutile e imbelle ancella del potere temporale, intrisa di buoni propositi, irenismo e protagonismo mediatico. Non più una forza anti-mondana ma un potere del tutto acquiescente nei confronti del globalismo economico e dell’anarchia del potere. Quindi, paradossalmente, la flagrante apostasia all’insegnamento di Cristo ha anche compromesso la credibilità e l’efficacia del ruolo sociale della Chiesa nei confronti delle ingiustizie del mondo: il pervertimento dell’ottimo è corrisposto al pessimo.
Ma nel vangelo è ben presente la disillusione che Cristo nutre per qualsiasi proposta di palingenesi sociale: nel mondo alligna inestirpabile il peccato e il “Principe di questo mondo” non è Dio ma il peccato, il male, il seminatore di discordie, il calunniatore, il diavolo (il diavolo è colui che crea, attraverso la menzogna, separazione, frattura e inimicizia tra uomo e Dio e tra uomo e uomo). Non è possibile, in altre parole, instaurare la giustizia nel mondo: ogni utopia politica che abbia come obiettivo l’instaurazione mondana della giustizia non potrà che produrre necessariamente ingiustizia. Questa eterogenesi dei fini è rinvenibile acutamente in ogni ambito della nostra vita sociale: la politica produce sfiducia, la Chiesa incredulità, la medicina malattia, l’istruzione ignoranza, la scienza relativismo, la tecnologia dipendenza ecc.
Il problema fondamentale del tuo discorso, la sua aporia, è credere che una speranza e una salvezza veramente universali possano essere efficacemente proposte e concretizzate tramite l’agire politico e l’impegno culturale. La storia è lì a testimoniare che tutto ciò non è possibile. È davvero recente la presa di coscienza delle masse dei loro diritti, della loro stessa storicità, ma il loro protagonismo occupa una parte assolutamente marginale dell’intera storia umana. Nondimeno, non si potrà dire che l’uomo prima della Rivoluzione francese sia vissuto inutilmente e senza speranze.
L’uomo è sempre stato immerso in un modo intriso di religioso e di sacro, un mondo semiopoietico produttore di senso. L’intuizione del cristianesimo è stata quella di collocare tale senso fuori dal mondo. Ludwig Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus scrive: “Il senso del mondo dev'essere fuori di esso. Nel mondo tutto è come è, e tutto avviene come avviene; non v'è in esso alcun valore – né, se vi fosse, avrebbe un valore. Se un valore che ha valore v'è, dev'esser fuori d'ogni avvenire ed essere-cosí. Infatti ogni avvenire ed essere-cosí è accidentale. Ciò che li rende non-accidentali non può essere nel mondo, ché altrimenti sarebbe, a sua volta, accidentale. Dev'essere fuori del mondo” (p. 6.41). Con la religione l’uomo trascende la propria vita bruta proiettandola in un altrove, le cui primizie può tuttavia gustare già quaggiù.
Io sono fermamente convinto che individuare e collocare il senso fuori dal mondo sia la soluzione ai nostri mali, materiali e spirituali. Dobbiamo definitivamente prendere atto che la giustizia non potrà mai essere instaurata quaggiù. Nondimeno, un cristianesimo nuovamente cristocentrico ed escatologico potrà avere influenze positive sull’agire politico, cercando di ispirare i politici, il cui scopo sarà quindi quello di ridurre, ma non di estinguere, i mali che affliggono la nostra società. Ciò nondimeno, non dobbiamo nutrire indebite aspettative a riguardo.
La speranza è tale solo se è universale. Questo concetto è rinvenibile nell’anelito internazionalista del marxismo ma soprattutto nel cattolicesimo. Soltanto in Cristo c’è salvezza e ogni cristiano è tenuto, con tutti i limiti del caso, ad evangelizzare il prossimo, anche persone aderenti ad altre religioni, perché nessuna anima venga persa a Dio. La speranza non può quindi essere relegata agli ambiti asfittici di amanuensi che si limitano a copiare antichi manoscritti, figurativamente l’impegno culturale, attività di per sé lodevole ma non produttrice di senso e speranza universali. L’universalità della speranza a venire non potrà essere concretizzata da questa forma di solitaria testimonianza, perché esclusivo appannaggio di privilegiati sociali in grado di goderne.
L’unica speranza per l’essere umano oggi è una radicale metanoia, un rivolgere lo sguardo decisamente altrove per ritrovare le radici di una comune verità da condividere e proteggere. Non posso evitare di pensare che questa verità non potrà che essere la verità evangelica. Un ritorno a Dio, al Dio cristiano, dopo un periodo di reflusso. L’uomo ha provato a trascendere la propria vita bruta con l’impegno culturale e politico. Da ultimo, la società dei consumi ha assolto anch’essa a tale compito: le masse, indulgendo a uno sfrenato consumismo, hanno potuto assaporare la vana vertigine di acquistare beni del tutto inutili. L’inefficacia e la consumazione di tali “strategie di trascendenza” hanno da una parte portato a esiti esiziali (per lo spirito e l’ambiente) e dall’altro sono giunte alla loro naturale consumazione. L’uomo ha davanti il vuoto. Nostro compito è capire che il coraggio non corrisponde a portare avanti una visione atea del mondo, a limitarci a guardare inebetiti e disperati questo vuoto.
Domenico Lombardini

venerdì 25 gennaio 2019

L'abbandono dell'ideale comunista (P. Di Remigio)


(Dall'amico Paolo Di Remigio riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento. M.B.)



