sabato 14 ottobre 2017

Le cause e gli effetti

Fra i miei molti difetti vi è anche quello di leggere, sul sito di Repubblica, la rubrica delle lettere curata da Concita De Gregorio. Molto spesso è una specie di tribuna del politicamente corretto, qualche volta emergono brandelli di verità, come in questi due casi:


http://invececoncita.blogautore.repubblica.it/articoli/2017/10/11/che-la-morte-di-francesca-non-sia-inutile/?ref=RHPPRB-BH-I0-C4-P2-S1.4-T1


http://invececoncita.blogautore.repubblica.it/articoli/2017/10/13/ho-26-anni-e-non-ce-la-faccio-piu/?ref=RHPPRB-BH-I0-C4-P2-S1.4-L


Il dolore che queste lettere esprimono merita tutto il nostro rispetto. E' impossibile però non vedere che in esse le situazioni descritte sono vissute come un dato immodificabile, una fatalità naturale e probabilmente eterna. L'individuo che non ce la fa è lasciato solo con se stesso, con la propria debolezza, con la propria incapacità di gestire il "capitale umano". Così, l'unica azione a cui si può pensare è quella di istituire una borsa di studio "per aiutare i neodiplomati a orientarsi nel mondo del lavoro". Si è persa completamente la capacità di capire che gli effetti hanno delle cause, che la realtà sociale non è un dato naturale, ma è il risultato della storia, dell'economia, della politica, cioè è una realtà umana frutto di umane scelte. Tutto questo mostra con chiarezza la nostra impotenza. Esistono biblioteche intere di libri che trattano in lungo e in largo i meccanismi del capitalismo neoliberista e globalizzato, che spiegano in modo dettagliato le scelte che hanno portato alla perdita dei diritti del lavoro, alla distruzione della classe media, e come conseguenza alla devastazione delle psicologie individuali. Queste lettere ci suggeriscono che nulla di tutto ciò è arrivato alla maggioranza dell'opinione pubblica. Mi sembra evidente che il problema non è più quello di "sapere" (almeno, non è questo il problema principale), ma quello, antico e sempre nuovo, del "che fare?"

mercoledì 4 ottobre 2017

"La fine dell'alchimia"

Consiglio la lettura di “La fine dell’alchimia”, di Mervyn King, edizioni ilSaggiatore. L’autore non è “uno dei nostri”. Governatore della Banca d’Inghilterra dal 2003 al 2013, le ricette che propone per combattere la stagnazione nella quale si dibattono le nostre società sono sostanzialmente di tipo liberistico. Le sue analisi della situazione sono però interessanti. In particolare, nella quindicina di pagine che dedica ai problemi dell’eurozona, ribadisce i pilastri dell’interpretazione che di tali problemi ha dato il mondo degli antieuristi: impedire la svalutazione ha impedito la correzione delle differenze fra le varie economie, e “per i paesi meridionali dell’Unione la conseguenza è stata una notevole perdita di competitività rispetto alla Germania (p.201)”. L’unico modo per correggere queste distorsioni, “nel quadro di un’unione monetaria, è una “svalutazione interna” che implica una prolungata disoccupazione di massa al fine di ridurre salari e prezzi (p.207)”.
Gli esiti possibili sono quattro, secondo l’autore: in primo luogo, il prolungamento indefinito della disoccupazione nei paesi più deboli; in secondo luogo, la crescita dell’inflazione in Germania per riequilibrare i livelli di competitività; in terzo luogo, il consenso a trasferimenti fiscali a tempo indeterminato dai paesi del nord ai paesi del sud; infine, la dissoluzione dell’eurozona.
A questa lucida analisi possiamo, da parte nostra, solo aggiungere che la seconda e la terza soluzione sono politicamente impraticabili per l’opposizione della Germania, quindi l’unica scelta reale è fra l’impoverimento continuo dei paesi del sud e la dissoluzione dell’eurozona.
Tutto questo è spiegato dall’autore con molta chiarezza e lucidità. Nel confronto con questo tipico rappresentante dei ceti dirigenti anglosassoni, risaltano sinistramente il cinismo, la rozzezza e l’ignoranza dei ceti dirigenti nostrani, da destra a sinistra, convincendoci una volta di più che spazzare via nella sua interezza l’attuale ceto politico è condizione necessaria per la salvezza del paese.  

sabato 30 settembre 2017

La tristezza della scuola pubblica

(Riceviamo da Paolo di Remigio e volentieri pubblichiamo questo articolo, che appare anche su "Appello al Popolo". M.B.)



