domenica 29 gennaio 2017

Globalizzazione e internazionalismo. Un commento a Löwy


Paolo Di Remigio commenta un articolo di Michael Löwy. Il testo di Löwy non è recente, ma è indicativo di come un intero strato dell'intellettualità "critica" internazionale tratta questi temi. Lo trovate qui:






Per comodità del lettore, abbiamo aggiunto alla fine del commento di Di Remigio, una traduzione, ad opera dello stesso Di Remigio. Ringraziamo ovviamente l'amico Paolo per il contributo.
(M.B.)


Paolo Di Remigio: Su globalizzazione e internazionalismo. Un commento a Löwy.





Nonostante il ‘Manifesto’ di Marx ed Engels abbia avuto un numero di pubblicazioni secondo soltanto alla Bibbia, per Löwy i due testi non avrebbero molto in comune; la loro differenza sostanziale sarebbe che Marx ed Engels non sperano in un dio, in un messia, per loro sono gli oppressi che liberano se stessi. A questa opinione va obiettato da una parte che Gesù esige da chi lo segue la conversione, ossia una vita da subito conforme a quella del Regno di Dio, dall'altra che il determinismo storico, di cui lo stesso Löwy lamenta la presenza nel ‘Manifesto’, libera gli oppressi a prescindere dalla loro azione, cioè svolge esattamente la funzione che il dio o il messia svolge nella religione cristiana.


D'altra parte, che gli oppressi liberino se stessi è una lettura troppo riduttiva delle idee di Marx ed Engels; e il ‘Manifesto’ non avrebbe avuto il suo successo se si fosse affidato a una fiducia così ingenua. Esso racconta invece una precisa evoluzione del proletariato, per cui da moltitudine dispersa diventa una massa omogenea e compatta; questa massa è però rivoluzionaria solo potentia, lo diventa actu quando diventa classe acquisendo consapevolezza di sé. E non l'acquista col semplice trascorrere del tempo, ma assorbendo i ceti medi proletarizzati, soprattutto quando ‘una parte della borghesia passa al proletariato, e segnatamente una parte degli ideologi borghesi che sono giunti a comprendere teoricamente il movimento storico nel suo insieme’. Perché ci sia rivoluzione non basta essere oppressi, non basta essere riuniti dallo sviluppo produttivo in grandi masse omogenee e comunicanti; occorre essere classe sociale che disponga della comprensione teorica , cioè che sia guidata dagli intellettuali borghesi che abbandonano la loro classe: queste condizioni fanno della rivoluzione in potenza – la guerra civile più o meno occulta – una rivoluzione in atto.


Alla fine del primo capitolo del ‘Manifesto’ appare la seguente sintesi: ‘La condizione più essenziale dell'esistenza e del dominio di classe borghese è l'accumularsi della ricchezza nelle mani dei privati, la formazione e l'aumento del capitale; condizione del capitale è il lavoro salariato. Il lavoro salariato si fonda esclusivamente sulla concorrenza degli operai fra di loro. Il progresso dell'industria, del quale la borghesia è l'agente involontario e passivo, sostituisce all'isolamento degli operai, risultante dalla loro concorrenza, la loro unione rivoluzionaria mediante l'associazione. Lo sviluppo della grande industria toglie dunque di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria i prodotti. Essa produce innanzi tutto i propri seppellitori. Il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono ugualmente inevitabili’. In altri termini: la ricchezza borghese viene dallo sfruttamento del lavoro degli operai; gli operai sono in concorrenza tra loro, perciò sono incapaci di organizzarsi come classe e di dare battaglia; lo sviluppo industriale, a cui i borghesi sono costretti dalla concorrenza tra loro, tra borghesi, sopprime questa concorrenza tra lavoratori e li unisce in un'associazione rivoluzionaria invincibile. Marx ed Engels sono dunque perfettamente consapevoli della vera difficoltà che impedisce il passaggio dalla rivoluzione potenziale alla rivoluzione attuale: la concorrenza, che domina il rapporto tra i lavoratori. Il capitalismo fa dei lavoratori non pura forza lavoro, essi non sono merce; ma li rende venditori indipendenti dell'unica merce di cui sono proprietari, della forza lavoro più o meno semplice, così li espone, come tutti i venditori, alla concorrenza, li rende nemici.


