giovedì 2 novembre 2017

La banca centrale negli USA (P.Di Remigio)

(Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo di Paolo Di Remigio. M.B.)




Il contrasto sulla banca centrale negli Stati Uniti del XIX secolo

Paolo Di Remigio

La storia ha le sue epoche, contrassegnate dall’egemonia di particolari nazioni; conoscerla significa capire ciò che è saliente nelle nazioni egemoniche. Senza questa conoscenza si rischia di precipitare dall’insoddisfazione del presente a una filosofia della storia improvvisata, in cui ogni avvenimento è emanazione di errori originari; con questa conoscenza i contrasti particolari si compongono in una figura originaria e il presente stesso, anziché un momento della deriva verso il nulla, diventa trasparente come ambito di confronto politico.
Nel 1700 e nel 1800 – precisamente fino alla prima guerra mondiale – la nazione egemonica è stata la Gran Bretagna. Dopo aver sconfitto nelle guerre del 1700 la rivale Francia, nel 1800 essa controlla l’Europa con la sua politica di equilibrio (tra l’altro appoggia l’unificazione dell’Italia per farne un ulteriore elemento di equilibrio tra la Francia e l’Impero austriaco), controlla i mari con l’onnipotenza della sua flotta, l’economia mondiale con il gold standard. Proprio il gold standard è però il motivo della sua crisi: l’ancoraggio delle monete all’oro crea la competizione commerciale internazionale e induce a combatterla con l’arma della deflazione interna, cioè deprimendo i salari e gli investimenti, in definitiva indebolendo la forza produttiva. Dagli anni ‘70 del 1800 la Gran Bretagna entra così in una fase di depressione, proprio nel momento in cui è sopravanzata nel campo delle potenzialità produttive da due nuovi formidabili rivali: la Germania e gli Stati Uniti d’America.
La prima guerra mondiale, preparata accuratamente sul piano diplomatico, è la risposta britannica alla sfida che la Germania ha lanciato attraverso la costruzione di una grande flotta da guerra e della ferrovia Instanbul-Bagdad: la flotta da guerra, dotata anche dei letali sottomarini, potrebbe mettere fine al predominio britannico sui mari; la ferrovia di Bagdad potrebbe fare del Medio Oriente traboccante di petrolio, divenuto di primaria importanza strategica già all’inizio del Novecento, il retroterra dello sviluppo industriale tedesco.
La disfatta tedesca non consolida però l’impero britannico; l’estenuante sforzo bellico ne accelera la decadenza inarrestabile e permette l’emergere della potenza americana.
Gli Stati Uniti si sono liberati dal colonialismo inglese con la guerra di indipendenza dal 1776 al 1783, ma, in particolare sotto il profilo finanziario, sono restati succubi per tutto il 1800; anzi, ancora nel 1900, il secolo americano, l’esperta Gran Bretagna ha continuato ad ammaestrare alle tecniche dell’egemonia imperiale i parvenu americani.