La tristezza della scuola pubblica
Paolo Di Remigio

La scuola pubblica continua a subire lo smantellamento avviato dall’alto sotto il vessillo dell’innovazione didattica. Che questa innovazione copra un piano distruttivo programmato a freddo è implicito nel fatto che la si intende come fine assoluto: nella scuola pubblica attuale non si innova per migliorare, si innova per innovare; dunque l’innovazione la peggiora; e questo peggioramento non è una conseguenza imprevista, ma parte dello sforzo neoliberale di distruzione del settore pubblico.
La persona normale, abituata alla docilità e che preferisce fare da sola anziché dare ordini, non concepisce che esista un’élite abituata a comandare e preoccupata di conservarsi al comando. Questa preoccupazione è però la chiave per comprendere ciò che accade nel mondo e che infine si riflette anche nella scuola: l’impero anglosassone annaspa sotto il peso di un’economia allo sfacelo e delle conseguenze di una geopolitica delirante; i suoi movimenti scomposti con cui si sforza di non essere risucchiata nelle retrovie della storia suscitano inaridimento culturale, miseria materiale, migrazioni, guerre, mentre il suo apparato propagandistico – non solo i media: tutto l’attuale ceto politico europeo è ridotto a questo ruolo – è mobilitato per imprimere nella mente di tutti che la guerra è attuazione di democrazia, la migrazione esercizio di diritti, la miseria materiale è razionalità economica, l’inaridimento culturale creatività.

giovedì 28 settembre 2017

Una presentazione del FSI

Stefano D'Andrea ha aperto la seconda assemblea nazionale del Fronte Sovranista Italiano con un discorso di grande valore:

http://appelloalpopolo.it/?p=34800

domenica 24 settembre 2017

Nel 2005 si sapeva già l'essenziale

"Voci dall'estero" traduce, molto opportunamente, un articolo dell'Economist del 2005. Nel quale si vede come all'epoca fosse già chiara la divergenza fra le economie dell'eurozona. E fossero chiari anche i motivi di tale divergenza. Cosa possiamo pensare della sinistra italiana che adesso, nel 2017, dopo tutto quello che è successo, ancora non ha capito quello che all'Economist sapevano e scrivevano nel 2005? (Domanda retorica, ovviamente...)


sabato 16 settembre 2017

Continuando così

Continuando così ci si consegna all'impotenza e all'irrilevanza, conclude Domenico Moro in questo suo interessante intervento:

https://www.sinistrainrete.info/europa/10535-domenico-moro-i-trattati-e-l-euro-producono-il-nuovo-nazionalismo-degli-stati.html


Immagino si stia rivolgendo al mondo della sinistra più o meno radicale. Ma non c'è bisogno di "continuare così": l'irrilevanza di quel mondo è un dato ormai acquisito e non più modificabile.

martedì 12 settembre 2017

Cattive notizie 2

Se queste sono le idee del M5S, temo ci sia poco da sperare

http://www.repubblica.it/politica/2017/09/12/news/circo_massimo_giannini_luigi_di_maio_radio_capital-175247620/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P5-S1.8-T1


(magari è un refuso, ma una frase come "tagli alla Pa e altri settori altamente inquinanti" è davvero preoccupante).




lunedì 11 settembre 2017

domenica 10 settembre 2017

Soros e i migranti

Paolo Di Remigio ci propone la traduzione di un articolo di Tyler Durden tratto da Zerohedge, sul ruolo e le opinioni di Soros e della sua ONG (Open Society Foundations) a proposito del tema delle migrazioni. L'articolo è di un anno fa ma mi sembra offra interessanti spunti di riflessione. L'autore si basa su due documenti: uno è un memorandum prodotto all'interno della ONG di Soros, e che si può leggere al seguente indirizzo:



L'altro è un articolo di Soros pubblicato sul "Wall Street Journal", e lo si può leggere qui:


Di seguito la breve introduzione dei traduttori, e poi l'articolo di Tyler Durden
(Marino Badiale)






