mercoledì 9 agosto 2017

Vacanza

Il blog si prende qualche giorno di vacanza. Ci risentiamo dopo ferragosto. Buone vacanze a tutti.

I progressi dell'intolleranza

Bisogna tutelare ogni diversità, tranne quella di chi la pensa diversamente



Anche la seguente notizia sul Brasile non è male (l'autore lavora in una Università brasiliana)



Non c'è bisogno, credo, di far notare il collegamento fra queste notizie e le leggi anti-negazionismo o i recenti tentativi di limitare la libertà di espressione sul web con la scusa delle "fake news". Si tratta in sostanza, nella mia opinione, di una lenta corrosione dei principi di base della società liberale, che evidentemente non sono più funzionali nell'attuale capitalismo decadente.

mercoledì 2 agosto 2017

Il crepuscolo di Toni Negri (Paolo Di Remigio)

(Riceviamo dall'amico Paolo di Remigio, e volentieri pubblichiamo, questo intervento su Negri. L'intervento era già apparso in "Appello al popolo". M.B.)





Il crepuscolo di Toni Negri

(P.Di Remigio)

Nel dicembre 2016 Toni Negri ha pubblicato un testo di una precedente conferenza, dal titolo enigmatico ‘Pour en finir avec la souveraineté?’, in italiano ‘Per finirla con la sovranità?’[1]. Il discorso di Negri, povero di conoscenza storica e di ragione filosofica, si risolve in errori sul passato, illusioni sul presente e rifiuto di ogni più sacro vincolo dell’umanità; la sua lettura attenta può nondimeno essere utile a mostrare la debolezza di ogni discorso politico che osi considerare lo Stato-nazione un patetico residuo del passato, e può contribuire a chiarire il concetto di sovranità e la sua stringente attualità[2].

Comincerò dalla critica dell’autonomia del politico (nazionale) sotto la cui bandiera si muovono varie posizioni, tutte nostalgiche della sovranità.

Parlando di nostalgia della sovranità, Negri fa un doppio errore: di contenuto, in quanto riduce la sovranità nazionale a un istituto che continuerebbe ad esistere solo nei libri di storia, mentre la realtà attuale è fatta di Stati con i loro territori, le loro leggi, i loro magistrati e i loro eserciti. Parlare di ‘nostalgia’, non di ‘esigenza’, di sovranità significa avere trasformato in una fase di storia universale le manovre imperialistiche svoltesi all’interno della UE, volte invece a sopprimere la sovranità della sola Europa meridionale in favore di quella settentrionale. È un grave errore di valutazione, la cui sorgente è l’illusione internazionalista, questa sì definitivamente passata – non solo perché non ci sono al momento rivoluzioni internazionaliste né soggetti politici ad averla in programma, ma anche perché tutte le rivoluzioni internazionaliste hanno mostrato di avere una determinazione essenzialmente nazionale (russa, cinese, cubana …), così che l’internazionalismo è sempre stato nel migliore dei casi una vuota retorica, nel peggiore l’ideologia dell’imperialismo sovietico. L’errore di contenuto va insieme a un errore di forma. Ogni confutazione ha un metodo: deve iniziare dalla verità del concetto da confutare e finire col mostrarne la falsità. Invece Negri, dopo aver promesso con il titolo della sua conferenza un’argomentazione che confuti il concetto di sovranità, dunque un’argomentazione che termini con l’annullamento del concetto, inizia presupponendolo già nullo.

“L’autonomia del politico” è infatti oggi da molti concepita come una forza di redenzione per la sinistra – di fatto la ritengo una maledizione dalla quale rifuggire. Uso la frase “autonomia del politico” per designare argomenti che pretendono che il processo decisionale in politica possa e debba essere tenuto al riparo dalle pressioni della vita economica e sociale, dalla realtà dei bisogni sociali.

La sovranità non ha nulla a che fare con la pretesa che la politica debba essere tenuta al riparo dalle pressioni della vita economica e sociale, dalla realtà dei bisogni sociali: chi mai ha potuto sostenere questa posizione? ‘Sovranità’, dal punto di vista interno allo Stato, significa che la politica regola il mercato capitalistico in modo da porlo al servizio dei bisogni sociali.
Negri distingue tre tipi di ‘nostalgici’ della sovranità.

