martedì 30 giugno 2020

Una discussione sul valore-lavoro


(L'articolo di Paolo Di Remigio sulla teoria del valore-lavoro in Marx, che trovate qui,  ha stimolato un interessante commento a firma "Arturo". Paolo Di Remigio mi ha inviato una risposta ad Arturo che pubblico qui di seguito. Per completezza,  e per facilità di lettura, riporto anche il commento di Arturo. Grazie a entrambi per l'interessante discussione. M.B.)





Intervento di Arturo:

Un intervento che contiene certo spunti interessanti e anche condivisibili, ma in cui, a mio modo di vedere, emerge una debolezza di fondo: hai sostanzialmente separato la moderna economia di mercato dal capitalismo, sostituendo alla critica di quest’ultimo quella della retorica (che tale è) antistatalista liberale. In un commento mi limito a un paio di osservazioni, magari ci sarà occasione di riparlarne. Riguardo la teoria del valore da un lato accusi Marx di essere un ricardiano, dall’altro riconosci, perché è evidente, che nella logica dell’esposizione del Capitale è lo scambio a realizzare il lavoro astratto. Perché vederci una contraddizione deflagrante invece che un'incompleta purga concettuale, come fanno da decenni gli autori della Neue Marx Lektuere (ma l’aveva già detto molto tempo prima Rubin)? Non è evidente che per chi già scriveva in Per la critica dell’economia politica:

Il tempo di lavoro sociale esiste per così dire solo allo stato latente in queste merci e si manifesta soltanto nel processo del loro scambio. Non si parte dal lavoro degli individui in quanto lavoro comune, ma, viceversa, da lavori particolari di individui privati, lavori che soltanto nel processo di scambio, con l’abolizione del loro carattere originale, si affermano come lavoro sociale generale. Il lavoro generalmente sociale non è quindi il presupposto bell’e pronto, è bensì risultato in divenire.

domenica 28 giugno 2020

Riflessioni su sinistra radicale e crisi di civiltà


Un secolo di estrema sinistra
(lettere al futuro, 1)
Marino Badiale


I. Introduzione
L’organizzazione sociale capitalistica, che da decenni si è estesa all’intero pianeta, è ormai entrata in un fase di decadenza necrotica. Essa sta distruggendo, sempre più velocemente, i fondamenti stessi dell’esistenza di ogni società umana: il legame sociale fra gli individui e il legame metabolico fra natura ed umanità. Questa spirale autodissolutiva si tradurrà in un devastante crollo di civiltà, molto probabilmente entro la fine di questo secolo [1]. Sono del tutto convinto che non esista nel nostro mondo nessuna forza sociale capace di incidere su questa traiettoria mortifera, e quindi, in sostanza, che non ci sia niente da fare, se lo scopo che ci si propone è quello di prevenire il crollo della nostra civiltà. Ci si possono però porre altri obiettivi, rispetto ai quali in effetti c’è qualcosa da fare. Credo che uno scopo generale possa essere quello di salvare elementi di civiltà dal crollo futuro. Questo significa in primo luogo creare embrioni di comunità che possano attraversare i tempi bui che ci aspettano, comunità che siano informate dal tipo di valori, idee, riferimenti spirituali che pensiamo necessario provare a salvare. Naturalmente tali comunità dovranno per prima cosa sopravvivere, e non possiamo sapere cosa saranno in grado di trasmettere ai loro discendenti. La creazione di simili “comunità di sopravvivenza” è importante soprattutto per i giovani, che probabilmente vivranno buona parte della propria vita in una situazione di crisi sempre più grave, e per le persone dei ceti medi e bassi, che non avranno nessun’altra risorsa da utilizzare se non la solidarietà e l’aiuto reciproco.

mercoledì 24 giugno 2020

Una buona notizia

La Corte Costituzionale francese dichiara che la recente legge contro l'odio online è incostituzionale. E' una buona notizia per la libertà di pensiero. L'autore del post aveva parlato di questa legge in un post precedente sul "Fatto", che avevamo segnalato qui.


https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/06/23/odio-online-la-meravigliosa-lezione-della-consulta-francese-sulla-liberta-di-espressione/5843381/

lunedì 22 giugno 2020

domenica 21 giugno 2020

Sulla teoria del valore-lavoro


(Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento di Paolo Di Remigio, che discute criticamente la teoria del valore-lavoro. M.B.)