L’articolo che proponiamo, pubblicato da Tyler Durden un anno fa, è finora passato quasi inosservato in Italia, benché sull’immigrazione offra un punto di vista superiore, corroborato da documenti del miliardario Soros e dei suoi funzionari. Dalla sua lettura emergono i seguenti tre fatti. 1. Gli Stati Uniti, non semplicemente l’alacre George Soros, creano i presupposti del fenomeno dell’immigrazione, da un lato continuando a imporre alle popolazioni del terzo mondo i principi del libero mercato che ne paralizzano le potenzialità di sviluppo autonomo e d’altro lato destabilizzandole politicamente: la fuga di milioni di persone dall’Africa e dall’Asia, così poco naturale che lo stesso Soros la qualifica come forzata senza però nominare chi la forzi, segue dalle strategie delle amministrazioni americane, a partire dalla globalizzazione del Washington Consensus per finire alle primavere arabe. 2. Gli Stati Uniti provvedono i corridoi ai flussi dei migranti permettendo l’attività dei trafficanti e finanziando le ONG. 3. Gli Stati Uniti paralizzano le capacità di difesa degli Stati europei svuotandone la sovranità con la UE e con la NATO e manipolando l’opinione pubblica con l’idea di migrazione come nuova normalità. In effetti la migrazione come nuova normalità implicherebbe il ritorno al nomadismo paleolitico; ma si tratta di miserevole ideologia: non solo Soros continua a distinguere tra migranti e comunità ospiti, anche sottolinea che l’obiettivo statunitense è ridurre l’Europa, proprio l’Europa, a comunità ospite. Il quadro che emerge dalle prese di posizione della Open Society Foundations denuncia le migrazioni di massa come arma usata nel quadro di un preciso progetto imperiale di destabilizzazione. La difficoltà di rispondere al fenomeno non nasce dunque dalla sua complessità o dalla sua irresistibilità naturale, tanto meno dalla sua razionalità o dal dovere umanitario: si tratta piuttosto di disobbedire ai disegni di una potenza imperiale che non perdona le disobbedienze.
Traduzione di Paolo Di Remigio, Roberto Gironi, Federico Monegaglia



Soros ‘investe’ 500 milioni di dollari nei rifugiati e nei migranti europei e spiega perché
di Tyler Durden
20 settembre 2016
Disponibile in

Confermando ancora una volta di essere il burattinaio silenzioso dietro la crisi europea dei rifugiati, in un intervento nel Wall Street Journal George Soros, l’investitore divenuto miliardario da un giorno all’altro e risoluto sostenitore di Hillary Clinton, ha dichiarato che investirà 500 milioni di dollari per rispondere alle esigenze dei migranti e dei rifugiati.
L’investimento di Soros arriva in risposta all’iniziativa dell’amministrazione Obama “Call to Action”, che chiede alle imprese statunitensi di alleviare la crisi dei migranti. Soros, fondatore della Open Society Foundations, ha anche dichiarato che per orientare i suoi investimenti ha in programma una stretta collaborazione con l’Ufficio dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite e con la Commissione per il Soccorso Internazionale .
***
Difficile che ai bene informati l’annuncio arrivi come una sorpresa.
Un mese fa, a seguito delle violazioni informatiche di DCLeaks, abbiamo denunciato che “la violazione informatica dei documenti di Soros svela un piano dietro la crisi europea dei rifugiati”. Per ricordare, stando a uno dei molti documenti trapelati, la crisi europea dei rifugiati dovrebbe essere accettata come una ‘nuova normalità’, e per l’organizzazione di Soros la crisi significa “nuove opportunità” di influenzare su scala globale le politiche di immigrazione. Anna Crowley, funzionario per il programma dell’Open Society Foundations, e Katin Rosin, esperta del programma, hanno insieme redatto il memorandum del 12 maggio intitolato “Migration Governance and Enforcement Portfolio Review”.
La rivista, di nove pagine, individua tre punti chiave: [1.] Open Society Foundations ha avuto successo nell’influenzare la politica di immigrazione globale; [2.] la crisi europea dei rifugiati presenta per l’organizzazione “nuove opportunità” di influenzare la politica globale dell’immigrazione; [3.] la crisi dei rifugiati è la “nuova normalità”.
[1.] Come le autrici scrivono nell’introduzione, uno dei propositi della rivista “considera l’efficacia degli approcci che abbiamo utilizzato per raggiungere il cambiamento a livello internazionale”. Una sezione della rivista intitolata “Il nostro lavoro” descrive come il meno trasparente dei think tank americani abbia lavorato insieme ai ‘leader del settore’ per “modellare la politica della migrazione e influenzare i processi regionali e globali con effetti sul modo in cui la migrazione è governata e imposta”.

mercoledì 30 agosto 2017

L'origine delle ONG

(Riceviamo da Paolo Di Remigio e volentieri pubblichiamo questa traduzione del primo capitolo di un libro sulla storia delle ONG. Il testo è apparso anche su "Appello al popolo. M.B.)