Basta una minima riflessione per accorgersi di quanto sia illusoria la speranza del ‘Manifesto’. La sintesi di Marx ed Engels presenta due errori. Innanzitutto la borghesia è concepita come agente passivo del progresso dell'industria – un'espressione contraddittoria che, se ha una plausibilità per il fatto che il singolo capitalista subisce il progresso dell'industria, d'altra parte non può negare il fatto che il progresso industriale diminuisce la domanda di forza lavoro rispetto alla sua offerta, aumenta cioè la concorrenza tra i lavoratori ed è dunque uno dei fondamenti del potere del capitalista su di loro. In secondo luogo, il progresso dell'industria riunisce gli operai dispersi in masse sempre più numerose, è vero, ma li riunisce come concorrenti, li aggrega senza che cessi la loro natura di atomi respingenti, non li costituisce come classe, perché si verifica sempre in modo da non toccare lo squilibrio tra un'offerta sempre eccessiva di forza lavoro e una domanda sempre carente. Le lamentele sull'alienazione della società di massa significano in fondo solo che il progresso industriale nel massificare non associa gli individui. Ne segue che il termine stesso di ‘masse rivoluzionarie’ a cui questo passo del ‘Manifesto’ potrebbe dare adito, termine così ricorrente nei discorsi ‘di sinistra’, è una contraddizione, un modo illusorio di risolvere la difficoltà principale della rivoluzione proletaria, quella della trasformazione delle masse in classe.


Se si deve rimproverare a Marx e ad Engels l'eccesso di ottimismo sugli effetti associativi dello sviluppo industriale sulle masse, si deve però riconoscere loro almeno la chiara visione della concorrenza tra i lavoratori. La sinistra attuale semplicemente ignora questo punto. Essa si riferisce ai lavoratori senza pensarli come proprietari in concorrenza e se li immagina come già associati in classe. Per questo l'eccessivo ottimismo di Marx ed Engels nella sinistra attuale si esaspera nella follia di identificare la globalizzazione con l'internazionalismo. La globalizzazione è in realtà la forma esasperata del libero scambio, lo strumento principale con cui la borghesia aumenta la concorrenza tra operai e spezza la loro unione come classe; ma la sinistra sogna che la classe operaia di dimensione internazionale sia già costituita, perciò ogni movimento capitalistico verso il globalismo sembra utile a facilitarle il compito della rivoluzione. In questo la sinistra rivela che di Marx ed Engels ha assorbito solo le illusioni e ha frainteso perfino l'appello con cui concludono il ‘Manifesto’: «Proletari di tutto il mondo, unitevi!» significa: «Superate la concorrenza tra voi che vi rende nemici e diventate classe», non significa affatto: «Rallegratevi dell'estendersi del libero scambio, dimenticate i confini e associatevi con gli operai delle altre nazioni». Infatti ‘la lotta del proletariato contro la borghesia è … all'inizio, per la sua forma, una lotta nazionale. Il proletariato di ogni paese deve naturalmente farla finita prima con la propria borghesia’.


Il riferimento tra nazionalismo e internazionalismo nel ‘Manifesto’ è complesso perché esso attribuisce alla borghesia una tendenza verso l'annullamento dello Stato-nazione, ma lo fa con grande insicurezza: da una parte la borghesia crea il mercato mondiale e così indebolisce l'isolamento e gli antagonismi nazionali; dall'altra il suo potere di aggregazione politica arriva allo Stato: ‘Province indipendenti … sono state strette in una sola nazione, in un solo governo, in una sola legge, in un solo interesse nazionale di classe, in un solo confine doganale’ – e non sembra poter andare oltre, perché il fatto che la borghesia ‘è di continuo in lotta … contro la borghesia di tutti i paesi stranieri’ impedisce la fusione tra gli Stati-nazione. Il parere ultimo di Marx ed Engels è che il superamento degli antagonismi nazionali, più che un effetto dell'estensione del mercato mondiale, segue il superamento dell'antagonismo di classe. Il proletariato non può farsi forte del mercato mondiale e della globalizzazione del libero scambio, perché questi sono in realtà meri strumenti della sua spogliazione, deve ‘conquistarsi prima il dominio politico (nazionale, certo!), elevarsi a classe dirigente della nazione, costituirsi in nazione’; ‘il proletariato stesso è nazionale, benché non certo nel senso della borghesia’. Insomma, le tendenze cosmopolite della borghesia sono limitate dagli antagonismi nazionali e la lotta del proletariato si svolge entro questi antagonismi; l'unificazione dell'umanità è un obiettivo aperto soltanto a proletariati nazionali che attraverso rivoluzioni nazionali siano diventati classe dirigente.