L'abbandono dell'ideale comunista

Paolo Di Remigio

            Il comunismo esprime l’esigenza di universalismo nella società umana ed è in contrasto con il particolarismo proprio del principio gerarchico. Il contrasto tra universalismo e particolarismo sociale è documentabile storicamente: nella società schiavista del mondo classico si esprime come differenza tra religione olimpica dei ceti dominanti, in cui la sostanzialità dell’individuo particolare appare in un mondo di dei eternamente felici superiore a quello degli uomini, e culti misterici dei ceti inferiori, in cui perfino gli dei soffrono e la particolarità dell’individuo si riduce a supporto esterno della sua forma astratta, l’anima, destinata a essere redenta in una migliore vita futura; nella società feudale del medioevo si manifesta un analogo contrasto religioso tra l’ortodossia che esalta la gerarchia – tra Dio e mondo, tra papa e chiesa, tra clero e laici –, ed eresia, che fa suo l’ideale della povertà universale e si volge messianicamente a un’età futura di perfetta uguaglianza.

lunedì 21 gennaio 2019

In un mondo senza speranza




I. Queste riflessioni partono da un presupposto che mi limito qui ad esporre rapidamente senza argomentazioni. È mia convinzione che siamo avviati ad un declino di civiltà causato da due elementi fondamentali: da una parte l’emergere sempre più netto del carattere distruttivo, nei confronti di società e natura, dell’attuale organizzazione sociale, dall'altra la totale assenza di una forza sociale che seriamente e concretamente contesti questa distruttività e inizi a costruire vie alternative. Lo scenario globale dei prossimi decenni sarà cioè, a mio modesto avvisto, uno scenario di degrado e fine di una civiltà, senza speranze di un mondo migliore. È questa la situazione in cui ci accade di vivere. Non sto affermando che ci avviamo alla fine definitiva della civiltà umana o addirittura della specie umana. Sto affermando che le persone presenti sulla faccia della terra oggi, inizio 2019, vivranno l'intera loro vita in una fase di crisi e declino e non potranno scorgere nella realtà elementi di una diversa organizzazione sociale. Ammesso che sia così, appare inevitabile porsi il problema del senso da dare alla propria vita, in un mondo senza speranza.

Per mezzo grado di meno

Un articolo di qualche tempo fa sul cambiamento climatico

https://www.iltascabile.com/scienze/riscaldamento-globale-analisi/

sabato 5 gennaio 2019

Stupefacente

Il piddino medio riesce sempre a stupirti

https://bologna.repubblica.it/cronaca/2019/01/04/news/ordinanza_anti_cattiveria_luzzara-215818671/?ref=RHPPBT-BH-I0-C4-P14-S1.4-T1


Per fortuna non c'è bisogno di inventarsi chissà quale commento, le cose essenziali le ha dette Marco Rizzo (che non parla della vicenda specifica, ma dice cose di buon senso)


https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/04/dl-sicurezza-rizzo-pc-protesta-sindaci-su-porti-fuffa-di-pseudosinistra-e-a-roggiani-pd-il-popolo-vi-odia/4874363/


In aggiunta alle parole di Rizzo, mi permetto solo una brevissima osservazione. L'ordinanza del sindaco di Luzzara prevede per i disobbedienti sanzioni "culturali", prescrivendo alcuni libri, film o spettacoli teatrali. Si vede qui la strana nozione di "cultura" che ha il piddino medio: libri, film e spettacoli teatrali avrebbero un misterioso potere taumaturgico per cui basterebbe la semplice "esposizione" ad essi per assorbire magicamente le giuste virtù civiche. Il sindaco di Luzzara non sa che la cultura è un travaglio di crescita individuale fatto di studio, fatica, pensiero, che non può essere prescritto da nessuno. Non lo sa, perché per lui e per il suo ambiente culturale e politico la cultura non è tale travaglio, ma è il codice di riconoscimento del proprio clan politico, e serve esclusivamente a costruire il castello immaginario della propria superiorità appunto culturale sui clan contrapposti.

venerdì 4 gennaio 2019

Su "Imagine"

Un articolo su "Imagine" di J.Lennon. Mi era capitato di pensare, confusamente, cose simili, ascoltando la canzone. Mi ha fatto piacere ritrovarle scritte in modo chiaro.