domenica 23 aprile 2017

Intellettuali democratici

Per capire la nostra situazione basta ascoltare la voce dei sinceri democratici come Philippe Daverio, il quale ci spiega che i piccoli centri francesi sono pieni di cretini (che sarebbero, si può intuire, gli elettori della Le Pen):

http://www.huffingtonpost.it/2017/04/23/la-le-pen-e-una-malattia-endemica-della-francia-intervista-a_a_22051838/?utm_hp_ref=it-homepage


Ma l'osservazione più interessante è che lui si è sforzato di arricchirsi perché "è maggiore la fatica che si fa per spendere poco che a guadagnare molto. La frugalità è faticosissima". Pensiero geniale. Perché mai i poveri non fanno lo stesso e restano poveri, continuando a fare i conti sui centesimi per arrivare alla fine del mese? Devono essere stupidi, e infatti poi finiscono per votare Le Pen o Grillo.

Infine, con grande espressione di solidarietà, Daverio ci spiega che, dopo essere stato salvato da un tumore dalla sanità pubblica italiana, se ne va dall'Italia per non pagare le tasse. Potrebbe aggiungere il gesto dell'ombrello, e sarebbe una degna conclusione.

martedì 18 aprile 2017

A proposito di destra e sinistra

Martin Schulz dovrebbe essere, salvo errore, lo sfidante della Merkel nelle prossime elezioni tedesche. Questi due articoli (il primo è una intervista di qualche anno fa) mostrano, una volta di più, come non ci sia nulla a aspettarsi dai ceti politici euristi, di destra o di sinistra. L'unica cosa davvero interessante è il passaggio nell'intervista del 2012, nella quale Schulz spiega che la fine dell'euro comporterebbe il fatto di tornare a un marco "estremamente forte, che renderebbe le esportazioni tedesche molto più costose. L’industria automobilistica tedesca dovrebbe temere non più la Cina, ma la Francia e l’Italia, la Peugeot, la Citroën e la FIAT". Chi l'avrebbe mai detto....  


http://vocidallestero.it/2017/04/06/schulz-senza-leuro-la-germania-dovrebbe-temere-non-la-cina-ma-litalia/


http://vocidallestero.it/2017/04/14/ft-schulz-vuole-proseguire-la-linea-tedesca-dellausterita-per-leuropa/

lunedì 17 aprile 2017

Piccole verità crescono

Marvyn King ha diretto la Banca d'Inghilterra dal 2003 al 2013. In questa intervista al "Fatto", di qualche tempo fa, dice alcune cose interessanti:

https://www.pressreader.com/italy/il-fatto-quotidiano/20170406/281754154173895


Condivisibile il commento a questa intervista apparso sul blog "Militant":

http://www.militant-blog.org/?p=14303



domenica 16 aprile 2017

Per la critica dell'etica moderna (P.Di Remigio)

(dall'amico Paolo Di Remigio riceviamo e volentieri pubblichiamo. M.B.)