L’origine delle ONG

Il libro di Engdahl, di cui traduciamo di seguito il primo capitolo, (Geheimakte NGOs, Kopp Verlag, Rottenburg giugno 2017) documenta come le principali ONG siano strumenti forgiati dalle oligarchie politiche ed economiche statunitensi, uno dei mezzi a cui esse, sulla base di un esasperato nazionalismo, ricorrono per condizionare e rovesciare i governi che ritengono non abbastanza allineati ai loro piani.
Dopo che la sequenza di destabilizzazioni, di colpi di Stato, di assassinii politici, di abusi nei confronti di cittadini stranieri e americani sollevò nell’America degli anni ’70 aspre polemiche che minacciavano di impacciare i liberi movimenti dei servizi segreti, nel 1983, durante la presidenza Reagan, il direttore della CIA, Casey, uscì dall’angolo con un colpo di genio: affidare le destabilizzazioni e i cambiamenti di regime non più a manovre coperte dietro le quinte, indifferenti se non ostili alla volontà dei popoli, dunque in contrasto con l’ideologia democratica professata dagli Stati Uniti, ma ad organizzazioni ufficialmente indipendenti dal governo che pure le aveva create e le finanziava in segreto, le quali in nome dei diritti umani, della democrazia e della lotta alla corruzione, creassero nei paesi da colpire avanguardie in grado di mobilitare la piazza contro i governi. La destabilizzazione e il cambiamento dei regimi assunsero così l’aspetto di un generoso movimento dal basso. Combatterlo avrebbe significato porsi nel campo opposto a quello della generosità, rinnegare cioè i diritti umani, la democrazia, la lotta alla corruzione, essere demonizzati come un regime paria, uno Stato canaglia, autorizzare così la ‘comunità internazionale’ al giusto intervento in difesa della popolazione angariata.
In questo modo le operazioni imperialistiche hanno assunto un aspetto tanto convincente di rivoluzione interna che molti sessantottini invecchiati non riescono ancora a capacitarsi come l’esito normale delle rivoluzioni sia la formazione di protettorati atlantici gestiti da regimi fascisti – da quello dei ‘Fratelli musulmani’ in Medio Oriente a quello dei neonazisti in Ucraina. Con un felice richiamo letterario, Engdahl suggerisce che Casey ha agito sul modello dell’abile diplomatico del racconto di Edgar Allan Poe, che sfugge alle perquisizioni ponendo la lettera rubata in un posto bene in vista anziché in un nascondiglio recondito.
Se vale l’osservazione di Hegel secondo cui il segnale della vittoria definitiva di un partito su un altro è lo scindersi del primo in una nuova opposizione, allora, dopo la vittoria sul blocco orientale, il blocco occidentale si è scisso e gli USA hanno iniziato a considerare l’Europa non più un alleato, ma un nemico virtuale da ridurre all’impotenza prima che possa formulare pensieri di autodeterminazione. Così la stessa Europa è finita nella morsa americana, stretta dalle regole della UE che ne devastano l’economia, dalla NATO che ne dirige la politica estera, dalle riforme sociali e culturali, dal terrorismo e dall’immigrazione incontrollata che ne disgregano la società.
Le esitazioni di una classe dirigente europea esecutrice dei diktat atlantici, intensificatesi con il drammatico declino della sua popolarità, sono superate dallo slancio delle organizzazioni non governative silenziosamente proliferate. Esse sembrano obbedire soltanto a un generoso idealismo impresso nella loro essenza: all’imperativo categorico di salvare vite umane, di aprire gli europei all’accoglienza, di organizzare l’integrazione, di intensificare il pluralismo, di lottare contro la corruzione e da ultimo contro i discorsi di odio. Il libro di Engdahl mostra che tutto questo è subdola ideologia, che la sensibilità delle ONG, selettiva e indifferente al valore della legalità, è la copertura del piano atlantico di destabilizzazione mondiale.


mercoledì 9 agosto 2017

Vacanza

Il blog si prende qualche giorno di vacanza. Ci risentiamo dopo ferragosto. Buone vacanze a tutti.

I progressi dell'intolleranza

Bisogna tutelare ogni diversità, tranne quella di chi la pensa diversamente



Anche la seguente notizia sul Brasile non è male (l'autore lavora in una Università brasiliana)



Non c'è bisogno, credo, di far notare il collegamento fra queste notizie e le leggi anti-negazionismo o i recenti tentativi di limitare la libertà di espressione sul web con la scusa delle "fake news". Si tratta in sostanza, nella mia opinione, di una lenta corrosione dei principi di base della società liberale, che evidentemente non sono più funzionali nell'attuale capitalismo decadente.

mercoledì 2 agosto 2017

Il crepuscolo di Toni Negri (Paolo Di Remigio)

(Riceviamo dall'amico Paolo di Remigio, e volentieri pubblichiamo, questo intervento su Negri. L'intervento era già apparso in "Appello al popolo". M.B.)





Il crepuscolo di Toni Negri

(P.Di Remigio)

Nel dicembre 2016 Toni Negri ha pubblicato un testo di una precedente conferenza, dal titolo enigmatico ‘Pour en finir avec la souveraineté?’, in italiano ‘Per finirla con la sovranità?’[1]. Il discorso di Negri, povero di conoscenza storica e di ragione filosofica, si risolve in errori sul passato, illusioni sul presente e rifiuto di ogni più sacro vincolo dell’umanità; la sua lettura attenta può nondimeno essere utile a mostrare la debolezza di ogni discorso politico che osi considerare lo Stato-nazione un patetico residuo del passato, e può contribuire a chiarire il concetto di sovranità e la sua stringente attualità[2].

