martedì 13 ottobre 2020

Il muro

 

Il muro

(lettere al futuro, 3)

Marino Badiale



La situazione dell’umanità contemporanea è paradossale. Da decenni è riconosciuto il fatto che l’attuale organizzazione economica e sociale crea gravi problemi alla riproduzione dell’ambiente naturale, problemi tali da mettere potenzialmente in pericolo la continuazione della civiltà stessa. Fino a qualche tempo fa era ancora possibile pensare che l’attualizzazione di tali potenzialità distruttive fosse abbastanza lontana nel tempo, ma la ricerca scientifica e la stessa cronaca quotidiana ci dicono che siamo ormai alle soglie di sviluppi devastanti per l’umanità e la civiltà. Se questa è la situazione oggettiva, ciò che appare paradossale è la sostanziale indifferenza della stragrande maggioranza dell’umanità stessa di fronte a questa realtà. Per fare un esempio, è vero che oggi nel mainstream informativo si parla del cambiamento climatico più diffusamente rispetto a qualche tempo addietro, e che se ne dà ormai per assodato il carattere antropogenico. Eppure, nonostante questo, la reazione implicita da parte di tutti (ceti dirigenti e gente comune) sembra quella di considerare il problema come uno in più fra i tanti, e sperare che in qualche modo venga risolto dai politici della propria parte, o dal mercato, o dallo Stato, dalla scienza, dalla fede, dal ritorno ai valori della tradizione, e così proseguendo secondo le proprie preferenze ideologiche.

Un altro esempio, relativo all’Italia, è la sconcertante indifferenza, propria, ancora una volta, delle masse come delle élite, rispetto ai disastri, a volte con vittime, causati ogni anno dalle piogge autunnali [1].

Questo contrasto fra la gravità dei pericoli, ormai riconosciuta, e la diffusa indifferenza, è uno dei grandi problemi irrisolti del nostro tempo, e dovrebbe quindi essere al centro della riflessione intellettuale e del dibattito.


L’indifferenza di cui abbiamo appena parlato riguarda la grande maggioranza della popolazione, ma questo ovviamente non esclude che esistano minoranze consapevoli della gravità dei problemi di cui stiamo parlando, e attivamente impegnate nel tentativo di mobilitare le coscienze della maggioranza. Quest’opera di mobilitazione avviene sia sul piano politico sia sul piano intellettuale. Il problema di fondo è che tale azione sembra non riuscire a rompere il muro dell’indifferenza, e questo si ripercuote sulle stesse elaborazioni degli attivisti climatici. Per mostrare un esempio di quanto vado dicendo, prenderò in esame tre libri pubblicati di recente in Italia, che giudico interessanti e validi, ma che, come cercherò di mostrare, presentano degli evidenti limiti che mi appaiono legati a quel “muro di indifferenza” del quale ho parlato poc’anzi.

I primi due testi di cui parlerò sono di Daniel Tanuro [2] e Ian Angus [3]. Sono espressioni di una corrente intellettuale “ecosocialista”, presente a livello internazionale, che esprime alcuni concetti fondamentali con alto livello intellettuale, serietà scientifica, lucidità e chiarezza.

I due testi presentano delle somiglianze nello schema generale, che può essere riassunto come composto di tre movimenti.

In primo luogo, si fa una rassegna dei gravissimi problemi ecologici che incombono sull’umanità contemporanea, e che hanno ormai cominciato a produrre effetti riconoscibili. Ovviamente il tema del cambiamento climatico è in primo piano, ma non è l’unico esempio di rottura dei cicli fondamentali della biosfera. Gli autori utilizzano qui la sterminata letteratura scientifica prodotta negli ultimi decenni su questi temi, offrendone un’ottima sintesi, chiara ed efficace.

In secondo luogo, si portano argomenti a sostegno della tesi che la devastazione ecologica contemporanea ha la sua radice ultima nel carattere capitalistico della società attuale. Si tratta del fatto, per esprimerci qui in maniera sintetica, che la logica autoriproduttiva del rapporto sociale capitalistico spinge le nostre società ad una crescita continua e quindi al continuo superamento di ogni limite naturale (fisico o biologico).