Löwy è lontano da tutta questa complessa pianificazione contenuta nel ‘Manifesto’; tutto il suo scritto ha un valore sentimentale. Poiché ignora completamente che la massa proletaria è divisa dalla concorrenza, che la sua organizzazione come classe è un compito, non un dato, la frase finale del testo gli appare ‘un proclama, una chiamata, un imperativo categorico’ all'internazionalismo. Anzi, mentre l'appello all'internazionalismo era soltanto visionario nel 1848, oggi gli sembra avere molte più chance, non perché l'organizzazione del proletariato mondiale in classe sia solida e sperimentata, ma perché il proletariato non è più solo minoranza, bensì maggioranza. Löwy non crede cioè che la rivoluzione sia il risultato dell'agire di una classe rivoluzionaria teoricamente illuminata, no, crede che la forza sia nel semplice essere maggioranza, nella massa. Poiché è massa il proletariato ‘è … la forza più potente nella lotta di classe contro il sistema capitalista globale’, anzi è l'asse attorno al quale altre forze sociali possono e devono orientarsi. E sembra quasi che la rivoluzione si faccia attendere per il ritardo con cui si orientano le altre forze sociali, le donne, le nazioni oppresse da altre nazioni, i disoccupati, i marginalizzati, gli ambientalisti.


Infine, però, Löwy non può nascondersi che alla massa proletaria manca ‘la pur minima coordinazione internazionale’, né può nascondere che questa coordinazione è sempre mancata, che l'internazionalismo ha mostrato finora una totale impotenza storica. Eppure il cuore non si arrende alla percezione e alla ragione; per questo vuole vedere ‘una nuova generazione’ che ‘ha riacquistato il senso dell'attività internazionalista’. Il problema, però, non è affatto se una generazione abbia o meno il senso dell'internazionalismo, qualunque cosa questo senso possa essere, ma se il proletariato, nazionale o internazionale che sia, sia organizzato come classe intelligente. Lo stesso Löwy se ne accorge e lamenta che ‘mentre nel XIX secolo i settori più consapevoli del movimento dei lavoratori, organizzati nell'Internazionale, erano in anticipo sulla borghesia, oggi sono relativamente, tragicamente, indietro’. Ne seguirebbe la necessità di iniziare la lotta dall'interno degli Stati. Löwy non lo riconosce; con un certo sforzo concede la possibilità di lotte nazionali, ma solo per andare al pezzo forte, all'appello finale: ‘Le lotte contemporanee sono … interdipendenti … La sola risposta razionale ed effettiva … al ricatto capitalista sulla delocalizzazione e sulla competitività … è la solidarietà dei lavoratori’. Qui Löwy si mette su un terreno scivoloso. Infatti, da una parte il capitalista non esiterà a dimostrare che proprio la delocalizzazione costituisce un atto di solidarietà dei lavoratori ricchi nei confronti dei lavoratori poveri: per effetto della concorrenza il salario dei primi scende, quello dei secondi sale fino a trovare un punto di equilibrio; così chi ha poco dà qualcosa del poco che ha a chi non ha nulla e i lavoratori di tutto il mondo saranno solidali condividendo la medesima povertà. D'altra parte la delocalizzazione può essere intesa solo come un ricatto per abbassare i salari più ricchi. Come possono i lavoratori spezzare questo ricatto con la solidarietà? Löwy non lo spiega, ma vediamo solo due strade aperte: la nobile tenacia dei lavoratori ricchi nel pretendere di lavorare per un salario superiore, così da favorire nel capitalista la scelta di delocalizzare e portare lavoro nei paesi poveri, oppure la nobile rinuncia al lavoro dei lavoratori poveri, che, informati del ricatto a cui sono sottoposti i lavoratori ricchi, dichiarano: ‘Se è così, ci rifiutiamo di lavorare per questo capitalista ricattatore’. Se però il mondo fosse questa gara di generose nobiltà, non ci sarebbe bisogno né delle classi né della loro lotta.



sabato 28 gennaio 2017

Dove si andava a parare

La campagna sulle "fake news" comincia a mostrare il suo vero volto. Viene colpito byoblu, il sito di Claudio Messora:


https://youtu.be/tXOcUOD91gc




Massima solidarietà a Messora, naturalmente. Mi permetto solo di aggiungere che si tratta di un altro elemento che testimonia il momento "Maria Antonietta" delle élite, il loro distacco dalla realtà: proprio non capiscono che la rabbia contro di loro ha radici profonde, strutturali (come si diceva una volta), e che tentare di bloccare la libera circolazione delle idee non servirà a nulla.