Comincerò dalla critica dell’autonomia del politico (nazionale) sotto la cui bandiera si muovono varie posizioni, tutte nostalgiche della sovranità.

Parlando di nostalgia della sovranità, Negri fa un doppio errore: di contenuto, in quanto riduce la sovranità nazionale a un istituto che continuerebbe ad esistere solo nei libri di storia, mentre la realtà attuale è fatta di Stati con i loro territori, le loro leggi, i loro magistrati e i loro eserciti. Parlare di ‘nostalgia’, non di ‘esigenza’, di sovranità significa avere trasformato in una fase di storia universale le manovre imperialistiche svoltesi all’interno della UE, volte invece a sopprimere la sovranità della sola Europa meridionale in favore di quella settentrionale. È un grave errore di valutazione, la cui sorgente è l’illusione internazionalista, questa sì definitivamente passata – non solo perché non ci sono al momento rivoluzioni internazionaliste né soggetti politici ad averla in programma, ma anche perché tutte le rivoluzioni internazionaliste hanno mostrato di avere una determinazione essenzialmente nazionale (russa, cinese, cubana …), così che l’internazionalismo è sempre stato nel migliore dei casi una vuota retorica, nel peggiore l’ideologia dell’imperialismo sovietico. L’errore di contenuto va insieme a un errore di forma. Ogni confutazione ha un metodo: deve iniziare dalla verità del concetto da confutare e finire col mostrarne la falsità. Invece Negri, dopo aver promesso con il titolo della sua conferenza un’argomentazione che confuti il concetto di sovranità, dunque un’argomentazione che termini con l’annullamento del concetto, inizia presupponendolo già nullo.

“L’autonomia del politico” è infatti oggi da molti concepita come una forza di redenzione per la sinistra – di fatto la ritengo una maledizione dalla quale rifuggire. Uso la frase “autonomia del politico” per designare argomenti che pretendono che il processo decisionale in politica possa e debba essere tenuto al riparo dalle pressioni della vita economica e sociale, dalla realtà dei bisogni sociali.

La sovranità non ha nulla a che fare con la pretesa che la politica debba essere tenuta al riparo dalle pressioni della vita economica e sociale, dalla realtà dei bisogni sociali: chi mai ha potuto sostenere questa posizione? ‘Sovranità’, dal punto di vista interno allo Stato, significa che la politica regola il mercato capitalistico in modo da porlo al servizio dei bisogni sociali.
Negri distingue tre tipi di ‘nostalgici’ della sovranità.

Alcune delle figure contemporanee più intelligenti che propongono l’autonomia del politico lo concepiscono come un mezzo per restaurare il pensiero politico liberal (di sinistra) strappandolo al dominio ideologico del neoliberismo, come antidoto non solo e non tanto alle politiche economiche distruttive del neoliberalismo, ivi comprese privatizzazione e deregulation, ma piuttosto ai modi nei quali il neoliberalismo trasforma e domina il discorso pubblico e politico: il modo nel quale esso impone una razionalità economica sopra il discorso politico e mina ogni ragionamento politico che non obbedisca alla logica di mercato. […] Sostenere l’autonomia del politico in questo contesto è dunque un modo per rifiutare il dominio della logica di mercato e per restaurare il discorso politico della tradizione liberal, dei diritti, della libertà e dell’eguaglianza – dell’égaliberté, come la chiama Etienne Balibar – che ha forti risonanze nell’opera di Hannah Arendt  e che va indietro almeno fino a John Stuart Mill. Si può riconoscere che queste critiche liberal del neoliberalismo sono oneste ma si deve aggiungere che sono inadeguate ad un progetto democratico. Da un lato, nozioni politiche di libertà ed eguaglianza che non attacchino direttamente le basi economiche e sociali dell’ineguaglianza e della mancanza di libertà, in particolare le leggi della proprietà e del comando sopra la nostra vita produttiva e riproduttiva, fan da sempre prova della loro inadeguatezza. D’altro lato, la potenzialità ovvero l’esistente capacità della gente di governarsi collettivamente, sarà in questa luce sempre oscurata e, quindi, quella vera democrazia che è costituita da una moltitudine capace di determinare decisioni politiche, apparirà sempre e solo una nobile idea per qualche momento di un futuro indefinito. “I teorici liberal che guidano il treno dell’autonomia del politico non arriveranno mai a destinazione”: sottolinea con enfasi un mio amico.