È nota la differenza tra giudizi di fatto e giudizi di valore: un giudizio di fatto è vero se corrisponde al fatto, falso se non gli corrisponde; invece un giudizio di valore non può essere né vero né falso perché non cerca di esprimere quello che i fatti sono ma quello che i fatti devono essere. Il termine ‘dovere’ ha qui un significato particolare: indica non un'ineludibilità, ma un'esigenza soggettiva universale, alla quale i fatti restano però indifferenti. Per esempio: l'uomo deve rispettare la legge, ma di fatto può anche non farlo; oppure la virtù deve essere compensata dalla felicità, ma i fatti sono indifferenti alla virtù, quindi solo per caso permettono un'effettiva corrispondenza. Da questo significato di ‘dovere’ come necessità soltanto soggettiva, una necessità che è dunque semplice possibilità, si scivola verso le due concezioni antitetiche che oggi si spartiscono le macerie della filosofia: da una parte quella segretamente dominata dal primato della ragione pratica, per la quale l'indifferenza dei fatti all'esigenza soggettiva è contrassegno della loro inadeguatezza ontologica, dall'altra quella dominata dalla ragione teorica, che si rassegna a una scienza priva di verità e nel contempo nega razionalità alla teoria morale. Entrambe le concezioni si pongono mediante un rifiuto: l'una squalifica la scienza a partire dal primato del soggetto fenomenologico, ontologico o esistenziale, l'altra squalifica l'etica negando il senso al suo linguaggio e riduce la stessa scienza a strumento del desiderio. Ne esce distrutta la filosofia che non può più supporre né la verità della scienza né l'etica come scienza.
Il processo di dissoluzione dell'etica ha un inizio ormai lontano, nell'epoca moderna, quando si rafforzò il ceto del denaro, si formò la società civile e il proprietario pretese un rapporto contrattuale con lo Stato: il proprietario, che si rapporta agli altri secondo i propri interessi così da generare la società civile, pretende l'intangibile legittimità etica per la propria sete di denaro e per il libero mercato che la media, e la nega allo Stato in quanto la nobiltà ne ha il controllo. La sua arma polemica è l'accusa di parassitismo economico – rivolta a partire dal rivoluzionario Sieyès fino al positivista Saint-Simon, così di frequente e con tale efficacia che ancora oggi si stenta a ricordare che la nobiltà è il ceto che ha il compito di difendere la società. – Il sospetto di sostanziale inutilità dello Stato e la pretesa dell'autosufficienza della società civile generano la mitologia borghese dello stato di natura; Locke ne fa l'archetipo della società civile orientata all'arricchimento pacifico.
Nella prospettiva di questa illusione, lo Stato appare all'interno come un limite artificiale all'affarismo del libero mercato armonizzato dalla mano invisibile; ma ciò che è artificiale e si oppone all'armonia naturale dipende dalla volontà, da una cattiva volontà; per questo, all'interno, lo Stato non può che apparire intimamente corrotto. Ne segue la necessità di minimizzarlo – non di annullarlo. Per quanto con l'internazionalismo la tradizione marxista abbia fatto suo l'ideale del cosmopolitismo, la borghesia capitalista che lo ha partorito non lo ha mai preso sul serio, lo ha sempre usato come ideologia. Il punto è che l'epoca capitalistica è stata dominata da Stati isolati dal mare, l'Inghilterra prima, poi gli Stati Uniti; dunque la caduta dei muri artificiali è stata da sempre abolizione delle frontiere degli Stati continentali, non di quelle degli Stati imperiali che, come l'antica Creta, avevano il mare come muri. Il cosmopolitismo moderno è l'ideologia dell'imperialismo anglosassone. Quando la massoneria al suo servizio la inocula i suoi vassalli, per i vassalli lo Stato diventa addirittura un abuso che occorre sopprimere per aprire la società, perché si esercitino le libertà naturali, quelle che oggi si chiamano diritti umani.
Dal punto di vista filosofico la quintessenza dell'etica borghese è la moralità kantiana, il tentativo paradossale di stabilire come suprema legge morale la facoltà legislatrice del soggetto desiderante. Questi agisce secondo sue massime; legata al desiderio, una massima ha dapprima un contenuto particolare, opposto cioè a un altro contenuto; ma il particolare può anche avere valore universale, il mio desiderio può coincidere con il desiderio di tutti; secondo Kant è morale il soggetto che agisce secondo quella massima che universalizzata (posta dal soggetto in forma di legge) non nega se stessa. Poiché la massima soggettiva è morale se può prendere forma di legge, è morale il soggetto che obbedisce alle proprie leggi.
Hegel ha mostrato che la sostanza logica della moralità kantiana è la tautologia. ‘A è A’, infatti, inizia da un contenuto particolare A, ne supera la particolarità tramite lo ‘è’, e finisce in un predicato che è di nuovo ‘A’: lo stesso ‘A’, che come soggetto era esistenza casuale, ora come predicato è anche universale, legge. Mediante la sua forma la tautologia significa che il singolare come tale è universale, che il quid facti è anche quid juris. Ma l'universalità della tautologia è vuota, formale: non contiene i particolari opposti, non è l'unità di A e non-A, consiste invece soltanto nella forma di predicato; dunque le si adatta qualunque contenuto: come è vero che A è A così è altrettanto vero che non-A è non-A; nel caso della moralità: come posso considerare legge questa determinata massima, così posso considerare legge anche la massima contraria; nel caso della politica: come da buon liberale posso considerare sacra la proprietà e furto ogni sua negazione, così da buon socialista posso considerarla furto e sacra la non-proprietà. In definitiva è l'io desiderante che sceglie quale sua massima determinata mettere in forma di tautologia, far apparire cioè come legge; l'io desiderante è legislatore, nel senso più estremo per cui ciò che desidera lo considera non solo suo desiderio ma anche legge universale. Poiché consiste nel far apparire universale una massima che in quanto tale ha sempre valore particolare, la legge morale, anziché manifestare la libertà universale dell'individuo, ne consacra il desiderio, anziché essere il criterio della moralità, è la forma più radicale dell'immoralità.
La teoria morale kantiana, che cercando di superare l’eudemonismo illuminista finisce in un formalismo capace di consacrare qualunque desiderio, è il culmine della decadenza moderna dell’etica. Lo sforzo contraddittorio di cercare proprio nell'autonomia soggettiva una legge che limiti il desiderio soggettivo nasce dall'avere disconosciuto la natura politica della libertà e dall'avere squalificato come eteronomia la legge politica. Aver concepito la libertà come desiderio e sua soddisfazione, ha ridotto la legge politica a limitazione alla libertà, parziale nel caso del liberalismo, totale nel caso dell'apologia hobbesiana dell'assolutismo; e così, come scriveva Benjamin, l'anarchia resta l’unico stato morale degno dell'umanità. Poiché nasce dalla singolarità del desiderio, l'etica moderna resta al di qua dell'universale, indifferente alla scienza. E viceversa, poiché l'etica perde consistenza conoscitiva, la stessa scienza perde il legame con l'idea di bene e si degrada a mezzo del desiderio.
Il legame tra ragione teoretica e ragione pratica era chiaro agli antichi. L'etica dipende dalla scienza: per Aristotele è il λόγος che consentendo la determinazione della giustizia fonda lo Stato; per il suo maestro Platone la base dello Stato è la σοφία; per entrambi la pratica della scienza è la felicità, che la scienza comandi è la virtù, rifiutare la scienza per abbandonarsi all'imperio del desiderio e dell'opinione è il male di cui è responsabile la sofistica. Viceversa: la scienza dipende dall'etica. Solo il soggetto libero dal desiderio è capace di scienza e la scienza è l'atteggiamento che permette di scorgere il bene nel caos del divenire, ossia di rinvenire le connessioni finalistiche nell'esperienza; solo queste connessioni sono i fatti. Invece per l'opinione chiusa nel proprio desiderare non ci sono fatti, solo interpretazioni in cui il soggetto è sovrano.
In quanto abilita il pensiero a rinvenire le connessioni finalistiche nell'esperienza, la scienza inizia con Platone, con la determinazione dell'ἰδέα. Della teoria delle idee si comprende la trasfigurazione del particolare nell'universale, sfugge però la natura finalistica dell'universale e resta dunque nascosto il senso complessivo. A differenza delle realtà sensibili che esibiscono un'ingannevole totalità, l'idea platonica, qual è determinata magistralmente nel ‘Menone’ e nel ‘Fedone’, è costitutivamente frammentaria, è universale soltanto come limite universale: contemplarla come tale significa esserne sospinti verso l'idea opposta. L'idea è dunque l'oggetto purificato in modo da non lasciare il soggetto padrone di se stesso, ma da spingerlo verso un'altra idea. Questa spinta, la dialettica, nella sua totalità è il bene; in quanto se ne fa guidare rinunciando al proprio movimento arbitrario, il soggetto è pensiero. Che la libertà renda liberi va così inteso cum grano salis: non significa che il soggetto possa conservare la sua opinione, ma soltanto che partecipa al movimento finalistico delle idee; e il muoversi in armonia con le idee è la conoscenza razionale che lo orienta nel mondo del divenire.
Esperti del valore del limite, gli antichi hanno espresso senza reticenze il carattere condizionato della libertà individuale. La libertà per gli antichi è prerogativa di uno Stato rispetto agli altri Stati: è la πόλις che deve essere libera rispetto alle altre πόλις; per gli individui la libertà, anziché un possesso originario nel senso dei moderni ‘diritti umani’, è un effetto di quella libertà. Di qui il significato determinato della virtù come dedizione alla libertà della πόλις: la virtù suprema dell'individuo consiste nell'essere cittadino, nel produrre e difendere la libertà politica. Questo produrre e difendere è il legame fondamentale, l'unità etica in cui si dà il reciproco riconoscimento tra gli individui, rispetto al quale l'asocialità che secondo il moderno Hobbes domina l'umano scade al livello di pettegolezzo. Contro l'universalità soltanto formale dell'imperativo categorico che cancella la limitatezza di ogni massima e le conferisce una totalità illusoria, la libertà della πόλις è l'universalità concreta, da cui scaturisce l'etica individuale.

domenica 19 marzo 2017

Quale futuro per Genova?