Alcune delle figure contemporanee più intelligenti che propongono l’autonomia del politico lo concepiscono come un mezzo per restaurare il pensiero politico liberal (di sinistra) strappandolo al dominio ideologico del neoliberismo, come antidoto non solo e non tanto alle politiche economiche distruttive del neoliberalismo, ivi comprese privatizzazione e deregulation, ma piuttosto ai modi nei quali il neoliberalismo trasforma e domina il discorso pubblico e politico: il modo nel quale esso impone una razionalità economica sopra il discorso politico e mina ogni ragionamento politico che non obbedisca alla logica di mercato. […] Sostenere l’autonomia del politico in questo contesto è dunque un modo per rifiutare il dominio della logica di mercato e per restaurare il discorso politico della tradizione liberal, dei diritti, della libertà e dell’eguaglianza – dell’égaliberté, come la chiama Etienne Balibar – che ha forti risonanze nell’opera di Hannah Arendt  e che va indietro almeno fino a John Stuart Mill. Si può riconoscere che queste critiche liberal del neoliberalismo sono oneste ma si deve aggiungere che sono inadeguate ad un progetto democratico. Da un lato, nozioni politiche di libertà ed eguaglianza che non attacchino direttamente le basi economiche e sociali dell’ineguaglianza e della mancanza di libertà, in particolare le leggi della proprietà e del comando sopra la nostra vita produttiva e riproduttiva, fan da sempre prova della loro inadeguatezza. D’altro lato, la potenzialità ovvero l’esistente capacità della gente di governarsi collettivamente, sarà in questa luce sempre oscurata e, quindi, quella vera democrazia che è costituita da una moltitudine capace di determinare decisioni politiche, apparirà sempre e solo una nobile idea per qualche momento di un futuro indefinito. “I teorici liberal che guidano il treno dell’autonomia del politico non arriveranno mai a destinazione”: sottolinea con enfasi un mio amico.

La prima specie di nostalgia sovranista è l’esigenza sentimentale di tenere separato discorso politico e discorso economico per timore che il totalitarismo di mercato elimini il politico e la prospettiva della libertà e dell’uguaglianza. La critica di Negri, che questi nostalgici non attaccano le basi strutturali che producono ineguaglianza e non libertà e non hanno fiducia nelle virtù democratiche delle masse, non tocca però il cuore della questione perché, come i nostalgici che essa attacca, non riflette su libertà e uguaglianza: crede che si possa operare un’unica manovra per ottenerle entrambe; quest’unica manovra tuttavia non esiste perché libertà e uguaglianza sono in contrasto essenziale. È evidente che la libertà, intesa nel senso comune come autonomia individuale, produce ineguaglianza e che l’uguaglianza produce limitazione della libertà individuale. Come è proprio dell’essenza del mercato tenere ferma la libertà del singolo e produrre ineguaglianza così è proprio dell’essenza dello Stato tenere ferma l’uguaglianza e limitare l’autonomia del singolo. Non si può sfuggire a questo dilemma, lo si può soltanto comporre nell’idea di Stato costituzionale. Così, quando rifiuta con orrore la sovranità dello Stato, senza che se ne accorga, Negri rifiuta l’uguaglianza e si avvicina pericolosamente al liberismo, con il quale in effetti condivide l’idea che gli individui siano in grado di organizzare spontaneamente la società e l’economia. Il fatto che Negri non chiami ‘mercato’ questa organizzazione spontanea e non ne riconosca il potenziale di ineguaglianza non depone a suo favore: significa soltanto che non disponendo di una intuizione della realtà umana, si ferma al sentimento rousseauiano e che non ha la coerenza del liberismo. Egli non pensa la libertà e l’uguaglianza, le sogna; quindi crede che possano essere rimosse le basi economiche e sociali dell’ineguaglianza e della mancanza di libertà. Se però si rimuovesse l’illibertà individuale (cioè lo Stato) si produrrebbe l’ineguaglianza assoluta e se si rimuovesse l’ineguaglianza (cioè il mercato) si produrrebbe l’illibertà; se si rimuovessero entrambe l’uomo tornerebbe animale, né libero, perché cosa tra le cose, né uguale, perché preda delle differenze naturali. Lo Stato costituzionale sovrano le pone entrambe in quanto garantisce un’uguaglianza qualitativa autorizzando l’ineguaglianza quantitativa, ossia fissa la misura della libertà individuale così da consentire a ciascuno l’uguaglianza essenziale.

lunedì 31 luglio 2017

Poesie per Massimo

(Sei anni fa moriva Massimo Bontempelli. Vi propongo alcune poesie scritte in sua memoria, pubblicate nella mia recente raccolta. M.B.)




Per un Maestro (Massimo Bontempelli 1946-2011)



1.
Difficile spiegare chi eri.
Mi prenderebbero per pazzo.
E non sono molto coraggioso,
lo abbiamo sempre saputo.
Ma non ti ho rinnegato, questo certamente no,
anche se il gallo ha cantato molte volte da allora.
Mi chiedo se ti ho meritato.
Penso di no.
Sì, c'è ancora tempo,
non sono finito,
ma non credo di avere le forze
per fare molto più di ciò che ho fatto.
Ho troppi conti da pagare,
troppe email a cui rispondere,
e devo curarmi
una discopatia alle cervicali.
Cerco di salvarmi la vita.
Perché non ritornerai circondato di gloria
alla destra del Padre,
lo sappiamo bene.
E allora questo solo posso dirti.
Perdonami, accoglimi, ascoltami.
Come hai sempre fatto.



2.
Plotino si vergognava di avere un corpo.
Hegel non saprei, ma credo di no.
Il tuo problema non era certo la vergogna,
era il dolore, quel buco nero
che ti ha rubato i giorni della vita,
e alla fine ti ha ucciso.
Ma quando ti lasciava libero
nel tuo corpo non ci stavi male.
Ti godevi le piccole cose:
un buon caffè, una spiaggia tranquilla,
il silenzio, soprattutto.
Ti muovevi con un po' di incertezza.
Era forse l'eccesso di cose
che portavi al futuro.
Cercavi, esitando, con chi dividerle.
Qualcuno l'hai trovato, dopotutto.
Dopotutto, sei stato felice.