La prima specie di nostalgia sovranista è l’esigenza sentimentale di tenere separato discorso politico e discorso economico per timore che il totalitarismo di mercato elimini il politico e la prospettiva della libertà e dell’uguaglianza. La critica di Negri, che questi nostalgici non attaccano le basi strutturali che producono ineguaglianza e non libertà e non hanno fiducia nelle virtù democratiche delle masse, non tocca però il cuore della questione perché, come i nostalgici che essa attacca, non riflette su libertà e uguaglianza: crede che si possa operare un’unica manovra per ottenerle entrambe; quest’unica manovra tuttavia non esiste perché libertà e uguaglianza sono in contrasto essenziale. È evidente che la libertà, intesa nel senso comune come autonomia individuale, produce ineguaglianza e che l’uguaglianza produce limitazione della libertà individuale. Come è proprio dell’essenza del mercato tenere ferma la libertà del singolo e produrre ineguaglianza così è proprio dell’essenza dello Stato tenere ferma l’uguaglianza e limitare l’autonomia del singolo. Non si può sfuggire a questo dilemma, lo si può soltanto comporre nell’idea di Stato costituzionale. Così, quando rifiuta con orrore la sovranità dello Stato, senza che se ne accorga, Negri rifiuta l’uguaglianza e si avvicina pericolosamente al liberismo, con il quale in effetti condivide l’idea che gli individui siano in grado di organizzare spontaneamente la società e l’economia. Il fatto che Negri non chiami ‘mercato’ questa organizzazione spontanea e non ne riconosca il potenziale di ineguaglianza non depone a suo favore: significa soltanto che non disponendo di una intuizione della realtà umana, si ferma al sentimento rousseauiano e che non ha la coerenza del liberismo. Egli non pensa la libertà e l’uguaglianza, le sogna; quindi crede che possano essere rimosse le basi economiche e sociali dell’ineguaglianza e della mancanza di libertà. Se però si rimuovesse l’illibertà individuale (cioè lo Stato) si produrrebbe l’ineguaglianza assoluta e se si rimuovesse l’ineguaglianza (cioè il mercato) si produrrebbe l’illibertà; se si rimuovessero entrambe l’uomo tornerebbe animale, né libero, perché cosa tra le cose, né uguale, perché preda delle differenze naturali. Lo Stato costituzionale sovrano le pone entrambe in quanto garantisce un’uguaglianza qualitativa autorizzando l’ineguaglianza quantitativa, ossia fissa la misura della libertà individuale così da consentire a ciascuno l’uguaglianza essenziale.

lunedì 31 luglio 2017

Poesie per Massimo

(Sei anni fa moriva Massimo Bontempelli. Vi propongo alcune poesie scritte in sua memoria, pubblicate nella mia recente raccolta. M.B.)




Per un Maestro (Massimo Bontempelli 1946-2011)



1.
Difficile spiegare chi eri.
Mi prenderebbero per pazzo.
E non sono molto coraggioso,
lo abbiamo sempre saputo.
Ma non ti ho rinnegato, questo certamente no,
anche se il gallo ha cantato molte volte da allora.
Mi chiedo se ti ho meritato.
Penso di no.
Sì, c'è ancora tempo,
non sono finito,
ma non credo di avere le forze
per fare molto più di ciò che ho fatto.
Ho troppi conti da pagare,
troppe email a cui rispondere,
e devo curarmi
una discopatia alle cervicali.
Cerco di salvarmi la vita.
Perché non ritornerai circondato di gloria
alla destra del Padre,
lo sappiamo bene.
E allora questo solo posso dirti.
Perdonami, accoglimi, ascoltami.
Come hai sempre fatto.



2.
Plotino si vergognava di avere un corpo.
Hegel non saprei, ma credo di no.
Il tuo problema non era certo la vergogna,
era il dolore, quel buco nero
che ti ha rubato i giorni della vita,
e alla fine ti ha ucciso.
Ma quando ti lasciava libero
nel tuo corpo non ci stavi male.
Ti godevi le piccole cose:
un buon caffè, una spiaggia tranquilla,
il silenzio, soprattutto.
Ti muovevi con un po' di incertezza.
Era forse l'eccesso di cose
che portavi al futuro.
Cercavi, esitando, con chi dividerle.
Qualcuno l'hai trovato, dopotutto.
Dopotutto, sei stato felice.



3.
Come si può vivere decentemente
in un tempo senza speranza
come il nostro?
Ce lo siamo chiesti a lungo, ricordi?
Dovevamo anche scriverci un libro.
Tu avresti parlato di Proclo e Giamblico.
Il tuo destino ha deciso diversamente.
Hai fatto quello che hai potuto.
Hai protetto i semi
che forse nasceranno.
Hai copiato antichi manoscritti.
Hai detto, a chi la chiedeva,
la parola che aiuta,
e forse salva.
Hai fatto quello che hai potuto.
Come fanno tutti, si potrebbe dire.
Ma davvero non come tutti.