di Fabrizio Tringali 
Genova. Leggo sui giornali che sarebbe pronta la lista dei fuoriusciti dal M5S. La cosa non è particolarmente interessante. La mia speranza è che con la frattura del M5S si creino finalmente le condizioni per la nascita di un movimento cittadino popolare capace di unire tutti quelli che vogliono costuire un'alternativa politica partecipativa.
Cosa che fino ad oggi non è stata possibile perché si finiva sempre per dividersi fra chi confluiva nel M5S, e chi ne vedeva i limiti e le contraddizioni (e non voleva farsi dirigere da Grillo, Casaleggio e i loro caporali locali).
Come prevedibile, i primi ottenevano di far parte di un movimento con una forza elettorale consistente, ma con una pratica politica totalmente incoerente rispetto alle proprie parole d'ordine principali (democrazia diretta... si, diretta da Grillo e Casaleggio);
i secondi mantenevano la coerenza, ma senza la possibilità di costruire un consenso elettorale significativo.
Ecco, vorrei che una eventuale lista per il Comune e per i Municipi fosse espressione di un progetto davvero nuovo, capace di superare le divisioni precedenti, inclusivo e coerente. Non della delusione (pur del tutto legittima) di chi sta abbandonando il M5S.


Foto scaricata dalla seguente URL: http://cit.h-cdn.co/assets/15/07/980x490/landscape_nrm_1424009772-apertura_genova_flare.jpg

sabato 18 marzo 2017

Una coalizione di cittadini per Genova!

di Fabrizio Tringali


Cinque anni fa, un gruppo di persone, appartenenti a diverse associazioni e movimenti civici, tentò, senza riuscirvi, di dar vita a una lista civica realmente indipendente dal sistema partitico ed orientata alla democrazia partecipativa.
Oggi è possibile realizzare quel che allora fallì ?
E' possibile pensare di costuire, finalmente, una speranza per la nostra città?

Il traguardo delle elezioni è vicino. Qualcuno si è già messo in cammino, altri stanno riflettendo, altri ancora si sono allontanati o hanno ridimensionato il proprio impegno. In questo quadro, nessuno sembra sufficientemente attrezzato per proporre, da solo, una realistica alternativa all'orrendo arco di forze politiche oggi esistente, costituito da chi è direttamente responsabile del declino (come le forze di centrodestra e di centrosinistra) oppure da chi è palesemente inadatto ad opporvisi (come il M5S ormai totalmente degenerato in un partito leaderistico-aziendale).

L'unica speranza è riunire tanti cittadini in una coalizione per Genova. A partire da coloro che sono quotidianamente attivi nella difesa dei beni comuni, dei servizi pubblici, del lavoro.

Penso ad una coalizione di cittadini per Genova, larga e variopinta.

Normalmente, quando si pensa ad un'aggregazione eterogenea, si immagina che i partecipanti facciano un passo indietro, rispetto alle proprie appartenenze, facendo sparire i propri simboli. A mio parere sarebbe molto più opportuno il contrario: fare tutti un passo avanti, mantenendo propri nomi, simboli, parole d'ordine.

Mi piace pensare ad una coalizione in cui ogni gruppo aderente possa manifestarsi apertamente, diffondere materiale, fare proselitismo. Purché lo faccia nel rispetto degli altri gruppi e promuovendo contemporanemente la coalizione stessa.

Una coalizione senza leader nascosti e inarrivabili, senza intrecci coi poteri economici, senza altro obiettivo se non quello di restituire Genova ai suoi legittimi proprietari: i suoi cittadini.

Una coalizione che prenda l'impegno di dire la verità, in particolare su come viene sperperato il denaro pubblico e sulle storture del cosiddetto "Patto di Stabilità Interno" imposto dall'Unione Europea, che costringe a continui tagli e costituisce la principale spinta alla privatizzazione dei servizi pubblici.

Per farcela, sarà più che sufficiente condividere poche regole (da sottoscrivere pubblicamente), e una piattaforma politico-programmatica essenziale (incentrata sulla difesa dei beni/servizi pubblici, la trasparenza, la dissoluzione dei legami fra politica ed affari privati).

In caso di vittoria elettorale: introduzione del bilancio partecipativo e di tutti i possibili strumenti di partecipazione democratica.

In caso di sconfitta: opposizione intransigente sui temi della difesa dei beni/servizi pubblici (come trasporti, acqua, verde cittadino); sostegno "gratuito" (cioè senza barattare alcunché) a tutte le delibere in linea con il programma della coalizione.

In ogni caso: nessuna alleanza con partiti o movimenti dell'attuale sistema, né prima né dopo le elezioni; massimo impegno per la crescita di tutte le forme di cittadinanza attiva e di impegno sociale, perché il nostro obiettivo principale non deve riguardare le elezioni, bensì la rinascita della città attraverso la partecipazione popolare.

Lancio in rete quest'idea, ben sapendo che probabilmente cadrà nel vuoto. Però sono convinto che si tratti di un'idea buona e vincente. La lascio a disposizione di chi vorrà eventualmente accoglierla.

Fabrizio Tringali

Immagine tratta da http://www.acrilico.org/wp-content/arcobaleno02.jpg

giovedì 16 marzo 2017

Furia del dileguare

Su Repubblica il solito attacco all'Università italiana:

http://www.repubblica.it/scuola/2017/03/14/news/_in_italia_neanche_un_posto_da_bidella_ad_harvard_guido_la_banca_dei_cervelli_-160493626/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P16-S1.6-T2


La storia è quella di una ricercatrice che in Italia non riesce a trovare un posto "neppure come bidella", emigra e fa carriera negli USA. Solo che stavolta un collega corregge la storia rivelando che la scienziata in questione aveva in realtà vinto un posto da ricercatore (che all'epoca voleva dire un posto a tempo indeterminato) e l'aveva rifiutato perché le proposte che aveva ricevuto negli USA erano più interessanti. La replica della scienziata emigrata conferma in sostanza questa versione, come potete leggere:

http://www.repubblica.it/cronaca/2017/03/15/news/bocciata_come_bidella_insegna_a_harvard_un_posto_in_italia_mi_fu_offerto_ma_con_fondi_e_spazi_per_la_ricerca_mimini-160603323/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P16-S1.6-T1


Si tratta di storie del tutto normali, per chi vive nell'ambiente universitario. Ma una storia normale non interessava alla giornalista, non poteva essere "sparata" con un titolo ad effetto. Se non fosse stato per il collega che si è preso la briga di correggere la versione dell'intervista originaria, a tutti sarebbe rimasto nella mente, appunto, il titolo ad effetto. Ed era questo che si voleva. E' evidente il senso di queste operazioni: si tratta di un episodio della campagna di denigrazione dell'Università pubblica che i giornali mainstream conducono da molto tempo. A sua volta, questa campagna è solo un aspetto della  generale guerra a tutto ciò che è pubblico, da tempo dichiarata dai ceti dominanti. Le plebi, le vere vittime di questa guerra, non capiscono nulla e applaudono allo spettacolo di questa distruzione dello Stato, di questa "furia del dileguare", invocando il pollice verso per il nuovo nemico, il dipendente pubblico.