giovedì 26 gennaio 2017

Non è difficile capire

Non è difficile capire i motivi della rabbia popolare contro le élite:


http://www.repubblica.it/economia/2017/01/26/news/eurispes_per_la_meta_delle_famiglie_i_conti_non_quadrano_e_i_giovani_tornano_dai_genitori-156910353/?ref=HREC1-2




Ma le élite sembrano continuare a vivere nel loro "momento Maria Antonietta". Non so come finirà tutto questo, di sicuro non sarà un pranzo di gala, per citare uno che se ne intendeva.

mercoledì 25 gennaio 2017

lunedì 23 gennaio 2017

Notizie dal Centro Italia (P.Di Remigio)


(Piccole storie di ordinario liberismo. Ormai qualsiasi evento naturale, non poi così strano (neve in gennaio...), rischia di far affondare un pezzo del paese. Inutile ripetere cose già dette. Possiamo solo raccogliere l'invito che chiude questo intervento di Paolo Di Remigio, che pubblichiamo volentieri. Davvero, sganciarsi da questa organizzazione sociale folle e decadente sta diventando questione di sopravvivenza. M.B.)



NOTIZIE DAL CENTRO ITALIA (P. Di Remigio)

Nella provincia di Teramo inondata dalla neve e martoriata dal terremoto, manca la corrente elettrica ancora a migliaia di abitazioni, perché, si dice, carichi di neve, gli alberi cresciuti vicino ai cavi elettrici sono caduti e li hanno spezzati. Pare che non si conosca neanche dove siano interrotte le linee.

Di fronte a tanto disagio, i responsabili scaricano la responsabilità su altri responsabili: il presidente della regione Abruzzo, in un'intervista televisiva, chiede come mai la rete elettrica abruzzese sia così inefficiente nonostante l’ENEL, divenuta azienda di Stato nel 1962 ma privatizzata nel 1992, abbia dichiarato di aver investito 50 milioni per il suo ammodernamento; durante la stessa intervista un giornalista lancia contro il governatore accuse roventi per il ritardo con cui egli avrebbe lanciato l’allarme. Ma non sono queste le accuse rilevanti. Ogni società, dice Aristotele, sorge perché l’individuo è incapace di soddisfare da solo i propri bisogni. Tra i compiti dello Stato c’è dunque, innanzitutto, quello di provvedere ai bisogni che per definizione l'individuo non può fronteggiare, alle situazioni di emergenza, quelle umane, come le guerre, e quelle naturali, come le grandi forze elementari. Se di fronte a situazioni emergenziali, ma certo non catastrofiche (è così straordinario che a gennaio nevichi? Sono così straordinarie scosse sismiche dopo la prima?), manca una risposta che non sia l'eroismo dei singoli, questo significa che in trent’anni si è infine realizzato un preciso progetto, portato avanti con tenacia e intelligenza dagli interessati, benedetto dagli esperti, inculcato dai comunicatori: il progetto liberale dello Stato minimo, dello Stato senza mezzi. E la colpa degli amministratori è la stessa degli esperti ed è la stessa dei comunicatori: il loro tradimento, che fa impallidire ogni ulteriore responsabilità individuale, è di aver collaborato alla distruzione dello Stato su mandato del cosiddetto mercato. Di fronte a questa colpa, quella di non aver spedito la turbina agli ospiti terrorizzati dell'albergo di Rigopiano, per quanto grave possa essere, è una conseguenza forse inevitabile: solo se ci fossero state a disposizione 10, 50 turbine, anziché 1, dico una, turbina, non averla spedita sarebbe stata una decisione arbitraria e dunque criminale.