3.
Come si può vivere decentemente
in un tempo senza speranza
come il nostro?
Ce lo siamo chiesti a lungo, ricordi?
Dovevamo anche scriverci un libro.
Tu avresti parlato di Proclo e Giamblico.
Il tuo destino ha deciso diversamente.
Hai fatto quello che hai potuto.
Hai protetto i semi
che forse nasceranno.
Hai copiato antichi manoscritti.
Hai detto, a chi la chiedeva,
la parola che aiuta,
e forse salva.
Hai fatto quello che hai potuto.
Come fanno tutti, si potrebbe dire.
Ma davvero non come tutti.



4.
Cos'è che ci salva?
Era questa la domanda
che non ti ho mai fatto,
distratto dalle tante altre cose
di cui volevo parlarti.
Perché alcuni sono sommersi
dalle onde della vita
e sprofondano giù,
nel buio, perduti,
e altri riescono ad afferrare
un senso che riscatta il dolore
e ti salva?
Dove sta l'impercettibile
punto di svolta?
Il crinale fra coraggio e viltà?
Forse non avresti risposto,
scuotendo la testa imbarazzato,
come quando mi vedevi commettere
i miei errori.
In interiore homine habitat veritas.
E Sant'Agostino, lo possiamo dire,
se ne intendeva.
Ma forse so perché non te l'ho mai domandato.
Perché non era quello che volevo chiederti
ma solo
salvami, ti prego”.
E questo davvero
non lo potevi fare.



5.
La storia ha un modo di ridere che è ripugnante
scriveva un poeta che amo.
Parlava della grande Storia dei popoli e delle classi.
Ma anche le piccole storie degli individui
non sono da meno.
Ti è sempre mancato il tempo
per scrivere, per dare al mondo quello
che solo tu potevi,
e quando finalmente il tuo orizzonte si è aperto
la vecchia falce l'ha richiuso,
quasi subito.
Ho fatto i conti,
hai dato esattamente
l'otto virgola tre periodico per cento
di quello che avevi.
Anche così, è stato sufficiente
a cambiarmi la vita.
Ma adesso i demoni meschini
sono lì che mi attendono,
ghignando,
adesso che tu non ci sei.



6.
Gli uomini sono esseri mirabili
scriveva ancora quello stesso poeta
parlando del celebre marxista ungherese.
Chissà cosa intendeva veramente.
Di certo tu non ti saresti mai
espresso così.
Conoscevi troppo bene i nodi
che dentro ognuno di noi
legano il bene al male,
le piccole viltà che ci rendono impossibile
ciò che in verità potremmo.
Mirabile è ciò che nell'uomo
può manifestarsi
se lo sappiamo volere.
Gli uomini sono esseri liberi”
avresti forse detto
e ne pagano il prezzo”



7.
Ti mancava l'ironia,
questa forma civilizzata
dell'odio.
Eri incapace di odiare,
appunto.
Ridevi come ridono i bambini.
Temevo che non sapessi proteggerti.
Avevo paura per te.
Che sciocco.
Alla fine
sei tu che hai vinto.



8.
Raccolgo cose disperse che abbiamo scritto,
ne faccio un libro
dalla copertina buia,
come i tempi che ci attendono,
e che tu non vedrai.
Non oso soffermarmi a pensare
allo spreco assurdo
di te
che il nostro tempo ha fatto.
Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti
scrissero i due saggi tedeschi.
Ma quando né la classe dominante
né quella dominata
hanno più nulla
che assomigli a un'idea
che cosa domina il tempo?
La risposta è ovvia,
il nulla produce il nulla,
il vuoto che corrode
tutto ciò che appare solido
e si dissolve nell'aria.
Non era il tempo per te.
In fondo è già molto
se ti hanno lasciato vivere.



9.
Il grande poeta tedesco
esaltava l'umile
che strappa al saggio la saggezza
perché sa volerla.
A te non bisognava strappare nulla,
eri pronto a dare
sapere e sapienza,
ma certo bisognava volerlo
e assumersene
le conseguenze.
Posso dire di averlo fatto?
Nel mio modo imperfetto,
poco utile,
e poco coraggioso,
lottando contro le ansie 
che mi porto dentro,
sì,
l'ho fatto.




In interiore homine habitat veritas”: Sant'Agostino, appunto
un poeta che amo”: Franco Fortini
celebre marxista ungherese”: György Lukács
i due saggi tedeschi”: ovviamente, Marx ed Engels
grande poeta tedesco”: B.Brecht, nella “Leggenda sull'origine del libro Taoteking dettato da Laotse sulla via dell'emigrazione”.





























giovedì 13 luglio 2017

Sulla decadenza della scuola nel neoliberismo (P.Di Remigio)

(Riceviamo da Paolo Di Remigio e volentieri pubblichiamo. M.B.)