lunedì 13 marzo 2017

Sul progressismo della sinistra

Un bell'intervento di Carlo Formenti

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/?p=21855


Formenti rappresenta un bell'esempio di un intellettuale di sinistra che, accettando di confrontarsi con la realtà e di ragionarci seriamente, arriva a capire molte cose e a distaccarsi dall'ambiente nel quale si era formato. Onore al merito. Purtroppo è solo l'eccezione che conferma la regola. E la regola è rappresentata dai poveracci che fanno casino contro Salvini a Napoli, e credono in questo modo di aver fatto qualcosa.

sabato 4 marzo 2017

Spostamenti oligarchici

Il sempre benemerito sito "Voci dall'estero" pubblica questa traduzione di un articolo di Ted Malloch, docente alla Henley Business School ma, soprattutto, accreditato come probabile prossimo ambasciatore USA presso l'UE:

http://vocidallestero.it/2017/02/28/ted-malloch-il-punto-di-vista-americano-sullintegrazione-europea/

Si tratta di una lettura molto interessante per capire le idee di quella parte dei ceti dominanti USA che si riconosce in Trump.

lunedì 20 febbraio 2017

Pausa

Per ragioni personali che riguardano gli autori, il blog si prende una piccola pausa, riprenderemo le pubblicazioni tra qualche giorno...

giovedì 9 febbraio 2017

Perché distruggere la scuola pubblica? (Paolo Di Remigio)

(Riceviamo e volentieri pubblichiamo. M.B.)






Perché distruggere la scuola pubblica?

Paolo Di Remigio



La vicenda della scuola pubblica italiana va inserita nella vicenda della repubblica: l'Italia è uno Stato non ancora emancipato dalla sconfitta nella seconda guerra mondiale, dunque a sovranità più o meno strettamente limitata dalle potenze vincitrici, cioè dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. Negli anni '90 la sua classe dirigente, abituata a un'ampiezza di movimento non più compatibile con i progetti neoconservatori statunitensi di impero globale, è stata liquidata e sostituita da avventizi alle dirette dipendenze dei poteri globali, che hanno occupato tutti i posti di gestione, dallo Stato alle banche, dai partiti ai sindacati, dai giornali ai pulpiti. Compito di questi proconsoli era la rinuncia a ogni sovranità dello Stato e l'attuazione di politiche economiche neoliberali; di qui l'adesione cieca alle più folli geopolitiche anglo-americane e la partecipazione autolesionistica al progetto europeo. Nel nome delle regole europee è stata smantellata l'economia mista; le imprese pubbliche che avevano portato l'Italia a diventare una delle maggiore potenze industriali sono state privatizzate; è stata ridotta la spesa pubblica; i servizi offerti dallo Stato sono diventati sempre più inefficienti e costosi per i cittadini; le pensioni così ridimensionate da dover essere integrate con la previdenza privata, le file d'attesa agli ospedali così lunghe da costringere a ricorrere alla sanità privata oppure a rinunciare a curarsi, la scuola pubblica così dequalificata da aprire la prospettiva di un'offerta di istruzione privata.


Lo Stato minimo implica la scuola minima. La scuola minima è quella che include, diverte, non istruisce. Se istruisse non ci sarebbe spazio per la scuola privata e questo offende il primo articolo di fede dell'ideologia neoliberale: la superiore efficienza dell'impresa privata rispetto all'impresa pubblica. Modello delle politiche scolastiche europee è diventato così il sistema educativo anglosassone che combina una scuola pubblica gratuita, ma degradata al punto da dover disporre i 'metal detector' per arginare le violenze, con una scuola privata, che promette facile accesso al mondo del lavoro, ma costosa, per frequentare la quale ci si può indebitare per tutta la vita – un sistema fallimentare a parere unanime, denunciato ultimamente dal primo ministro May e dal presidente Trump; un sistema che non può funzionare perché la scuola privata su cui poggia trasforma in cliente l'alunno, gli dà dunque una prevalenza sull'insegnante che rende improponibile la severità e la fatica dell'imparare; un sistema che però consente un imponente giro d'affari: solo se la scuola pubblica diventa un ospizio, può nascere una domanda solvente di istruzione qualificata, cioè genitori disposti a pagarla per i loro figli; solo questa domanda può sostenere un'offerta di istruzione qualificata, cioè una scuola privata che non sia più soltanto confessionale o parassitaria della scuola pubblica, ma che costituisca il centro nevralgico del sistema di istruzione.

martedì 7 febbraio 2017

Il potere sul lavoro

Una testimonianza interessante:


http://vocidallagermania.blogspot.it/2017/01/vita-di-un-hartz-iv.html?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed:+VociDallaGermania+(Voci+dalla+Germania)




Il potere sul lavoro è ovviamente il tema occulto della tante "riforme" cui abbiamo assistito, nei vari paesi europei.


Aggiunta h. 20,00:


http://www.corriere.it/cronache/17_febbraio_07/precario-30-anni-si-toglie-vita-drammatica-lettera-michele-ci-hanno-rubato-felicita-lavoro-1c7408f4-ed56-11e6-9982-e7f0326adfad.shtml




Anche questo è potere sul lavoro. A chi non lo capisce si può solo indicare la necessità di studiare. Immagino che si sprecheranno molte parole sul gesto di questo giovane. Non intendo aggiungere le mie, preferisco recuperare, da un altro tempo, queste di Fortini, alle quali spero si vorrà perdonare un'ombra di enfasi:


"Sappiamo bene che la distruzione di sé ha motivi occulti alla coscienza. Ma ci basta che una società abbia fornito, oltre alle armi, le parole della disperazione, le sue razionali ragioni, perché il giudizio che su di essa avevamo potuto pronunciare nella prima metà della nostra vita non abbia più bisogno di essere rinnovato ma solo eseguito."
(F.Fortini, Insistenze, Garzanti 1985, pag.158)

venerdì 3 febbraio 2017

La sinistra di servizio

Di servizio ai potenti, s'intende. Se si sfascia il PD siamo certo contenti (un'arma in meno in mano al nemico) ma ovviamente questo non vuol dire che si possa avere una qualche fiducia in D'Alema. Su tutta la questione dice l'essenziale Leonardo Mazzei:


http://sollevazione.blogspot.it/2017/02/loperazione-sistemica-di-massimo-dalema.html

giovedì 2 febbraio 2017

Finiti i giochetti

Finiti i giochetti di Renzi, arriva la manovra, quella vera:


http://www.repubblica.it/economia/2017/02/02/news/il_tweet_di_padoan_nessuna_manovra_estemporanea_-157411532/?ref=HREA-1


Notevole che Padoan paventi il pericolo di una "riduzione della sovranità economica", nel momento in cui pianifica di sottrarci altri miliardi per obbedire alle ingiunzioni UE. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.

domenica 29 gennaio 2017

Globalizzazione e internazionalismo. Un commento a Löwy


Paolo Di Remigio commenta un articolo di Michael Löwy. Il testo di Löwy non è recente, ma è indicativo di come un intero strato dell'intellettualità "critica" internazionale tratta questi temi. Lo trovate qui:






Per comodità del lettore, abbiamo aggiunto alla fine del commento di Di Remigio, una traduzione, ad opera dello stesso Di Remigio. Ringraziamo ovviamente l'amico Paolo per il contributo.
(M.B.)


