Chiudiamo questa miniserie sulle scuola ripubblicando una mia "lettera aperta ai docenti della scuola italiana", risalente ai primi anni 2000. Si tratta di un testo che è già circolato in rete. Ho tolto la parte finale, che oggi mi sembra meno attuale.
(M.B.)
Lettera
aperta ai docenti della scuola italiana.
I. Un
suicidio di massa.
Nei
libri sugli animali che leggevamo da ragazzi si raccontava la triste
storia dei lemming. Questi piccoli roditori delle tundre nordiche,
simili a criceti, a intervalli di tre o quattro anni, spinti dalla
scarsità di cibo, iniziano a migrare. La conclusione di tali
migrazioni è però drammatica: i poveri lemming finiscono per
gettarsi in mare dalle scogliere, realizzando un autentico suicido di
massa.
Diventati
adulti, abbiamo scoperto che questa storia, così impressionante e
capace di colpire l’immaginazione di un ragazzo, è una leggenda,
diffusa nel mondo, pare, da un documentario della Disney.
Pur
sapendola falsa, vogliamo però usare questa immagine del suicidio di
massa dei lemming per iniziare a parlare della situazione dei docenti
della scuola italiana. Enunciamo subito la nostra tesi fondamentale:
la realtà della scuola italiana è caratterizzata da un suicidio di
massa degli insegnanti. L’immagine dei professori-lemming descrive
bene, a nostro avviso, alcuni aspetti decisivi delle vicende della
scuola in questi ultimi anni. Le caratteristiche di tale suicidio di
massa possono essere riassunte nei tre punti seguenti:
Si
è avuta negli ultimi anni una serie di interventi legislativi e
amministrativi sulla scuola che hanno alterato in profondità i
caratteri essenziali della scuola stessa. Questi interventi possono
essere riassunti nella formula “riforma Berlinguer-Moratti”.
Questa
riforma ha come conseguenza la dequalificazione del lavoro del
docente e la degradazione culturale e sociale (con conseguente
impossibilità di miglioramento economico) dell’intera categoria
dei docenti della scuola italiana.
I
docenti hanno nella sostanza accettato tutto questo, spesso
collaborando alla propria degradazione, più spesso lamentandosi, ma
senza mai ribellarsi seriamente.
Perché
la riforma Berlinguer-Moratti ha come conseguenza il degrado
culturale e sociale dei docenti? Perché uno dei suoi contenuti
fondamentali è la svalutazione dell’insegnamento dei contenuti
disciplinari, di quelle cioè che nel linguaggio comune sono le
“materie” tradizionalmente insegnate a scuola. Questo fatto non è
di immediata percezione, in primo luogo perché non viene enunciato
esplicitamente nei testi legislativi e amministrativi che hanno
articolato la riforma Berlinguer-Moratti, in secondo luogo perché si
tratta di una tendenza di fondo che non è ancora arrivata alla sua
compiuta realizzazione. La svalutazione dell’insegnamento delle
“materie” nella scuola italiana contemporanea rappresenta però
la ratio implicita di una serie di misure che possono essere comprese
solo alla luce di tale scelta di fondo. Gli esempi potrebbero essere
numerosi, ne facciamo solo alcuni per mantenere la lunghezza di
questa lettera entro limiti ragionevoli. Un primo aspetto è
l’incentivazione di una miriade di attività parallele
all’insegnamento disciplinare (fra cui i cosiddetti “progetti”,
ma non si tratta solo di questi), attività che implicano la continua
interruzione dell’orario curriculare, cioè dell’orario dedicato
all’insegnamento disciplinare stesso. Un altro aspetto è
l’introduzione di materie nuove che si aggiungono alle materie
tradizionali implicando una diminuzione dell’orario per tutte le
materie. A ciò si possono aggiungere gli spostamenti di docenti
dall’insegnamento di materie per cui hanno una preparazione
specifica all’insegnamento di altre materie, cosiddette “affini”,
spostamenti motivati esclusivamente da esigenze di organizzazione
scolastica. Analogo a questo fenomeno è quello delle abilitazioni
con concorsi speciali che prescindono parzialmente o totalmente dalla
preparazione specifica. Già da questi semplici esempi si capisce
come la ratio che li unifica e li rende comprensibili sia quella
della svalutazione dell’insegnamento delle “materie”
tradizionali: un insegnamento a cui viene dedicato sempre meno tempo
e rispetto quale non si ritiene importante che venga svolto da
docenti preparati.