Il Fronte Sovranista Italiano e la scuola pubblica italiana

(Paolo Di Remigio)



1. Ciò che resta della scuola pubblica è uno dei risultati del programma di trasformazione sociale perseguito con lungimirante tenacia e studiata lentezza dalle oligarchie liberali anglosassoni: a partire dagli anni '80, esse hanno riavviato la guerra fredda contro l'URSS e in un decennio l'hanno spinta al tracollo; poi hanno imposto in tutto il mondo le liberalizzazioni, cioè l'abolizione delle leggi (lacci e laccioli) che frenavano l'iniziativa economica, e le privatizzazioni, cioè l'acquisizione dei beni pubblici da parte dei monopolisti privati. L'emarginazione dello Stato dall'economia che ha reso onnipotenti le grandi concentrazioni capitalistiche transnazionali è indicata con il nome asettico di globalizzazione. Soppresse le regole con cui gli Stati regolavano il mercato così da attutirne le asimmetrie e le disfunzioni, i capitali si sono precipitati dove il costo del lavoro era più basso; chiuse le aziende in Occidente e riaperte in Oriente, incoraggiata l'immigrazione dei lavoratori dal Meridione, i lavoratori relativamente garantiti in Occidente sono stati esposti alla concorrenza di quelli non garantiti in Oriente; la disoccupazione montante cancellando la loro forza contrattuale li ha condannati alla precarietà e al pauperismo.
In Europa artefici della globalizzazione sono state le burocrazie della UE. Nel documento del Fronte Sovranista Italiano dedicato alla scuola[1]  è riportata una dichiarazione della Commissione Europea secondo cui «la UE si trova di fronte a una svolta formidabile indotta dalla mondializzazione e dalle sfide relative a un'economia fondata sulla conoscenza». Si noti come la globalizzazione appaia qui non come un programma di un soggetto politico, non come storia, ma come una fase storico-filosofica, a cui non resta che adeguarsi. Si noti ancora l'oscurità del carattere della nuova fase: ‘economia fondata sulla conoscenza’. In realtà l'economia è sempre fondata sulla conoscenza: in ogni caso raccogliere, cacciare, produrre consistono nell'applicare tecniche e le tecniche implicano la disponibilità di conoscenze. Il contesto della delocalizzazione produttiva suggerisce il significato nascosto di questa espressione impropria: poiché la tecnica si divide in una fase ideativa e in una applicativa, in un sapere e in un fare, l'espressione rivela l'intenzione di mantenere in Occidente il sapere e di dislocare in Oriente il fare.
La frase successiva, per cui l'Europa deve diventare «l’economia della conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, capace di una crescita economica duratura», intesa in riferimento esterno al mondo, oltre a denunciare la velleità imperialistica della UE, le attribuisce la volontà di un'asimmetria anziché l'obiettivo dell'equilibrio generale; ma l'asimmetria economica, lungi dal poter consentire la desiderata crescita duratura, induce le amarissime crisi. Intesa in riferimento interno, la frase annuncia la volontà di scatenare una concorrenza tra i lavoratori che producono conoscenza, per abbassare i costi delle loro retribuzioni, così da aumentare i profitti. La scuola deve provvedere al capillare assoggettamento al capitale dei lavoratori della conoscenza, così da perfezionare la proletarizzazione del ceto medio di cui sono parte.
Applicata alla scuola, la retorica dell’economia della conoscenza provoca però una contraddizione non meno grave dell'attendersi la crescita duratura dall'intensificazione della competitività. La scuola funzionale all'economia della conoscenza dovrebbe essere più licealizzata e meno professionalizzante, orientarsi, anziché all'applicazione particolare, alla teoria generale; è il generale infatti, in virtù della sua astrazione dal particolare, ad essere flessibile e applicabile ai più differenti ambiti empirici; dunque più grammatica per facilitare l'apprendimento delle lingue e procurare agilità logica, più matematica per sviluppare le capacità di astrazione e di rigore dimostrativo, più storia per sviluppare il senso della complessità, più filosofia per sviluppare il senso critico.
Nulla di tutto ciò. Ignorando il significato di ciò che dichiara, la Commissione europea pretende che il ruolo della scuola sia quello di «dare la priorità allo sviluppo delle competenze professionali e sociali, per un migliore adattamento dei lavoratori alle evoluzioni del mercato del lavoro (CEE 1997)». Una pretesa contraddittoria: se il mercato del lavoro si evolve, se ogni tecnica particolare diventa subito obsoleta ed è sostituita da un'altra tecnica particolare, è necessario insegnare meno tecniche particolari professionalizzanti condannate all'effimero, e più principi generali che restano stabili nell'evolversi della tecnologia: meno tornio, meno fresa, più matematica, più fisica, meno competenze concrete (professionali e sociali), più competenze universali, valide cioè in ogni situazione.

lunedì 10 luglio 2017

Come si cambia....

Dalla pagina facebook di Paolo Di Remigio riprendo la segnalazione di questi due interventi di Laura Boldrini.