Paolo Di Remigio: Su globalizzazione e internazionalismo. Un commento a Löwy.





Nonostante il ‘Manifesto’ di Marx ed Engels abbia avuto un numero di pubblicazioni secondo soltanto alla Bibbia, per Löwy i due testi non avrebbero molto in comune; la loro differenza sostanziale sarebbe che Marx ed Engels non sperano in un dio, in un messia, per loro sono gli oppressi che liberano se stessi. A questa opinione va obiettato da una parte che Gesù esige da chi lo segue la conversione, ossia una vita da subito conforme a quella del Regno di Dio, dall'altra che il determinismo storico, di cui lo stesso Löwy lamenta la presenza nel ‘Manifesto’, libera gli oppressi a prescindere dalla loro azione, cioè svolge esattamente la funzione che il dio o il messia svolge nella religione cristiana.


D'altra parte, che gli oppressi liberino se stessi è una lettura troppo riduttiva delle idee di Marx ed Engels; e il ‘Manifesto’ non avrebbe avuto il suo successo se si fosse affidato a una fiducia così ingenua. Esso racconta invece una precisa evoluzione del proletariato, per cui da moltitudine dispersa diventa una massa omogenea e compatta; questa massa è però rivoluzionaria solo potentia, lo diventa actu quando diventa classe acquisendo consapevolezza di sé. E non l'acquista col semplice trascorrere del tempo, ma assorbendo i ceti medi proletarizzati, soprattutto quando ‘una parte della borghesia passa al proletariato, e segnatamente una parte degli ideologi borghesi che sono giunti a comprendere teoricamente il movimento storico nel suo insieme’. Perché ci sia rivoluzione non basta essere oppressi, non basta essere riuniti dallo sviluppo produttivo in grandi masse omogenee e comunicanti; occorre essere classe sociale che disponga della comprensione teorica , cioè che sia guidata dagli intellettuali borghesi che abbandonano la loro classe: queste condizioni fanno della rivoluzione in potenza – la guerra civile più o meno occulta – una rivoluzione in atto.


Alla fine del primo capitolo del ‘Manifesto’ appare la seguente sintesi: ‘La condizione più essenziale dell'esistenza e del dominio di classe borghese è l'accumularsi della ricchezza nelle mani dei privati, la formazione e l'aumento del capitale; condizione del capitale è il lavoro salariato. Il lavoro salariato si fonda esclusivamente sulla concorrenza degli operai fra di loro. Il progresso dell'industria, del quale la borghesia è l'agente involontario e passivo, sostituisce all'isolamento degli operai, risultante dalla loro concorrenza, la loro unione rivoluzionaria mediante l'associazione. Lo sviluppo della grande industria toglie dunque di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria i prodotti. Essa produce innanzi tutto i propri seppellitori. Il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono ugualmente inevitabili’. In altri termini: la ricchezza borghese viene dallo sfruttamento del lavoro degli operai; gli operai sono in concorrenza tra loro, perciò sono incapaci di organizzarsi come classe e di dare battaglia; lo sviluppo industriale, a cui i borghesi sono costretti dalla concorrenza tra loro, tra borghesi, sopprime questa concorrenza tra lavoratori e li unisce in un'associazione rivoluzionaria invincibile. Marx ed Engels sono dunque perfettamente consapevoli della vera difficoltà che impedisce il passaggio dalla rivoluzione potenziale alla rivoluzione attuale: la concorrenza, che domina il rapporto tra i lavoratori. Il capitalismo fa dei lavoratori non pura forza lavoro, essi non sono merce; ma li rende venditori indipendenti dell'unica merce di cui sono proprietari, della forza lavoro più o meno semplice, così li espone, come tutti i venditori, alla concorrenza, li rende nemici.


Basta una minima riflessione per accorgersi di quanto sia illusoria la speranza del ‘Manifesto’. La sintesi di Marx ed Engels presenta due errori. Innanzitutto la borghesia è concepita come agente passivo del progresso dell'industria – un'espressione contraddittoria che, se ha una plausibilità per il fatto che il singolo capitalista subisce il progresso dell'industria, d'altra parte non può negare il fatto che il progresso industriale diminuisce la domanda di forza lavoro rispetto alla sua offerta, aumenta cioè la concorrenza tra i lavoratori ed è dunque uno dei fondamenti del potere del capitalista su di loro. In secondo luogo, il progresso dell'industria riunisce gli operai dispersi in masse sempre più numerose, è vero, ma li riunisce come concorrenti, li aggrega senza che cessi la loro natura di atomi respingenti, non li costituisce come classe, perché si verifica sempre in modo da non toccare lo squilibrio tra un'offerta sempre eccessiva di forza lavoro e una domanda sempre carente. Le lamentele sull'alienazione della società di massa significano in fondo solo che il progresso industriale nel massificare non associa gli individui. Ne segue che il termine stesso di ‘masse rivoluzionarie’ a cui questo passo del ‘Manifesto’ potrebbe dare adito, termine così ricorrente nei discorsi ‘di sinistra’, è una contraddizione, un modo illusorio di risolvere la difficoltà principale della rivoluzione proletaria, quella della trasformazione delle masse in classe.