Dopo il terremoto del 18 gennaio, la Commissione Grandi Rischi ha dichiarato che potrebbero esserci scosse del VI-VII grado Richter e che le dighe del lago di Campotosto potrebbero cedere con effetto Vajont. Le capacità previsionali della sismologia sono molto modeste, e in un territorio in cui ci sono stati sismi del VI-VII grado Richter sono in generale possibili scosse della stessa magnitudo in qualunque momento. Si vorrebbe credere che, nell'emettere una dichiarazione così allarmante, la Commissione Grandi Rischi non si sia riferita a questa generica possibilità, ma abbia avuto a disposizione elementi per quantificare la probabilità di forti scosse e abbia calcolato i rischi della popolazione secondo la sua distanza dai probabili epicentri, in modo che le altre autorità competenti mettessero in atto piani rapidi di verifica della sicurezza abitativa e di evacuazione delle comunità a rischio. Nulla di tutto questo. Già a fine ottobre su un autorevole giornale tedesco si poteva infatti leggere che tra Amatrice e L'Aquila c'è una faglia (quella di Campotosto) caricata di energia dalle precedenti scosse, che avrebbe sicuramente prodotto importanti fenomeni tellurici. Si sapeva con sicurezza da mesi il dove, solo sul quando c'era probabilità. La gente, nonostante la reticenza degli esperti, mormorava che a Campotosto ci sarebbe stato un nuovo episodio del terremoto iniziato nel 2009; ma le autorità, tutte, fingevano di ignorarlo per timore di dover fare ciò che non potevano fare. Se fosse esistito lo Stato anziché lo Stato minimo, non ci sarebbe stata nessuna esitazione a mettere in sicurezza già dall'inizio di novembre i paesini intorno alla faglia di Campotosto, dichiarando inagibile tutto ciò che non potrebbe resistere al VI-VII grado Richter e iniziando a costruire in modo sicuro secondo le diverse priorità dei diversi abitanti di restare nella loro terra. Invece gli abitanti di Campotosto, di Capitignano, di Montereale sono stati lasciati soli con il loro rischio e hanno subito le quattro scosse del 18 gennaio intrappolati nelle loro case intrappolate nella neve. Che solo dopo il terremoto del 18 la Commissione Grandi Rischi annunci che sono possibili grandi rischi, addirittura la rottura delle dighe del lago di Campotosto e il catastrofico versamento delle acque lungo la vallata del fiume Vomano – il ritardo di un allarme tanto grave si può spiegare solo con la vicenda del processo che la Commissione ha subito per il terremoto dell’Aquila del 2009: poiché l'aver tranquillizzato la popolazione le è costata l'accusa di essere responsabile delle circa 300 vittime, essa, benché assolta per i fatti di allora, in questa occasione ha capovolto la linea di comportamento così da tutelarsi in eventuali futuri processi: non più tranquillizzare, ma allarmare e scaricare ogni eventuale responsabilità sulle altre autorità qualora non reagiscano all’allarme. E in effetti la regione non è in grado neanche di ripristinare la corrente elettrica e di raggiungere le località isolate, figuriamoci il resto! Così l’unica reazione di cui le autorità dello Stato minimo liberale dispongono per fronteggiare i problemi è esasperare la paura della popolazione.

Quando ero piccolo nel mio paese di 5000 anime c'era lo spazzaneve, una pala montata su un autocarro militare americano dell'ultima guerra, che percorreva continuamente le strade a partire dall'ispessirsi dei primi centimetri e garantiva la viabilità. Oggi ai comuni manca tutto: Teramo non ha la possibilità di tenere sgombre le strade e, travolta dagli eventi, non ha la possibilità neanche di organizzare i cittadini che volessero mettersi a disposizione per i lavori di comune utilità. Gli Italiani non si illudano: non è questa decisione di questo amministratore di sospetta corruzione la radice delle sciagure, è il neoliberalismo che ha inibito lo sviluppo delle forze produttive e ha ridotto il potere pubblico all'impotenza primitiva. Sganciarsene inizia a diventare una questione di sopravvivenza.


lunedì 16 gennaio 2017

Il conto di Renzi

Il conto di Renzi lo dobbiamo pagare noi


http://www.repubblica.it/economia/2017/01/16/news/ue_ultimatum_all_italia_manovra_da_3_4_miliardi_-156112779/?ref=HREA-1




Vorrei che tutti apprezzassero una frase come questa:


"Juncker (...) a metà novembre aveva preferito non bocciare pubblicamente la manovra a pochi giorni dal referendum per evitare di influenzare il processo democratico interno italiano."