4.
Cos'è che ci salva?
Era questa la domanda
che non ti ho mai fatto,
distratto dalle tante altre cose
di cui volevo parlarti.
Perché alcuni sono sommersi
dalle onde della vita
e sprofondano giù,
nel buio, perduti,
e altri riescono ad afferrare
un senso che riscatta il dolore
e ti salva?
Dove sta l'impercettibile
punto di svolta?
Il crinale fra coraggio e viltà?
Forse non avresti risposto,
scuotendo la testa imbarazzato,
come quando mi vedevi commettere
i miei errori.
In interiore homine habitat veritas.
E Sant'Agostino, lo possiamo dire,
se ne intendeva.
Ma forse so perché non te l'ho mai domandato.
Perché non era quello che volevo chiederti
ma solo
salvami, ti prego”.
E questo davvero
non lo potevi fare.



5.
La storia ha un modo di ridere che è ripugnante
scriveva un poeta che amo.
Parlava della grande Storia dei popoli e delle classi.
Ma anche le piccole storie degli individui
non sono da meno.
Ti è sempre mancato il tempo
per scrivere, per dare al mondo quello
che solo tu potevi,
e quando finalmente il tuo orizzonte si è aperto
la vecchia falce l'ha richiuso,
quasi subito.
Ho fatto i conti,
hai dato esattamente
l'otto virgola tre periodico per cento
di quello che avevi.
Anche così, è stato sufficiente
a cambiarmi la vita.
Ma adesso i demoni meschini
sono lì che mi attendono,
ghignando,
adesso che tu non ci sei.



6.
Gli uomini sono esseri mirabili
scriveva ancora quello stesso poeta
parlando del celebre marxista ungherese.
Chissà cosa intendeva veramente.
Di certo tu non ti saresti mai
espresso così.
Conoscevi troppo bene i nodi
che dentro ognuno di noi
legano il bene al male,
le piccole viltà che ci rendono impossibile
ciò che in verità potremmo.
Mirabile è ciò che nell'uomo
può manifestarsi
se lo sappiamo volere.
Gli uomini sono esseri liberi”
avresti forse detto
e ne pagano il prezzo”



7.
Ti mancava l'ironia,
questa forma civilizzata
dell'odio.
Eri incapace di odiare,
appunto.
Ridevi come ridono i bambini.
Temevo che non sapessi proteggerti.
Avevo paura per te.
Che sciocco.
Alla fine
sei tu che hai vinto.



8.
Raccolgo cose disperse che abbiamo scritto,
ne faccio un libro
dalla copertina buia,
come i tempi che ci attendono,
e che tu non vedrai.
Non oso soffermarmi a pensare
allo spreco assurdo
di te
che il nostro tempo ha fatto.
Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti
scrissero i due saggi tedeschi.
Ma quando né la classe dominante
né quella dominata
hanno più nulla
che assomigli a un'idea
che cosa domina il tempo?
La risposta è ovvia,
il nulla produce il nulla,
il vuoto che corrode
tutto ciò che appare solido
e si dissolve nell'aria.
Non era il tempo per te.
In fondo è già molto
se ti hanno lasciato vivere.



9.
Il grande poeta tedesco
esaltava l'umile
che strappa al saggio la saggezza
perché sa volerla.
A te non bisognava strappare nulla,
eri pronto a dare
sapere e sapienza,
ma certo bisognava volerlo
e assumersene
le conseguenze.
Posso dire di averlo fatto?
Nel mio modo imperfetto,
poco utile,
e poco coraggioso,
lottando contro le ansie 
che mi porto dentro,
sì,
l'ho fatto.




In interiore homine habitat veritas”: Sant'Agostino, appunto
un poeta che amo”: Franco Fortini
celebre marxista ungherese”: György Lukács
i due saggi tedeschi”: ovviamente, Marx ed Engels
grande poeta tedesco”: B.Brecht, nella “Leggenda sull'origine del libro Taoteking dettato da Laotse sulla via dell'emigrazione”.





























giovedì 13 luglio 2017

Sulla decadenza della scuola nel neoliberismo (P.Di Remigio)

(Riceviamo da Paolo Di Remigio e volentieri pubblichiamo. M.B.)