Se si deve rimproverare a Marx e ad Engels l'eccesso di ottimismo sugli effetti associativi dello sviluppo industriale sulle masse, si deve però riconoscere loro almeno la chiara visione della concorrenza tra i lavoratori. La sinistra attuale semplicemente ignora questo punto. Essa si riferisce ai lavoratori senza pensarli come proprietari in concorrenza e se li immagina come già associati in classe. Per questo l'eccessivo ottimismo di Marx ed Engels nella sinistra attuale si esaspera nella follia di identificare la globalizzazione con l'internazionalismo. La globalizzazione è in realtà la forma esasperata del libero scambio, lo strumento principale con cui la borghesia aumenta la concorrenza tra operai e spezza la loro unione come classe; ma la sinistra sogna che la classe operaia di dimensione internazionale sia già costituita, perciò ogni movimento capitalistico verso il globalismo sembra utile a facilitarle il compito della rivoluzione. In questo la sinistra rivela che di Marx ed Engels ha assorbito solo le illusioni e ha frainteso perfino l'appello con cui concludono il ‘Manifesto’: «Proletari di tutto il mondo, unitevi!» significa: «Superate la concorrenza tra voi che vi rende nemici e diventate classe», non significa affatto: «Rallegratevi dell'estendersi del libero scambio, dimenticate i confini e associatevi con gli operai delle altre nazioni». Infatti ‘la lotta del proletariato contro la borghesia è … all'inizio, per la sua forma, una lotta nazionale. Il proletariato di ogni paese deve naturalmente farla finita prima con la propria borghesia’.


Il riferimento tra nazionalismo e internazionalismo nel ‘Manifesto’ è complesso perché esso attribuisce alla borghesia una tendenza verso l'annullamento dello Stato-nazione, ma lo fa con grande insicurezza: da una parte la borghesia crea il mercato mondiale e così indebolisce l'isolamento e gli antagonismi nazionali; dall'altra il suo potere di aggregazione politica arriva allo Stato: ‘Province indipendenti … sono state strette in una sola nazione, in un solo governo, in una sola legge, in un solo interesse nazionale di classe, in un solo confine doganale’ – e non sembra poter andare oltre, perché il fatto che la borghesia ‘è di continuo in lotta … contro la borghesia di tutti i paesi stranieri’ impedisce la fusione tra gli Stati-nazione. Il parere ultimo di Marx ed Engels è che il superamento degli antagonismi nazionali, più che un effetto dell'estensione del mercato mondiale, segue il superamento dell'antagonismo di classe. Il proletariato non può farsi forte del mercato mondiale e della globalizzazione del libero scambio, perché questi sono in realtà meri strumenti della sua spogliazione, deve ‘conquistarsi prima il dominio politico (nazionale, certo!), elevarsi a classe dirigente della nazione, costituirsi in nazione’; ‘il proletariato stesso è nazionale, benché non certo nel senso della borghesia’. Insomma, le tendenze cosmopolite della borghesia sono limitate dagli antagonismi nazionali e la lotta del proletariato si svolge entro questi antagonismi; l'unificazione dell'umanità è un obiettivo aperto soltanto a proletariati nazionali che attraverso rivoluzioni nazionali siano diventati classe dirigente.


Löwy è lontano da tutta questa complessa pianificazione contenuta nel ‘Manifesto’; tutto il suo scritto ha un valore sentimentale. Poiché ignora completamente che la massa proletaria è divisa dalla concorrenza, che la sua organizzazione come classe è un compito, non un dato, la frase finale del testo gli appare ‘un proclama, una chiamata, un imperativo categorico’ all'internazionalismo. Anzi, mentre l'appello all'internazionalismo era soltanto visionario nel 1848, oggi gli sembra avere molte più chance, non perché l'organizzazione del proletariato mondiale in classe sia solida e sperimentata, ma perché il proletariato non è più solo minoranza, bensì maggioranza. Löwy non crede cioè che la rivoluzione sia il risultato dell'agire di una classe rivoluzionaria teoricamente illuminata, no, crede che la forza sia nel semplice essere maggioranza, nella massa. Poiché è massa il proletariato ‘è … la forza più potente nella lotta di classe contro il sistema capitalista globale’, anzi è l'asse attorno al quale altre forze sociali possono e devono orientarsi. E sembra quasi che la rivoluzione si faccia attendere per il ritardo con cui si orientano le altre forze sociali, le donne, le nazioni oppresse da altre nazioni, i disoccupati, i marginalizzati, gli ambientalisti.


Infine, però, Löwy non può nascondersi che alla massa proletaria manca ‘la pur minima coordinazione internazionale’, né può nascondere che questa coordinazione è sempre mancata, che l'internazionalismo ha mostrato finora una totale impotenza storica. Eppure il cuore non si arrende alla percezione e alla ragione; per questo vuole vedere ‘una nuova generazione’ che ‘ha riacquistato il senso dell'attività internazionalista’. Il problema, però, non è affatto se una generazione abbia o meno il senso dell'internazionalismo, qualunque cosa questo senso possa essere, ma se il proletariato, nazionale o internazionale che sia, sia organizzato come classe intelligente. Lo stesso Löwy se ne accorge e lamenta che ‘mentre nel XIX secolo i settori più consapevoli del movimento dei lavoratori, organizzati nell'Internazionale, erano in anticipo sulla borghesia, oggi sono relativamente, tragicamente, indietro’. Ne seguirebbe la necessità di iniziare la lotta dall'interno degli Stati. Löwy non lo riconosce; con un certo sforzo concede la possibilità di lotte nazionali, ma solo per andare al pezzo forte, all'appello finale: ‘Le lotte contemporanee sono … interdipendenti … La sola risposta razionale ed effettiva … al ricatto capitalista sulla delocalizzazione e sulla competitività … è la solidarietà dei lavoratori’. Qui Löwy si mette su un terreno scivoloso. Infatti, da una parte il capitalista non esiterà a dimostrare che proprio la delocalizzazione costituisce un atto di solidarietà dei lavoratori ricchi nei confronti dei lavoratori poveri: per effetto della concorrenza il salario dei primi scende, quello dei secondi sale fino a trovare un punto di equilibrio; così chi ha poco dà qualcosa del poco che ha a chi non ha nulla e i lavoratori di tutto il mondo saranno solidali condividendo la medesima povertà. D'altra parte la delocalizzazione può essere intesa solo come un ricatto per abbassare i salari più ricchi. Come possono i lavoratori spezzare questo ricatto con la solidarietà? Löwy non lo spiega, ma vediamo solo due strade aperte: la nobile tenacia dei lavoratori ricchi nel pretendere di lavorare per un salario superiore, così da favorire nel capitalista la scelta di delocalizzare e portare lavoro nei paesi poveri, oppure la nobile rinuncia al lavoro dei lavoratori poveri, che, informati del ricatto a cui sono sottoposti i lavoratori ricchi, dichiarano: ‘Se è così, ci rifiutiamo di lavorare per questo capitalista ricattatore’. Se però il mondo fosse questa gara di generose nobiltà, non ci sarebbe bisogno né delle classi né della loro lotta.