"Come si cambia" è ovviamente il titolo di una bella canzone di Fiorella Mannoia. Ve la riproponiamo, giusto per ricordare come in Italia la musica leggera sia di livello infinitamente più alto della politica.



venerdì 7 luglio 2017

Una prospettiva keynesiana

Un articolo dell'economista tedesco J.Starbatty, tradotto dal sempre benemerito sito "Voci dall'estero". Credo che ai 29 lettori di questo blog non dica nulla di nuovo, ma è una ulteriore interessante testimonianza di come queste analisi siano diffuse. Temo che il vero problema ormai non sia capire la crisi dell'eurozona, ma trovare una risposta alla vecchia domanda di Cernysevskij e Lenin.

http://vocidallestero.it/2017/07/06/ehoc-una-prospettiva-veramente-keynesiana-sulla-crisi-delleurozona/

mercoledì 5 luglio 2017

Un genio del cinema

Una interessante riflessione del collettivo Wu Ming

http://www.wumingfoundation.com/giap/2017/07/potemkin/

La cosa che più mi stupisce è scoprire che, a quanto sembra, nel nostro paese un film come "La corazzata Potemkim" è vittima di un pregiudizio negativo per via della famosa battuta di un film di Fantozzi. La cosa fa riflettere. Un tempo i nomi di riferimento nel dibattito intellettuale erano, che so, Gramsci, Adorno, Althusser. Oggi sono Villaggio, Gaber o Fazio. Mi sembra un'ottima illustrazione di quello che intendo parlando di "declino della civiltà". Per chiudere scherzosamente, mi vien da pensare che, proseguendo di questo passo, fra non molto sarà necessario essere fra amici fidati, e guardarsi attorno con circospezione, prima di poter dire sottovoce che "La corazzata Potemkim" è un capolavoro, Eisenstein è un genio, e i film di Fantozzi sono delle cagate pazzesche.

martedì 4 luglio 2017

Sulla politica sovranista

Nel mondo (piccolo ma vivace) del sovranismo si discute di strategie politiche (alleanze, coordinamenti, partiti et similia). Su questi temi mi pare che Stefano D'Andrea, Presidente del FSI,  dica cose molto sensate, nel seguente intervento

http://appelloalpopolo.it/?p=32477

domenica 2 luglio 2017

Promesse tradite

Ogni tanto mi capita di trovarmi d'accordo con articoli del blog "Militant", e di segnalarli. Questa volta segnalo un loro articolo per un motivo un po' diverso. L'articolo è il seguente

http://www.militant-blog.org/?p=14518#more-14518

E' intelligente e ben scritto, come sempre. Ma stavolta mi sento in netto dissenso, e la chiarezza di questo testo mi aiuta a precisare il mio dissenso: l'autore (uso il singolare per comodità, non so se si tratti di uno o più autori) infatti pensa che il problema della società attuale siano le "promesse tradite" del capitalismo. Pensa cioè che "le dinamiche di globalizzazione e i processi di tecnologizzazione delle competenze" rappresentino qualcosa di positivo che il capitalismo distorce in nome del profitto. Se è corretto quanto ho appena detto, siamo di fronte al limite teorico di fondo di tutta la sinistra storicamente esistita, di cui ho già parlato a lungo in altri luoghi. Per non farla lunga, a "Militant" si può rispondere che nel tempo presente il problema non è più il "tradimento delle speranze"" da parte del capitalismo, sono proprio le speranze che esso suscita che è necessario rifiutare. La proposta della decrescita ha appunto questo senso. Il fatto che persino un blog come "Militant" mostri questa sostanziale sudditanza teorica al pensiero dominante, indica che probabilmente non sorgerà nessuna forza capace di vera opposizione, e la società attuale percorrerà fino in fondo il suo tragitto di dissoluzione.

martedì 27 giugno 2017

Sui risultati delle amministrative

Mi sembra che in questa tornata elettorale si sia ottenuto il massimo possibile: il PD e Renzi sono più deboli (e questa era la cosa fondamentale) senza che per questo la destra si sia realmente rafforzata, mentre ai grillini è stato segnalato in maniera chiara e forte che non possono pretendere di essere votati all'infinito sulla fiducia. Più di questo non si poteva realisticamente chiedere.

Aggiungo una riflessione di Lenoardo Mazzei, condivisibile nella sostanza (anche se personalmente non credo vi siano spazi effettivi per una forza politica alternativa)


http://sollevazione.blogspot.it/2017/06/non-restare-con-le-mani-in-mano-di.html

venerdì 23 giugno 2017

L'invasione giornalistica della scuola (P.Di Remigio)

(Riceviamo e volentieri pubblichiamo. M.B.)

Qualche effetto dell’invasione giornalistica della scuola pubblica italiana
Paolo Di Remigio