Poniamoci
adesso il problema di capire cosa significhi tutto questo rispetto
alla scuola e rispetto alla vita di chi nella scuola ci lavora.
Significa, in sostanza, che la scuola di Berlinguer-Moratti non è
più, a parte alcune sue zone residuali, una scuola. E’ diventata
un’istituzione completamente diversa, che della scuola conserva,
con limitate eccezioni, solo l’immagine esteriore. A questa nostra
affermazione qualcuno potrebbe obiettare che la scuola non ha solo la
funzione di “insegnare delle materie”, ma ha altre funzioni,
anche più importanti, di tipo socio-educativo: come per esempio far
crescere la capacità relazionale dei giovani, aiutare il loro
inserimento nella società, sviluppare in essi il rispetto per le
culture e i popoli del mondo, e la lista potrebbe ovviamente
continuare. Se questo è vero, il permanere di tali funzioni e scopi
socio-educativi conserva un significato e un ruolo profondo alla
scuola, anche se diminuisce l’attenzione alle tradizionali
“materie”.
Questa
obiezione, in apparenza ragionevole, è in realtà un vuoto sofisma,
che denota una profonda incomprensione di cosa sia la scuola. Per
capire quanto affermiamo, basta riflettere sull’esempio seguente.
Tutti siamo d’accordo sull’importanza dell’attività sportiva
per i giovani. Una giusta dose di attività sportiva è necessaria
allo sviluppo equilibrato del corpo, ed ha anche importanti aspetti
educativi: abitua alla corretta elaborazione di emozioni come
l’aggressività e la competitività, al rispetto delle regole del
gioco e dell’avversario, alla collaborazione con i propri compagni
nel caso degli sport di squadra. E’ per tutti questi motivi che
molti genitori fanno fare ai propri figli le più diverse attività
sportive. Immaginiamo però che quando portiamo nostro figlio nella
tal palestra per iscriverlo ad una qualche attività sportiva ci
venga fatto dai responsabili il seguente discorso: poiché lo sport
ha importanti funzioni nello sviluppo fisico ed emotivo dei giovani,
ma d’altra parte fare sport è faticoso, abbiamo pensato di
perseguire le importanti funzioni educative dello sport tenendo i
ragazzi fermi e seduti. Cosa penseremmo di una simile proposta?
Penseremmo che chi ragiona in questo modo o sta scherzando, o è un
pazzo, o non sa di cosa sta parlando. E sicuramente porteremmo nostro
figlio in un’altra palestra. Ma sostenere che le finalità
socio-educative della scuola possono essere perseguite trascurando
l’insegnamento disciplinare è un’assurdità dello stesso tipo.
Infatti l’essenza della scuola, così come si è formata nella
nostra storia, sta in questo: la scuola è quella particolare
“agenzia educativa” nella quale le finalità educative sono
perseguite attraverso
l’insegnamento di contenuti disciplinari.
Ovvero, la scuola esiste perché (e finché) si ritiene che alcune
particolari “materie” abbiano una pregnanza culturale e umana
tale che, attraverso il loro
insegnamento, sia
possibile perseguire quei fini sociali ed educativi di cui si diceva
sopra.
La
scuola esiste perché si ritiene, o si è ritenuto fino a tempi
recenti, che insegnare letteratura, matematica, filosofia, fisica
eccetera rappresenti un modo, il modo specifico appunto della scuola,
di educare i giovani.