sabato 28 gennaio 2017

Dove si andava a parare

La campagna sulle "fake news" comincia a mostrare il suo vero volto. Viene colpito byoblu, il sito di Claudio Messora:


https://youtu.be/tXOcUOD91gc




Massima solidarietà a Messora, naturalmente. Mi permetto solo di aggiungere che si tratta di un altro elemento che testimonia il momento "Maria Antonietta" delle élite, il loro distacco dalla realtà: proprio non capiscono che la rabbia contro di loro ha radici profonde, strutturali (come si diceva una volta), e che tentare di bloccare la libera circolazione delle idee non servirà a nulla.

giovedì 26 gennaio 2017

Non è difficile capire

Non è difficile capire i motivi della rabbia popolare contro le élite:


http://www.repubblica.it/economia/2017/01/26/news/eurispes_per_la_meta_delle_famiglie_i_conti_non_quadrano_e_i_giovani_tornano_dai_genitori-156910353/?ref=HREC1-2




Ma le élite sembrano continuare a vivere nel loro "momento Maria Antonietta". Non so come finirà tutto questo, di sicuro non sarà un pranzo di gala, per citare uno che se ne intendeva.

mercoledì 25 gennaio 2017

lunedì 23 gennaio 2017

Notizie dal Centro Italia (P.Di Remigio)


(Piccole storie di ordinario liberismo. Ormai qualsiasi evento naturale, non poi così strano (neve in gennaio...), rischia di far affondare un pezzo del paese. Inutile ripetere cose già dette. Possiamo solo raccogliere l'invito che chiude questo intervento di Paolo Di Remigio, che pubblichiamo volentieri. Davvero, sganciarsi da questa organizzazione sociale folle e decadente sta diventando questione di sopravvivenza. M.B.)



NOTIZIE DAL CENTRO ITALIA (P. Di Remigio)

Nella provincia di Teramo inondata dalla neve e martoriata dal terremoto, manca la corrente elettrica ancora a migliaia di abitazioni, perché, si dice, carichi di neve, gli alberi cresciuti vicino ai cavi elettrici sono caduti e li hanno spezzati. Pare che non si conosca neanche dove siano interrotte le linee.

Di fronte a tanto disagio, i responsabili scaricano la responsabilità su altri responsabili: il presidente della regione Abruzzo, in un'intervista televisiva, chiede come mai la rete elettrica abruzzese sia così inefficiente nonostante l’ENEL, divenuta azienda di Stato nel 1962 ma privatizzata nel 1992, abbia dichiarato di aver investito 50 milioni per il suo ammodernamento; durante la stessa intervista un giornalista lancia contro il governatore accuse roventi per il ritardo con cui egli avrebbe lanciato l’allarme. Ma non sono queste le accuse rilevanti. Ogni società, dice Aristotele, sorge perché l’individuo è incapace di soddisfare da solo i propri bisogni. Tra i compiti dello Stato c’è dunque, innanzitutto, quello di provvedere ai bisogni che per definizione l'individuo non può fronteggiare, alle situazioni di emergenza, quelle umane, come le guerre, e quelle naturali, come le grandi forze elementari. Se di fronte a situazioni emergenziali, ma certo non catastrofiche (è così straordinario che a gennaio nevichi? Sono così straordinarie scosse sismiche dopo la prima?), manca una risposta che non sia l'eroismo dei singoli, questo significa che in trent’anni si è infine realizzato un preciso progetto, portato avanti con tenacia e intelligenza dagli interessati, benedetto dagli esperti, inculcato dai comunicatori: il progetto liberale dello Stato minimo, dello Stato senza mezzi. E la colpa degli amministratori è la stessa degli esperti ed è la stessa dei comunicatori: il loro tradimento, che fa impallidire ogni ulteriore responsabilità individuale, è di aver collaborato alla distruzione dello Stato su mandato del cosiddetto mercato. Di fronte a questa colpa, quella di non aver spedito la turbina agli ospiti terrorizzati dell'albergo di Rigopiano, per quanto grave possa essere, è una conseguenza forse inevitabile: solo se ci fossero state a disposizione 10, 50 turbine, anziché 1, dico una, turbina, non averla spedita sarebbe stata una decisione arbitraria e dunque criminale.

Dopo il terremoto del 18 gennaio, la Commissione Grandi Rischi ha dichiarato che potrebbero esserci scosse del VI-VII grado Richter e che le dighe del lago di Campotosto potrebbero cedere con effetto Vajont. Le capacità previsionali della sismologia sono molto modeste, e in un territorio in cui ci sono stati sismi del VI-VII grado Richter sono in generale possibili scosse della stessa magnitudo in qualunque momento. Si vorrebbe credere che, nell'emettere una dichiarazione così allarmante, la Commissione Grandi Rischi non si sia riferita a questa generica possibilità, ma abbia avuto a disposizione elementi per quantificare la probabilità di forti scosse e abbia calcolato i rischi della popolazione secondo la sua distanza dai probabili epicentri, in modo che le altre autorità competenti mettessero in atto piani rapidi di verifica della sicurezza abitativa e di evacuazione delle comunità a rischio. Nulla di tutto questo. Già a fine ottobre su un autorevole giornale tedesco si poteva infatti leggere che tra Amatrice e L'Aquila c'è una faglia (quella di Campotosto) caricata di energia dalle precedenti scosse, che avrebbe sicuramente prodotto importanti fenomeni tellurici. Si sapeva con sicurezza da mesi il dove, solo sul quando c'era probabilità. La gente, nonostante la reticenza degli esperti, mormorava che a Campotosto ci sarebbe stato un nuovo episodio del terremoto iniziato nel 2009; ma le autorità, tutte, fingevano di ignorarlo per timore di dover fare ciò che non potevano fare. Se fosse esistito lo Stato anziché lo Stato minimo, non ci sarebbe stata nessuna esitazione a mettere in sicurezza già dall'inizio di novembre i paesini intorno alla faglia di Campotosto, dichiarando inagibile tutto ciò che non potrebbe resistere al VI-VII grado Richter e iniziando a costruire in modo sicuro secondo le diverse priorità dei diversi abitanti di restare nella loro terra. Invece gli abitanti di Campotosto, di Capitignano, di Montereale sono stati lasciati soli con il loro rischio e hanno subito le quattro scosse del 18 gennaio intrappolati nelle loro case intrappolate nella neve. Che solo dopo il terremoto del 18 la Commissione Grandi Rischi annunci che sono possibili grandi rischi, addirittura la rottura delle dighe del lago di Campotosto e il catastrofico versamento delle acque lungo la vallata del fiume Vomano – il ritardo di un allarme tanto grave si può spiegare solo con la vicenda del processo che la Commissione ha subito per il terremoto dell’Aquila del 2009: poiché l'aver tranquillizzato la popolazione le è costata l'accusa di essere responsabile delle circa 300 vittime, essa, benché assolta per i fatti di allora, in questa occasione ha capovolto la linea di comportamento così da tutelarsi in eventuali futuri processi: non più tranquillizzare, ma allarmare e scaricare ogni eventuale responsabilità sulle altre autorità qualora non reagiscano all’allarme. E in effetti la regione non è in grado neanche di ripristinare la corrente elettrica e di raggiungere le località isolate, figuriamoci il resto! Così l’unica reazione di cui le autorità dello Stato minimo liberale dispongono per fronteggiare i problemi è esasperare la paura della popolazione.