Il lamento che in Italia si leggono poco i giornali trascura che i loro articoli sono una merce tra le altre e che la scarsa domanda può essere indice di cattiva qualità dell’offerta. In effetti gli articoli dovrebbero dare notizie, in realtà si sforzano di diffondere ideologia, quella che protegge gli interessi degli editori. Per questa pesante ipoteca da cui essi sono gravati, la diffusione dei giornali a scuola è sempre da respingere. La scuola infatti non insegna notizie, ma teorie o, nel peggiore dei casi, nozioni: le notizie assumono significato solo nei contesti teorici e devono senz’altro essere risparmiate a chi non li ha ancora acquisiti. C’è ancora un motivo di profilassi: mentre le notizie, come strumenti di campagne ideologiche, suscitano passioni e contrasti, le teorie sono conoscenze oggettive e universali, valide dunque per tutti, in grado di interrogare la ragione e di unire.
Nondimeno, nell’attuale esame di Stato il giornale si è insinuato attraverso due brecce: gli alunni possono redigere i loro elaborati anche in forma giornalistica; inoltre i temi proposti dal MIUR sono corredati da brani tratti per lo più da pagine di quotidiani, anziché da testi qualificati sotto il profilo scientifico ed estetico.
Nell’esame di Stato di quest’anno alcuni dei versi più toccanti della letteratura italiana (‘I limoni’ di Montale) sono soffocati da una spiacevole masnada di brani tratti di preferenza dal ‘Sole 24 ore’.
Il primo articolo, del giornale appena menzionato, mette in un riferimento esclusivo disoccupazione e progresso tecnico e dimentica di indicare la soluzione che il contrasto consente. In verità il progresso tecnico è solo una causa di disoccupazione; altra e ben più vigorosa è la libertà di movimento dei capitali e delle persone; entrambe aumentano infatti l’offerta di forza lavoro a parità di domanda. Ma esaltando la libertà di movimento dei capitali e delle persone come pezzo forte dei piaceri della vita, l’ideologia liberale, di cui il decotto ‘Sole 24 ore’ era eroico alfiere, preferisce riservare alla sola tecnologia il ruolo ingrato di calmierare i salari gonfiando l’esercito industriale di riserva. L'escamotaggio ha un primo vantaggio: fa del dramma della disoccupazione il lato negativo della marcia inarrestabile del progresso, ne fa cioè un destino, anziché l’effetto delle umanissime scelte libero-scambiste; e ha un vantaggio ulteriore: imputare la vera colpa degli squilibri economici, più che al cambiamento tecnologico in sé, alla scuola, inerte su Leopardi e Manzoni, in ritardo dunque sul prestissimo del cambiamento tecnologico; a detta dell’articolo, infatti, la disoccupazione tecnica si risolverebbe «ridisegnando i sistemi educativi in modo da creare le competenze manageriali, ecc.». Visto? Se c’è disoccupazione è per colpa della scuola che non si ridisegna. Come se questo aumento delle competenze manageriali e tecnologiche, dando più energico impulso alla tecnologia, non esasperasse il problema, lungi dal risolverlo. L’ideologia liberale, che l’articolo trasuda da ogni suo grafema, tutta sbilanciata a raccomandare lavoro sodo e austerità a chi non sia banchiere o grande azionista, non riesce a concepire che la progressiva diminuzione della giornata lavorativa a parità di salario è il naturale prodotto della progressiva sostituzione del lavoro umano con le macchine.
Il secondo e al terzo articolo, tratti il primo da Carcom.it, il secondo da Panorama, raccontano entrambi di sondaggi di opinioni. E già si potrebbe obiettare: perché opinioni nella scuola, dove, come già osservato, non si tratta di eccitare la curiosità spicciola o di pianificare campagne pubblicitarie, ma di costruire competenze? Perché? Difficile la risposta. Forse non le è estraneo il fatto che il MIUR, vittima di una pedagogia che confonde opinione e teoria, considera equivalente un sondaggio, con i suoi ‘Io penso che …’, a uno studio, con i suoi dati e la sua bibliografia. Gli ‘Io penso che …’ dei due sondaggi danno poi risultati non solo controintuitivi, ma anche così in contrasto da tradire la loro irrilevanza: che digitalizzazione e automazione abbiano effetti negativi sull'occupazione, lo pensano soltanto il 17% degli opinanti del primo articolo e il 48% degli opinanti del secondo articolo. Forse sarebbe stato meglio che entrambi i gruppi di opinanti, soprattutto il primo, si fossero tenuti per sé le loro liberissime opinioni; di certo sarebbe stato opportuno che il MIUR avesse evitato questi materiali miserrimi.
Viene poi un pezzo da «Repubblica», una comparazione del tutto improbabile tra la distruzione crudele, vandalica e militarmente insensata della gloriosa abbazia di Montecassino e le distruzioni causate dal sisma in centro Italia. Il filo che dovrebbe tenere insieme eventi tanto diversi, la celerità della ricostruzione, è proprio quello che, come constata proprio oggi lo stesso giornale, manca: mentre l’abbazia fu ricostruita in pochi anni (ma che pena visitarla: sembra la sua copia per Gardaland!), la ricostruzione delle zone terremotate si scontra con i vincoli di bilancio della UE ed è impantanata in una scandalosa inerzia.
Il pezzo successivo, in un italiano zoppicante, dal ‘Sole 24 ore’, contiene una frase ad effetto che solo un giornalista potrebbe scrivere: l’alluvione di Firenze insegna «come nulla sia veramente perso se si ha la forza e la fede di non lamentarsi e di rimettersi a lavorare da capo» – un amaro scherno per chi ha avuto la vita schiantata da cataclismi.
Si passa poi a uno smagliante climax informatico: a partire da un brano tratto dal sito web dell'INDIRE, una raccolta di luoghi comuni sulle virtù didattiche della robotica, ignorante il dato che la distruzione della scuola italiana va di pari passo con la sua informatizzazione, – attraverso un brano al limite del feticismo, tratto dal sito web della ‘Sant’Anna’ di Pisa, che parla di robot costruiti con materiali morbidi e deformabili, – si finisce nell'estasi del ‘Sole 24 ore’ davanti alla legge sulla responsabilità civile delle macchine considerate come ‘persone elettroniche’. Sembra di capire che l’acquisita morbidezza e deformabilità possa indurre le macchine a delitti sessuali di cui dovranno rispondere davanti al giudice. Forse un esperto giurista potrebbe ricavare qualcosa di sensato da questo pateracchio – non certo dei poveri candidati di un esame di Stato.
L’ultimo brano è dal ‘Corriere della sera’. Il tono, che in precedenza aveva preso tratti abnormi, qui diventa pretenzioso. Si parla di progresso. Ce ne sono due: uno tecnico-scientifico, che sarebbe esterno, collettivo, culturale e veloce, e uno morale e civile, che sarebbe interno, individuale, biologico e lento o lentissimo. La distinzione è del tutto incomprensibile: il progresso morale e civile – ammesso che si dia qualcosa del genere – è non meno esterno (mos, da cui morale, è costume, civis, da cui civile, è cittadino), collettivo (civis è da civitas) e culturale (a meno che non ci si voglia far portavoce del razzismo) del tecnico-scientifico. Da tanto rovinosa caduta il brano non si risolleva più.
Questo è ciò che accade nella scuola italiana da quando si è distrutto l’argine che tratteneva nel suo letto il fiume torbido dell'opinione: il terreno della scienza è sommerso dalla chiacchiera giornalistica e il lavoro didattico diventa sempre più disperato.