L’influenza finanziaria inglese nell’America del 1800 si intreccia con la lotta sulla natura della banca centrale: se essa debba essere privata e diretta a soddisfare le esigenze della grande finanza oppure se debba essere pubblica e diretta alle esigenze della nazione. La Banca d’Inghilterra, fondata alla fine del 1600 è sempre stata, a dispetto della sua sovranità monetaria, di proprietà e orientamento privato. Una simile commistione, così british, di pubblico e privato, ben evidente già ad Hegel, non ha nulla di moderno, è anzi propria del mondo feudale; il suo persistere trova spiegazione nel carattere oscillante della rivoluzione inglese, che a differenza di quella francese ha così poco negato il passato da non concepirsi neanche come rivoluzione. Tutto questo ha un’importante implicazione storico-filosofica: significa che l’ostilità neoliberale allo Stato, così diffusa nei paesi anglosassoni e divenuta loro primo articolo di esportazione nel mondo, non è uno stadio avanzato della modernità, è anzi una regressione verso il feudalesimo. Gli Stati Uniti del 1800 hanno percepito la portata regressiva di una banca centrale privata e indipendente dal governo: la Costituzione degli Stati Uniti aveva affidato al Congresso (al più repubblicano dei poteri, secondo Jefferson) la sovranità monetaria[1], contro i poteri finanziari che la reclamavano a sé. Ne è nata un’aspra lotta sul potere monetario, una lotta secolare, iniziata già durante la presidenza di Washington, a cui partecipa la City di Londra e che finisce nel 1913 con il tradimento del dettato costituzionale e la tacita trasmissione del potere monetario del Congresso a una banca privata, chiamata Federal Reserve System[2].
Già nel 1791 il segretario al Tesoro del presidente Washington, Alexander Hamilton, in contrasto con la Costituzione in vigore soltanto da tre anni, propone l’istituzione di una Banca degli Stati Uniti sul modello della Banca d’Inghilterra: per un quinto pubblica e appartenente per quattro quinti a investitori privati, tra cui le più grandi banche inglesi, in particolare quella di Nathan Rothschild, che è al tempo il più importante banchiere di Londra. Benjamin Franklin e, alla sua morte, Thomas Jefferson comprendono che se accetta la banca di Hamilton il governo statunitense cederà il controllo della moneta e dovrà pagare interessi su quanto prende a prestito, e si oppongono vivamente alla proposta, ma invano: il presidente Washington firma la legge, infrangendo il chiaro dettato costituzionale. Nel 1811, tuttavia, il Congresso non rinnova lo statuto della banca, ritenuta responsabile di un rialzo generale dei prezzi.
La guerra contro l’Inghilterra dal 1812 al 1815 provoca un forte indebitamento pubblico e un’altrettanto forte inflazione; per controllarla il Congresso istituisce nel 1816 una seconda banca nazionale, analoga alla prima, di durata ventennale, in grado di controllare l’intera struttura fiscale del paese.
Nel 1832 il presidente Andrew Jackson, ritenendo che la banca conceda troppo potere agli investitori stranieri e favorisca troppo i banchieri di New York e Boston, pone il veto alla legge che deve prolungarla oltre il 1836. Ne segue una battaglia con il direttore della banca Nicholas Biddle, un ricco finanziere di Filadelfia: Jackson fa ritirare i depositi del governo dalla banca, per rappresaglia Biddle richiede il pagamento immediato di vecchi prestiti negando la concessione di nuovi e strozzando così il credito nazionale; invano: Jackson paga l’ultima rata dei debiti dello Stato nel gennaio 1835; allora Biddle, spalleggiato da Nathan Rothschild che in un solo giorno fa vendere dalla Banca d’Inghilterra tutto i suoi titoli statunitensi, scatena il panico finanziario del 1837. Nonostante Rothschild, il più potente banchiere del 1800, che controlla non solo la Banca d’Inghilterra, ma la stessa Banca degli Stati Uniti, il panico del 1837 non raggiunge il suo scopo e anche la  seconda banca centrale privata statunitense deve chiudere.
Altri tentativi nel corso del 1800 di istituire di nuova una banca centrale privata falliscono il loro scopo. Ne è protagonista August Belmont senior, inviato da Nathan Rothschild come suo agente privato negli Stati Uniti durante il panico finanziario del 1837. Divenuto consigliere finanziario presidenziale e capo del partito democratico, Belmont senior fomenta la guerra civile per favorire i legami tra la Confederazione, esportatrice di cotone, e la Gran Bretagna. Nemico suo, di Rothschild e delle banche della City, è Abraham Lincoln, non solo perché sostenitore di un protezionismo che danneggerebbe la Gran Bretagna, ma anche per la sua fedeltà alla costituzione in materia monetaria. Dice infatti Lincoln negli anni ‘60, durante la guerra civile: “La moneta è la creatura della legge e la sua emissione originaria dovrebbe essere riservata