Quando ero piccolo nel mio paese di 5000 anime c'era lo spazzaneve, una pala montata su un autocarro militare americano dell'ultima guerra, che percorreva continuamente le strade a partire dall'ispessirsi dei primi centimetri e garantiva la viabilità. Oggi ai comuni manca tutto: Teramo non ha la possibilità di tenere sgombre le strade e, travolta dagli eventi, non ha la possibilità neanche di organizzare i cittadini che volessero mettersi a disposizione per i lavori di comune utilità. Gli Italiani non si illudano: non è questa decisione di questo amministratore di sospetta corruzione la radice delle sciagure, è il neoliberalismo che ha inibito lo sviluppo delle forze produttive e ha ridotto il potere pubblico all'impotenza primitiva. Sganciarsene inizia a diventare una questione di sopravvivenza.


lunedì 16 gennaio 2017

Il conto di Renzi

Il conto di Renzi lo dobbiamo pagare noi


http://www.repubblica.it/economia/2017/01/16/news/ue_ultimatum_all_italia_manovra_da_3_4_miliardi_-156112779/?ref=HREA-1




Vorrei che tutti apprezzassero una frase come questa:


"Juncker (...) a metà novembre aveva preferito non bocciare pubblicamente la manovra a pochi giorni dal referendum per evitare di influenzare il processo democratico interno italiano."


Non è meravigliosa, questa fine sensibilità democratica in Juncker? E' ovvio che ha ragione lui. E' proprio così. Se si sa come stanno le cose, questo in effetti influenza il processo democratico. Meglio dunque che le cose non si sappiano. Non c'è molto da dire, mi sembra. Possiamo solo aggiungere questo: il fatto che un giornalista di Repubblica possa dirci una cosa del genere senza che l'ombra di un dubbio attraversi la sua prosa, la dice lunga su quale sia il ruolo di questo giornale, e in generale dei grandi mezzi di informazione.



mercoledì 11 gennaio 2017

Capitalismo e liberalismo

Alcune considerazioni che trovo interessanti, di Fabrizio Marchi:


http://www.linterferenza.info/editoriali/capitalismo-liberalismo-potrebbero-divorziare/


Sono anch'io dell'opinione che il capitalismo, arrivato alla fase del "capitalismo assoluto", tenda a mettere in mora molti aspetti che erano tipici delle società liberali. Si tratta di temi che andrebbero approfonditi.





martedì 10 gennaio 2017

domenica 8 gennaio 2017

Paura?

Dissensi interni alle oligarchie euriste:


http://www.repubblica.it/esteri/2017/01/07/news/germania_l_autocritica_di_gabriel_accusa_la_merkel_con_cieca_austerita_una_spaccatura_nella_ue_non_e_piu_impensabile_-155581093/?ref=HRER3-1


Si noti la frase finale "la Germania è il paese che trae i maggiori benefici, più di ogni altro membro della Ue, dall'esistenza dell'Unione. I maggiori benefici sia economici sia politici". Ma questo lo sapevamo. Più interessante è notare che lo spauracchio di questi signori è Marine Le Pen, per fermare la quale sarebbero disposti perfino a concedere mezzo punto di deficit, bontà loro. Della Le Pen hanno paura. Non di Melenchon, di Iglesias o di Tsipras. Tantomeno della sinistra italiana. Tutto questo è indice del fallimento storico della sinistra dell'intero continente.

sabato 7 gennaio 2017

Si fa politica per fare affari

Alcune interessanti osservazioni sul rapporto politica-affari in Italia:




http://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/8812-alfio-mastropaolo-si-fa-politica-per-fare-affari.html


Una volta compresa la trasformazione di tutti i partiti in feudi affaristico-criminali, ciò che bisogna aver chiaro è il fatto che una politica di difesa degli interessi dei ceti subalterni, di riscatto e di emancipazione, passa necessariamente attraverso la più netta e totale contrapposizione all'insieme di questo mondo affaristico-criminale, cioè all'insieme di tutti i partiti (di destra, di centro o di sinistra).

giovedì 5 gennaio 2017

Qualche apertura

Come abbiamo già osservato (qui e qui) ormai certe analisi sulla crisi dell'euro stanno arrivando sulla stampa mainstream. Un ultimo esempio è il seguente:





Certo, per il momento queste cose vengono dette sulle pagine di settore, o sul "sole24ore", mentre il grande pubblico è ancora affidato alla rozza ideologia europeista dei Saviano e dei Severgnini. Ma in ogni caso il bacino di influenza di queste analisi si sta allargando. Sono sempre più convinto che il 2017 sarà un anno interessante.

mercoledì 4 gennaio 2017

Il voto, che brutta cosa

Dopo averci spiegato che per tenerci euro e UE dobbiamo necessariamente impoverirci, Michele Salvati sul "Corriere" propone la grande alleanza dei riformisti contro i populisti


http://www.corriere.it/opinioni/17_gennaio_04/coalizione-riformista-81885094-d1f7-11e6-a55b-632cc5cf8e9f.shtml






Indubbiamente è questo il progetto attuale dei ceti dominanti, il "piano B" dopo il fallimento di Renzi. Una analisi la trovate qui. Non so quante possibilità abbia un tale progetto, dato l'infimo livello dell'attuale ceto politico. Ma a parte questo, è notevole il passaggio in cui Salvati spiega che una tale alleanza riformista dovrà "fare solo quelle riforme costituzionali che sono in grado di raccogliere in Parlamento i due terzi dei consensi, in modo da evitare il voto referendario". Il fastidio delle oligarchie verso il voto popolare è sempre più evidente.

martedì 3 gennaio 2017

Conflitti nelle oligarchie

Segnalo un interessante articolo di Roberto Napoletano, direttore del "Sole24ore", che dice in maniera abbastanza netta alcune verità (ovviamente, sempre all'interno di una visione del mondo che non è la nostra):


http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2016-12-29/le-chiavi-potere-club-franco-tedesco-e-conto-che-paga-l-italia-232536.shtml?uuid=AD6DIeMC


Ottima l'analisi che di questo articolo fa Leonardo Mazzei:


http://sollevazione.blogspot.it/2017/01/se-questo-e-un-ministro-delleconomia-di.html