Il Fronte Sovranista Italiano e la scuola pubblica italiana

(Paolo Di Remigio)



1. Ciò che resta della scuola pubblica è uno dei risultati del programma di trasformazione sociale perseguito con lungimirante tenacia e studiata lentezza dalle oligarchie liberali anglosassoni: a partire dagli anni '80, esse hanno riavviato la guerra fredda contro l'URSS e in un decennio l'hanno spinta al tracollo; poi hanno imposto in tutto il mondo le liberalizzazioni, cioè l'abolizione delle leggi (lacci e laccioli) che frenavano l'iniziativa economica, e le privatizzazioni, cioè l'acquisizione dei beni pubblici da parte dei monopolisti privati. L'emarginazione dello Stato dall'economia che ha reso onnipotenti le grandi concentrazioni capitalistiche transnazionali è indicata con il nome asettico di globalizzazione. Soppresse le regole con cui gli Stati regolavano il mercato così da attutirne le asimmetrie e le disfunzioni, i capitali si sono precipitati dove il costo del lavoro era più basso; chiuse le aziende in Occidente e riaperte in Oriente, incoraggiata l'immigrazione dei lavoratori dal Meridione, i lavoratori relativamente garantiti in Occidente sono stati esposti alla concorrenza di quelli non garantiti in Oriente; la disoccupazione montante cancellando la loro forza contrattuale li ha condannati alla precarietà e al pauperismo.
In Europa artefici della globalizzazione sono state le burocrazie della UE. Nel documento del Fronte Sovranista Italiano dedicato alla scuola[1]  è riportata una dichiarazione della Commissione Europea secondo cui «la UE si trova di fronte a una svolta formidabile indotta dalla mondializzazione e dalle sfide relative a un'economia fondata sulla conoscenza». Si noti come la globalizzazione appaia qui non come un programma di un soggetto politico, non come storia, ma come una fase storico-filosofica, a cui non resta che adeguarsi. Si noti ancora l'oscurità del carattere della nuova fase: ‘economia fondata sulla conoscenza’. In realtà l'economia è sempre fondata sulla conoscenza: in ogni caso raccogliere, cacciare, produrre consistono nell'applicare tecniche e le tecniche implicano la disponibilità di conoscenze. Il contesto della delocalizzazione produttiva suggerisce il significato nascosto di questa espressione impropria: poiché la tecnica si divide in una fase ideativa e in una applicativa, in un sapere e in un fare, l'espressione rivela l'intenzione di mantenere in Occidente il sapere e di dislocare in Oriente il fare.
La frase successiva, per cui l'Europa deve diventare «l’economia della conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, capace di una crescita economica duratura», intesa in riferimento esterno al mondo, oltre a denunciare la velleità imperialistica della UE, le attribuisce la volontà di un'asimmetria anziché l'obiettivo dell'equilibrio generale; ma l'asimmetria economica, lungi dal poter consentire la desiderata crescita duratura, induce le amarissime crisi. Intesa in riferimento interno, la frase annuncia la volontà di scatenare una concorrenza tra i lavoratori che producono conoscenza, per abbassare i costi delle loro retribuzioni, così da aumentare i profitti. La scuola deve provvedere al capillare assoggettamento al capitale dei lavoratori della conoscenza, così da perfezionare la proletarizzazione del ceto medio di cui sono parte.
Applicata alla scuola, la retorica dell’economia della conoscenza provoca però una contraddizione non meno grave dell'attendersi la crescita duratura dall'intensificazione della competitività. La scuola funzionale all'economia della conoscenza dovrebbe essere più licealizzata e meno professionalizzante, orientarsi, anziché all'applicazione particolare, alla teoria generale; è il generale infatti, in virtù della sua astrazione dal particolare, ad essere flessibile e applicabile ai più differenti ambiti empirici; dunque più grammatica per facilitare l'apprendimento delle lingue e procurare agilità logica, più matematica per sviluppare le capacità di astrazione e di rigore dimostrativo, più storia per sviluppare il senso della complessità, più filosofia per sviluppare il senso critico.
Nulla di tutto ciò. Ignorando il significato di ciò che dichiara, la Commissione europea pretende che il ruolo della scuola sia quello di «dare la priorità allo sviluppo delle competenze professionali e sociali, per un migliore adattamento dei lavoratori alle evoluzioni del mercato del lavoro (CEE 1997)». Una pretesa contraddittoria: se il mercato del lavoro si evolve, se ogni tecnica particolare diventa subito obsoleta ed è sostituita da un'altra tecnica particolare, è necessario insegnare meno tecniche particolari professionalizzanti condannate all'effimero, e più principi generali che restano stabili nell'evolversi della tecnologia: meno tornio, meno fresa, più matematica, più fisica, meno competenze concrete (professionali e sociali), più competenze universali, valide cioè in ogni situazione.

lunedì 10 luglio 2017

Come si cambia....

Dalla pagina facebook di Paolo Di Remigio riprendo la segnalazione di questi due interventi di Laura Boldrini.





"Come si cambia" è ovviamente il titolo di una bella canzone di Fiorella Mannoia. Ve la riproponiamo, giusto per ricordare come in Italia la musica leggera sia di livello infinitamente più alto della politica.