come un monopolio esclusivo al governo nazionale. Avendo il potere di creare ed emettere valuta e credito in forma di moneta, e godendo del diritto di ritirare dalla circolazione valuta e credito per mezzo della tassazione o in altro modo, il governo non ha bisogno di prendere a prestito, né dovrebbe farlo, capitale a interesse come mezzo per finanziare opere ed imprese pubbliche. Il governo dovrebbe creare, emettere e far circolare tutta la valuta e il credito necessari a soddisfare il suo potere di spesa e il potere d'acquisto dei consumatori. Il privilegio di creare ed emettere moneta non solo è la prerogativa suprema del governo, ma è la sua più grande opportunità creativa. Con l'adozione di questi principi sarà soddisfatta l'esigenza sentita da sempre di un mezzo uniforme. Il contribuente risparmierà somme immense in interesse, sconti e scambi. Il finanziamento di ogni impresa pubblica, il mantenimento di un governo stabile e di un processo ordinato e la gestione del Tesoro diventeranno materia di amministrazione pratica. Il popolo può e vuole avere una moneta sicura come il suo governo. La moneta cesserà di essere il padrone e diventerà il servo dell'umanità."[3]
Lincoln non solo si esprime in questi termini di attualità bruciante: mette anche in atto ciò che dice. Quando Rothschild e la City di Londra, anche perché parteggiano per la Confederazione, chiedono tassi usurari (dal 24% al 36%) per concedere i prestiti di cui il governo statunitense ha bisogno per combattere la guerra civile, Lincoln convince il Congresso ad autorizzare, sulla base della Costituzione, l’emissione di banconote chiamate “Greenbacks”, a corso forzoso, senza interesse, per un ammontare di 150 milioni di dollari, triplicato poi nel corso della guerra civile. I Greenbacks finanziano i costi di guerra senza indebitare l’Unione con i banchieri privati.
Nella City di Londra non ne sono contenti; in un editoriale sul ‘Times’ si possono trovare le seguenti espressioni dei suoi sentimenti: “Se questa malvagia politica finanziaria che ha origine nella repubblica nordamericana dovesse consolidarsi in una istituzione, allora questo governo fornirà la sua moneta senza costi. Pagherà tutti i debiti e resterà senza debito. Avrà tutta la moneta necessaria a realizzare il suo commercio. Diventerà di una prosperità senza precedenti nella storia dei governi civili di tutto il mondo. Le menti e la ricchezza di tutti i paesi andranno in Nord America. Questo governo deve essere distrutto o distruggerà ogni monarchia sul globo.[4] Non stupisce dunque che il 14 aprile Abraham Lincoln sia stato assassinato in un teatro di Washington, né che il suo assassino, John Wilkes Booth, sia stato ingaggiato dal tesoriere della Confederazione, e che questi fosse a sua volta socio del primo ministro inglese Benjamin Disraeli e intimo dei Rothschild di Londra.
Dopo la morte di Lincoln lo scopo delle grandi banche internazionali londinesi, che detengono le più grandi riserve mondiale di oro, e delle banche di New York, Boston e Filadelfia, che finanziano con oro il commercio internazionale e formano ciò che in seguito si chiamerà establishment della costa orientale, è di controllare la valuta statunitense legandone l’emissione all’oro, promuovendo innanzitutto la convertibilità dei Greenbacks. Si oppongono loro i potenti interessi agricoli dell’ovest e del sud, quelli dell’industria del ferro e i piccoli imprenditori: essi temono che il ritorno alla base aurea aumenterà i tassi di interesse, renderà il ferro e l’acciaio americano meno competitivo e favorirà gli interessi dei banchieri della costa orientale che possiedono la maggior parte dell’oro monetario nazionale. Nel 1875 sotto la pressione dei rappresentanti dei banchieri internazionali della City di Londra (Rothschild, Seligman, Morgan) e della First National Bank  di New York (l’antenata di Citigroup), il Congresso approva lo Specie Resumption Act con cui dal primo gennaio 1879 i Greenbacks sono convertibili in monete d’oro. Per i banchieri internazionali di Londra e New York questa vittoria è il primo passo per arrivare al controllo diretto dell’emissione di moneta negli Stati Uniti. (1. Continua)




[1]          Nella Costituzione degli Stati Uniti, art. 1, sez. 8, si legge che il Congresso avrà il potere “di battere moneta, di regolare il valore di questa e delle monete straniere, e di fissare lo standard dei pesi e delle misure” Cfr.: http://www.dircost.unito.it/cs/docs/stati%20uniti%201787.htm
[2]          Quanto segue è tratto dall’importante testo di F. William Engdhal, Gods of Money. Wall Street and the Death of the American Century, edition.engdahl, Wiesbaden 2009, capitolo primo.
[3]          Citato in F. William Engdahl, op. cit.
[4]          Citato in F. William Engdahl, op. cit.

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