lunedì 19 giugno 2017

Sul voto francese

Un analisi del voto francese (e non solo) dal blog "Militant". Lucidi come sempre. Peccato siano comunisti.

http://www.militant-blog.org/?p=14485

Da parte mia, aggiungo solo un commento. Le elezioni francesi almeno un aspetto positivo ce l'hanno: dovrebbero aiutarci a estirpare definitivamente ogni residuo autorazzismo. Una stupidaggine come questa, di dare tutto il potere a un Macron, gli italiani non l'hanno ancora fatta.


venerdì 16 giugno 2017

Di Remigio su Wittgenstein, logica, nichilismo

(Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento di Paolo Di Remigio. M.B.)


Wittgenstein, logica, nichilismo 

Paolo Di Remigio

Benché appaia come un discorso sulla logica e sul linguaggio, il pensiero di Wittgenstein è profondamente nichilista. Il suo presupposto culturale è la logica-matematica sviluppatasi nel corso del 1800, che sostituisce il linguaggio naturale con un sistema di segni convenzionali, al fine di rendere inequivoche le dimostrazioni matematiche. La matematica ne ebbe bisogno da quando, con il sorgere delle geometrie non-euclidee, l'esperienza non le offriva più un riscontro percettivo; ma la verità consiste proprio in questo riscontro: la crisi della verità matematica provocò una reazione nel senso del rafforzamento della certezza. Nella scienza, infatti, non conta soltanto la verità; non meno importante è la necessità, la dimostrazione con cui si ottiene la certezza. Insomma l'importanza del rigore nelle dimostrazioni, che nei secoli moderni precedenti l'Ottocento ero stato piuttosto trascurato, fu riscoperta con la crisi della verità e questa riscoperta incoraggiò la costruzione di linguaggi artificiali che evitassero le ambiguità dei linguaggi naturali. Con questi sistemi di simboli artificiali si andò a rigorizzare la matematica, ossia a dedurne tutti i teoremi da pochi assiomi, quello che aveva già fatto Euclide nel III secolo a. C. con la matematica greca - con una differenza peggiorativa, però: gli assiomi da cui dipende la matematica moderna non hanno immediata verità, non hanno un'evidenza percettiva come lo spazio, il punto, la retta, hanno con la verità un rapporto soltanto problematico; di per sé rappresentano soltanto le ipotesi necessarie alla validità dei teoremi accettati.
La logica-matematica esaspera dunque il carattere formale della logica classica. Come la logica classica, assume contenuti non logici (di solito indicati con lettere) e si limita a esaminare i movimenti che essi assumono nelle operazioni loro esterne, che per questa esteriorità sono formali. Nella logica-matematica, cui Wittgenstein fa riferimento, i contenuti sono le proposizioni, per lo più indicate con p e q; i loro movimenti sono le operazioni esterne di negazione, congiunzione, disgiunzione, implicazione. Che le proposizioni siano assunte come contenuti non logici, spinge la logica-matematica a una formalità ancora più profonda di quella aristotelica. Questa infatti partiva non dalla proposizione, ma dal termine, e il termine elementare, cioè l'ousia (sostanza) non era affatto concepito come pura identità insondabile, ma come energheia, come attività, come movimento finalistico. Poggiando il formalismo logico, che consiste nell'esteriorità tra contenuto e operazione, su un contenuto che è anche operazione (appunto il movimento finalistico), Aristotele riesce a connettere la logica formale a principi non formali, ontologici, in cui verità e certezza si congiungono in quello che Wittgenstein chiamerebbe 'valore'. Il formalismo matematico cui Wittgenstein fa riferimento non è funzionale a questa congiunzione, è una tecnica per la dimostrazione matematica e non ha spessore filosofico. L'operazione di Wittgenstein consiste nell'attribuire un paradossale spessore filosofico alla logica-matematica; questo equivale a considerare il senza-valore come dotato di valore, ossia equivale a dire che l'unico valore è la mancanza di valore. Il mondo appare quindi come un insieme di fatti privi di valore che il linguaggio può esprimere in infiniti modi equivalenti; qualora nelle operazioni tautologiche, che permettono il passaggio da un modo proposizionale a un altro per mezzo dell'applicazione degli operatori logici, si generasse un valore (Wittgenstein non determina che cosa esso sia, ma noi possiamo farlo sulla scorta della ousia aristotelica: è un fatto che è operazione), allora si è verificato un errore logico e la proposizione ottenuta è assurda. Dunque sono privi di valore il mondo e il linguaggio (la logica) che lo raffigura. Questo di Wittgenstein è però un nichilismo consapevole - ciò lo rende interessante: che il mondo e il linguaggio siano privi di valore non implica che il valore sia in ogni caso un assurdo. Non lo è quando si rifugia nel silenzio. L'ultima tesi del trattato, la 7., 'Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere', ha il significato positivo che come il mondo ha un limite in cui confina nel non mondo, cioè nel valore, così il linguaggio ha un limiti in cui confina con il non linguaggio, ossia nel silenzio; dunque è il silenzio l'espressione del valore.