Non è meravigliosa, questa fine sensibilità democratica in Juncker? E' ovvio che ha ragione lui. E' proprio così. Se si sa come stanno le cose, questo in effetti influenza il processo democratico. Meglio dunque che le cose non si sappiano. Non c'è molto da dire, mi sembra. Possiamo solo aggiungere questo: il fatto che un giornalista di Repubblica possa dirci una cosa del genere senza che l'ombra di un dubbio attraversi la sua prosa, la dice lunga su quale sia il ruolo di questo giornale, e in generale dei grandi mezzi di informazione.



mercoledì 11 gennaio 2017

Capitalismo e liberalismo

Alcune considerazioni che trovo interessanti, di Fabrizio Marchi:


http://www.linterferenza.info/editoriali/capitalismo-liberalismo-potrebbero-divorziare/


Sono anch'io dell'opinione che il capitalismo, arrivato alla fase del "capitalismo assoluto", tenda a mettere in mora molti aspetti che erano tipici delle società liberali. Si tratta di temi che andrebbero approfonditi.





martedì 10 gennaio 2017

domenica 8 gennaio 2017

Paura?

Dissensi interni alle oligarchie euriste:


http://www.repubblica.it/esteri/2017/01/07/news/germania_l_autocritica_di_gabriel_accusa_la_merkel_con_cieca_austerita_una_spaccatura_nella_ue_non_e_piu_impensabile_-155581093/?ref=HRER3-1


Si noti la frase finale "la Germania è il paese che trae i maggiori benefici, più di ogni altro membro della Ue, dall'esistenza dell'Unione. I maggiori benefici sia economici sia politici". Ma questo lo sapevamo. Più interessante è notare che lo spauracchio di questi signori è Marine Le Pen, per fermare la quale sarebbero disposti perfino a concedere mezzo punto di deficit, bontà loro. Della Le Pen hanno paura. Non di Melenchon, di Iglesias o di Tsipras. Tantomeno della sinistra italiana. Tutto questo è indice del fallimento storico della sinistra dell'intero continente.

sabato 7 gennaio 2017

Si fa politica per fare affari

Alcune interessanti osservazioni sul rapporto politica-affari in Italia:




http://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/8812-alfio-mastropaolo-si-fa-politica-per-fare-affari.html


Una volta compresa la trasformazione di tutti i partiti in feudi affaristico-criminali, ciò che bisogna aver chiaro è il fatto che una politica di difesa degli interessi dei ceti subalterni, di riscatto e di emancipazione, passa necessariamente attraverso la più netta e totale contrapposizione all'insieme di questo mondo affaristico-criminale, cioè all'insieme di tutti i partiti (di destra, di centro o di sinistra).

giovedì 5 gennaio 2017

Qualche apertura

Come abbiamo già osservato (qui e qui) ormai certe analisi sulla crisi dell'euro stanno arrivando sulla stampa mainstream. Un ultimo esempio è il seguente:





Certo, per il momento queste cose vengono dette sulle pagine di settore, o sul "sole24ore", mentre il grande pubblico è ancora affidato alla rozza ideologia europeista dei Saviano e dei Severgnini. Ma in ogni caso il bacino di influenza di queste analisi si sta allargando. Sono sempre più convinto che il 2017 sarà un anno interessante.

mercoledì 4 gennaio 2017

Il voto, che brutta cosa

Dopo averci spiegato che per tenerci euro e UE dobbiamo necessariamente impoverirci, Michele Salvati sul "Corriere" propone la grande alleanza dei riformisti contro i populisti


http://www.corriere.it/opinioni/17_gennaio_04/coalizione-riformista-81885094-d1f7-11e6-a55b-632cc5cf8e9f.shtml






Indubbiamente è questo il progetto attuale dei ceti dominanti, il "piano B" dopo il fallimento di Renzi. Una analisi la trovate qui. Non so quante possibilità abbia un tale progetto, dato l'infimo livello dell'attuale ceto politico. Ma a parte questo, è notevole il passaggio in cui Salvati spiega che una tale alleanza riformista dovrà "fare solo quelle riforme costituzionali che sono in grado di raccogliere in Parlamento i due terzi dei consensi, in modo da evitare il voto referendario". Il fastidio delle oligarchie verso il voto popolare è sempre più evidente.

martedì 3 gennaio 2017

Conflitti nelle oligarchie

Segnalo un interessante articolo di Roberto Napoletano, direttore del "Sole24ore", che dice in maniera abbastanza netta alcune verità (ovviamente, sempre all'interno di una visione del mondo che non è la nostra):


http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2016-12-29/le-chiavi-potere-club-franco-tedesco-e-conto-che-paga-l-italia-232536.shtml?uuid=AD6DIeMC


Ottima l'analisi che di questo articolo fa Leonardo Mazzei:


http://sollevazione.blogspot.it/2017/01/se-questo-e-un-ministro-delleconomia-di.html