(Riceviamo dall'amico Paolo di Remigio, e volentieri pubblichiamo, questo intervento su Negri. L'intervento era già apparso in "Appello al popolo". M.B.)
Il crepuscolo di Toni Negri
(P.Di Remigio)
Nel dicembre 2016 Toni
Negri ha pubblicato un testo di una precedente conferenza, dal titolo
enigmatico ‘Pour en finir avec la souveraineté?’,
in italiano ‘Per finirla con la sovranità?’[1].
Il discorso di Negri, povero di conoscenza storica e di ragione filosofica, si
risolve in errori sul passato, illusioni sul presente e rifiuto di ogni più
sacro vincolo dell’umanità; la sua lettura attenta può nondimeno essere utile a
mostrare la debolezza di ogni discorso politico che osi considerare lo
Stato-nazione un patetico residuo del passato, e può contribuire a chiarire il
concetto di sovranità e la sua stringente attualità[2].
Comincerò
dalla critica dell’autonomia del politico (nazionale) sotto la cui bandiera si
muovono varie posizioni, tutte nostalgiche della sovranità.
Parlando di nostalgia della sovranità, Negri fa un
doppio errore: di contenuto, in quanto riduce la sovranità nazionale a un
istituto che continuerebbe ad esistere solo nei libri di storia, mentre la realtà
attuale è fatta di Stati con i loro territori, le loro leggi, i loro magistrati
e i loro eserciti. Parlare di ‘nostalgia’, non di ‘esigenza’, di sovranità significa
avere trasformato in una fase di storia universale le manovre imperialistiche svoltesi
all’interno della UE, volte invece a sopprimere la sovranità della sola Europa
meridionale in favore di quella settentrionale. È un grave errore di
valutazione, la cui sorgente è l’illusione internazionalista, questa sì
definitivamente passata – non solo perché non ci sono al momento rivoluzioni internazionaliste
né soggetti politici ad averla in programma, ma anche perché tutte le
rivoluzioni internazionaliste hanno mostrato di avere una determinazione
essenzialmente nazionale (russa,
cinese, cubana …), così che l’internazionalismo è sempre stato nel migliore dei casi una vuota retorica, nel peggiore
l’ideologia dell’imperialismo sovietico. L’errore di contenuto va insieme a un errore
di forma. Ogni confutazione ha un metodo: deve iniziare dalla verità del concetto
da confutare e finire col mostrarne la falsità. Invece Negri, dopo aver promesso
con il titolo della sua conferenza un’argomentazione che confuti il concetto di
sovranità, dunque un’argomentazione che termini
con l’annullamento del concetto, inizia
presupponendolo già nullo.
“L’autonomia
del politico” è infatti oggi da molti concepita come una forza di redenzione
per la sinistra – di fatto la ritengo una maledizione dalla quale rifuggire.
Uso la frase “autonomia del politico” per designare argomenti che pretendono che
il processo decisionale in politica possa e debba essere tenuto al riparo dalle
pressioni della vita economica e sociale, dalla realtà dei bisogni sociali.
La sovranità
non ha nulla a che fare con la pretesa che la politica debba essere tenuta al
riparo dalle pressioni della vita economica e sociale, dalla realtà dei bisogni
sociali: chi mai ha potuto sostenere questa posizione? ‘Sovranità’, dal punto
di vista interno allo Stato, significa che la politica regola il mercato
capitalistico in modo da porlo al servizio dei bisogni sociali.
Negri
distingue tre tipi di ‘nostalgici’ della sovranità.