Leggere il Capitale dopo il tradimento.

Paolo Di Remigio

     Ai motivi di interesse che il Capitale deve allo sforzo con cui nelle sue pagine la passione rivoluzionaria cerca di liberarsi dal disprezzo della realtà e di farsi carico dell’imparzialità scientifica, la storia degli ultimi decenni ha aggiunto lo stimolo a indagare quanto l’insufficienza della critica dell’economia politica di Marx abbia facilitato alle organizzazioni dei lavoratori il passaggio al campo avversario.
     Il capitale, com’è noto, inizia con una sezione di cui lo stesso Marx riconosceva la difficoltà e che un marxista come Althusser, nello spirito della propaganda più che della filosofia, consigliava addirittura di saltare. Nostro scopo è mostrare che l’origine della difficoltà non è nella cosa stessa, cioè nella natura della merce e del denaro, ma nel compito che Marx si è dato, quello di salvare a fini rivoluzionari l’identità di valore e lavoro ereditata da Smith e da Ricardo, benché lui stesso si sia attribuito giustamente il merito di averla falsificata già nel testo del 1859, Per la critica dell’economia politica. Il salvataggio ha effetti sulla sostanza logica del Capitale, perché lo costringe a ingaggiare una lotta con falsi problemi come il plusvalore o la trasformazione dei valori in prezzi o la caduta tendenziale del saggio di profitto e gli impedisce di liberarsi dai dogmi liberali sulla natura dello Stato, dell’economia e del denaro.

giovedì 4 giugno 2020

La millenaria oppressione delle donne?


La millenaria oppressione delle donne?
(elementi di una critica del femminismo, 1)
Marino Badiale


I. Introduzione
Questo scritto vuole essere l’inizio di un lavoro di discussione critica di alcuni punti della visione femminista del mondo e della storia. Credo sia giusto provare a fare questo lavoro perché il femminismo (e più in generale, il “politicamente corretto”) è ormai diventato uno dei pilastri ideologici delle moderne società occidentali, e mi sembra doveroso esaminare criticamente i fondamenti razionali di tale visione del mondo e indicarne le debolezze. È curioso il fatto che questo lavoro critico sembra negletto, almeno all’interno del mondo intellettuale “ufficiale” (in particolare nell’accademia). Esiste certamente una produzione intellettuale di critici del femminismo (che si esprime tramite libri e, soprattutto, sul web), ma si tratta di elaborazioni che restano marginali e minoritarie. Sembra cioè che, mentre nel mondo intellettuale occidentale si può essere individualisti o comunitaristi, keynesiani o antikeynesiani, pro-Stato oppure pro-mercato, marxisti o antimarxisti, non si possa essere antifemministi. Questo è di per sé un tema interessante di riflessione, ma non è il tema di questo scritto. Preciso solo che, per quanto mi riguarda, “antifemminismo” non significa contestazione della tesi dell’uguaglianza fra gli esseri umani e della sostanziale unità del genere umano. Non è questo che intendo parlando di “critica del femminismo”; intendo piuttosto la critica di una interpretazione del mondo e della storia. Intendo cioè dire che nel mondo intellettuale contemporaneo vi è una notevole produzione di tesi e affermazioni di tipo femminista che riguardano la realtà degli esseri umani, presenti e passati, e che mi sembra un lavoro necessario quello di prendere in esame alcune di queste affermazioni per saggiarne la solidità, e rifiutarle se appaiono infondate. È questo il compito che mi propongo, in questo intervento e in altri che seguiranno.

mercoledì 3 giugno 2020