lunedì 5 giugno 2017

Sovranisti a Genova

Anche a Genova si possono votare i sovranisti:




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ll Fronte Sovranista Italiano è un nuovo partito costituitosi a Giugno 2016. Lo scopo del FSI è riportare al centro dell’ordinamento italiano la Costituzione del 1948, documento ancora oggi attualissimo e prezioso quanto vilipeso e inattuato nella sostanza. La condizione necessaria all’attuazione del nostro programma è la totale rescissione dai Trattati dell’Unione Europea per ritornare ad utilizzare gli strumenti giuridici, economici e sociali che la Costituzione ci ha messo a disposizione. Infatti, un’organizzazione sovranazionale come questa non serve a nessuno: completamente assoggettata all’ideologia mercantilista e al potere del grande capitale finanziario ha come scopo quello di distruggere l’identità degli Stati e i diritti sociali del popolo, acquisiti attraverso le lotte del 1900.
Sovranismo è un neologismo, coniato da noi in Italia, che comprende i concetti di sovranità popolare e giustizia sociale applicati tramite politiche dirigiste da parte dello Stato. A differenza del nazionalismo, che rimanda al primato della propria nazione sulle altre, l’essere e sentirsi sovranisti è proprio di ogni popolo e si fonda sul rispetto, la collaborazione e la non ingerenza negli affari interni degli altri Stati.
Io e alcuni amici del Fronte Sovranista Italiano (FSI) genovese abbiamo deciso di collaborare al progetto civico di Paolo Putti. Progetto che ci ha subito convinto. Perché?
Perché è civico.
Perché è fatto da persone perbene che sono espressione del territorio e non di potentati locali.
Perché è contro le privatizzazioni e per la gestione comunale dei servizi pubblici.
Perché è per la piccola e media impresa italiana e contro le multinazionali.
Perché è per l’Università e la ricerca pubblica.
Perché è contro il gioco d’azzardo.
Perché non si fa spaventare dal cappio del Patto di Stabilità.
E molto altro ancora.
È un progetto nuovo, costruito da persone capaci che provengono dal territorio che coniuga i principi sanciti dalla Costituzione italiana a livello locale.
Un progetto che può sviluppare un percorso virtuoso di amministrazione comunale in contrasto con le solite clientele del partito unico.
Per questo abbiamo aderito.
Ecco i candidati del FSI con la lista civica ChiamamiGenova (qui il programma per la città):
Davide Visigalli come candidato consigliere comunale e candidato consigliere municipale per la Bassa Val Bisagno. Nato a Milano il 18 gennaio 1980. Ricercatore precario in neuroscienze all’Università di Genova e membro del direttivo nazionale del Fronte Sovranista Italiano.






Enrico Molinelli come candidato consigliere municipale per il Centro-Est. Nato a Genova il 12 Ottobre del 1971. Impiegato pubblico presso l’ASL3 genovese. Lavora allo allo sportello anagrafe sanitaria, CUP e centro prelievi. Sostenitore e militante del FSI dal 2016.






Pietro Santoro come candidato consigliere municipale per il Centro-Est. Nato a Genova il 6 Giugno 1967. Agente di commercio di materie prime per l’industria, a contatto stretto con le multinazionali e l’imprenditoria italiana. Sostenitore e militante del FSI dal 2016.






Gian Francesco Giordano come candidato consigliere municipale per il Centro-Est. Nato a Genova il 6 Marzo 1960. Ferroviere. Sostenitore e militante FSI dal 2016.

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