Alcune delle
figure contemporanee più intelligenti che propongono l’autonomia del politico
lo concepiscono come un mezzo per restaurare il pensiero politico liberal (di
sinistra) strappandolo al dominio ideologico del neoliberismo, come antidoto
non solo e non tanto alle politiche economiche distruttive del neoliberalismo,
ivi comprese privatizzazione e deregulation, ma piuttosto ai modi nei
quali il neoliberalismo trasforma e domina il discorso pubblico e politico: il
modo nel quale esso impone una razionalità economica sopra il discorso politico
e mina ogni ragionamento politico che non obbedisca alla logica di mercato. […]
Sostenere l’autonomia del politico in questo contesto è dunque un modo per
rifiutare il dominio della logica di mercato e per restaurare il discorso
politico della tradizione liberal, dei diritti, della libertà e
dell’eguaglianza – dell’égaliberté, come la chiama Etienne Balibar – che
ha forti risonanze nell’opera di Hannah Arendt e che va indietro almeno
fino a John Stuart Mill. Si può riconoscere che queste critiche liberal del
neoliberalismo sono oneste ma si deve aggiungere che sono inadeguate ad un
progetto democratico. Da un lato, nozioni politiche di libertà ed eguaglianza
che non attacchino direttamente le basi economiche e sociali dell’ineguaglianza
e della mancanza di libertà, in particolare le leggi della proprietà e del comando
sopra la nostra vita produttiva e riproduttiva, fan da sempre prova della loro
inadeguatezza. D’altro lato, la potenzialità ovvero l’esistente capacità della
gente di governarsi collettivamente, sarà in questa luce sempre oscurata e,
quindi, quella vera democrazia che è costituita da una moltitudine capace di
determinare decisioni politiche, apparirà sempre e solo una nobile idea per
qualche momento di un futuro indefinito. “I teorici liberal che guidano il
treno dell’autonomia del politico non arriveranno mai a destinazione”:
sottolinea con enfasi un mio amico.
La prima
specie di nostalgia sovranista è l’esigenza sentimentale di tenere separato
discorso politico e discorso economico per timore che il totalitarismo di
mercato elimini il politico e la prospettiva della libertà e dell’uguaglianza. La
critica di Negri, che questi nostalgici non attaccano le basi strutturali che
producono ineguaglianza e non libertà e non hanno fiducia nelle virtù
democratiche delle masse, non tocca però il cuore della questione perché, come
i nostalgici che essa attacca, non riflette su libertà e uguaglianza: crede che
si possa operare un’unica manovra per ottenerle entrambe; quest’unica manovra
tuttavia non esiste perché libertà e uguaglianza sono in contrasto essenziale.
È evidente che la libertà, intesa nel senso comune come autonomia individuale, produce ineguaglianza e che
l’uguaglianza produce limitazione della libertà individuale. Come è proprio dell’essenza
del mercato tenere ferma la libertà
del singolo e produrre ineguaglianza così è proprio dell’essenza dello Stato tenere ferma l’uguaglianza e
limitare l’autonomia del singolo. Non si può sfuggire a questo dilemma, lo si
può soltanto comporre nell’idea di Stato costituzionale. Così, quando rifiuta
con orrore la sovranità dello Stato, senza che se ne accorga, Negri rifiuta
l’uguaglianza e si avvicina pericolosamente al liberismo, con il quale in
effetti condivide l’idea che gli individui siano in grado di organizzare
spontaneamente la società e l’economia. Il fatto che Negri non chiami ‘mercato’
questa organizzazione spontanea e non ne riconosca il potenziale di
ineguaglianza non depone a suo favore: significa soltanto che non disponendo di
una intuizione della realtà umana, si ferma al sentimento rousseauiano e che
non ha la coerenza del liberismo. Egli non pensa la libertà e l’uguaglianza, le
sogna; quindi crede che possano essere rimosse le basi economiche e sociali
dell’ineguaglianza e della mancanza di libertà. Se però si rimuovesse
l’illibertà individuale (cioè lo Stato) si produrrebbe l’ineguaglianza assoluta
e se si rimuovesse l’ineguaglianza (cioè il mercato) si produrrebbe
l’illibertà; se si rimuovessero entrambe l’uomo tornerebbe animale, né libero,
perché cosa tra le cose, né uguale, perché preda delle differenze naturali. Lo
Stato costituzionale sovrano le pone entrambe in quanto garantisce
un’uguaglianza qualitativa
autorizzando l’ineguaglianza quantitativa,
ossia fissa la misura della libertà individuale così da consentire a ciascuno
l’uguaglianza essenziale.