E' questo lo specifico della scuola. E’ questo
che distingue la scuola da altre “agenzie educative” come la
famiglia, il gruppo di amici, i boy scouts o quant’altro.
Ma se tutto questo è vero, cosa resta della
scuola, una volta che essa sia privata del suo elemento specifico e
caratterizzante, cioè l’educazione dei giovani attraverso
l’insegnamento di specifiche materie? La risposta è ovvia: non
resta nulla. La scuola viene di fatto abolita, e il tempo della
scuola diventa un enorme tempo vuoto che bisogna riempire con le più
diverse e strane attività. E cosa diventano i docenti, dentro a
questa scuola che non è più una scuola? Qual è il loro ruolo, una
volta abolito di fatto il loro ruolo specifico dell’insegnamento
delle “materie”? Nella squola di Berlinguer-Moratti i
docenti sono ridotti ad essere dei badanti o dei baby-sitter. La
lenta cacciata dei docenti dal ceto medio alle zone più basse della
stratificazione sociale è una conseguenza ovvia di questa loro
dequalificazione professionale.
Si potrebbe obiettare che la professionalità dei
docenti (e quindi il loro livello sociale ed economico) viene salvata
insistendo sulle loro competenze pedagogico-didattiche, invece che su
quelle disciplinari. I docenti cioè sarebbero quelle persone che
sanno come si insegna, e tali persone sarebbero importanti anche in
una scuola nella quale si dà meno importanza a cosa si insegni.
Questa obiezione è analoga a quella che abbiamo poco fa confutato.
In sostanza, dire che non ha importanza cosa si insegna perché
l’importante è che venga insegnato bene, equivale a dire che i
contenuti dell’insegnamento non hanno più nessuna importanza. Ma
questo ha come conseguenza la scelta dei contenuti più facili e meno
impegnativi possibili: se tutto è uguale a tutto, perché docenti e
studenti devono sobbarcarsi la fatica di leggere Manzoni, quando è
tanto più gradevole leggersi Camilleri? Il punto è che, una volta
impostate le cose in questo modo, si è su un piano inclinato nel
quale non ci si può fermare. Perché leggere Camilleri a scuola
quando ascoltare le canzoni di De André è ancora più gradevole e
più facile? Si vede facilmente che, lungo questo piano inclinato, si
torna alla degradazione professionale dei docenti. Infatti, di quale
mai competenza pedagogica c’è bisogno per tenere i ragazzi in
classe a fare cose piacevoli e divertenti come ascoltare canzoni [1]?
E’ chiaro che, in questo contesto, la figura del docente si riduce,
come già abbiamo detto, a quella di una badante o di una
baby-sitter.
Possiamo allora concludere che nella riforma
Berlinguer-Moratti è implicita una sostanziale degradazione della
figura del docente. Tale degradazione determina il degrado economico
e sociale dell’intero ceto dei docenti, il loro ridursi a poveracci
degni solo, a seconda delle inclinazioni, di compassione o disprezzo.
Tale degradazione ha, come ulteriore conseguenza,
l’abbassamento del livello culturale e della maturità
intellettuale dei giovani che escono dalla scuola italiana. E’ un
fenomeno che chi insegna all’Università ha ben chiaro, e che
genera un forte pessimismo sul futuro del paese.
Aggiungiamo infine che, a nostro avviso, il
degrado della scuola arriverà presto a mettere in pericolo la stessa
sicurezza fisica dei docenti: è chiaro infatti che una scuola intesa
come grande parcheggio per ragazzi non ha più alcuna barriera che la
protegga dalla degradazione del sociale. Gli episodi di violenza
nelle scuole, di cui leggiamo sui giornali, sono anch’essi
collegati a quella negazione del ruolo specifico della scuola, che è
l’anima della riforma Berlinguer-Moratti, e sono destinati ad
aumentare di numero e di gravità.