Come conclusione logica dei primi due passaggi, si argomenta infine la necessità del superamento del capitalismo e dell’instaurazione di un socialismo ecologista.

Il problema, naturalmente, sta tutto nell’ultimo passaggio, nel fatto cioè che nessuno sa come concretamente organizzare una lotta che porti davvero all’abbattimento del capitalismo e alla creazione di una società ecosocialista. Gli autori in questione si appellano alle masse del Sud del mondo, che pagheranno un prezzo molto alto per i disastri in arrivo, così come ai ceti subalterni dei paesi avanzati, che subiranno anch’essi colpi molto duri. Ma il fatto di essere colpiti da una crisi di per sé non è garanzia di nulla, non significa che la masse colpite decidano di ribellarsi, e soprattutto non condiziona in nessun modo la direzione di una eventuale ribellione. Non mi sembra ci siano argomenti validi per pensare che il declino dell’attuale organizzazione sociale porti alla società ecosocialista, e non invece a una qualche forma di Stato autoritario, o magari semplicemente al regresso a piccole comunità chiuse in se stesse.

Gli autori si richiamano ai tanti movimenti che nel mondo intero si oppongono in un modo o nell’altro ai progetti dei ceti dominanti, subalterni alla logica capitalistica. Ma tutti questi movimenti, nei decenni passati, non sono mai riusciti ad elaborare una strategia unitaria ed efficace per la lotta globale al capitalismo e il suo superamento verso una società socialista, e non si vede perché dovrebbero riuscirci adesso.

Chi cerca di mettersi su un piano più concreto è un altro testo (il terzo di questa nostra discussione), il cui autore è Roger Hallam, uno dei fondatori del movimento “ExtinctionRebellion”, che ha organizzato azioni di protesta contro l’inazione dei governi occidentali rispetto al problema del cambiamento climatico [4]. Il libro di Hallam descrive la situazione critica in cui si trova l’umanità contemporanea in modo simile a quanto fanno i due testi precedenti, ma, a differenza di essi, non si sofferma sull’analisi della società capitalistica, e procede piuttosto a indicare strade di azione diretta per l’abbattimento dei governi attuali. Si tratta di impostare azioni preparatorie di disobbedienza civile che dovranno crescere, aggregando strati via via più ampi della popolazione, fino ad arrivare all’occupazione pacifica di una capitale, o di suoi punti importanti, per almeno qualche giorno. Questo evento dovrebbe costringere il governo alla trattativa col movimento ribelle. L’autore parla di “richieste non negoziabili” (pag.90) e quindi più che una trattativa sembra chiedere una resa del potere costituito alle richieste del movimento “ribelle”. La vittoria del movimento porterà ad una nuova strutturazione del potere, basata su assemblee popolari estratte a sorte (pag.113) che dovranno impostare “la trasformazione radicale dell’economia” (pag.121). Alcuni aspetti fondamentali di tale trasformazione sono indicati alle pagg.124-137 del libro, e sono ampiamente condivisibili. Quello che non convince è la fiducia dell’autore nel fatto che alcune azioni dimostrative siano sufficienti a spingere le masse all’azione. È una strategia molte volte sostenuta, nella storia della modernità, e mi sembra che non abbia mai portato ai risultati voluti.

In sostanza, i tre testi esaminati mostrano un limite analogo, che si manifesta in forme diverse: non sanno indicare una strada politica concreta per far sì che le masse popolari escano dalla loro passività e diventino soggetti attivi nella lotta contro i ceti dominanti e contro la traiettoria distruttiva lungo la quale si sta muovendo il nostro mondo globalizzato.

Ovviamente, i tre libri che abbiamo esaminato sono un campione infinitesimale della produzione intellettuale e politica del mondo dell’attivismo ecologista ed ecosocialista. Ma mi sembrano rappresentativi delle difficoltà che ha questo mondo ad uscire dalla propria condizione minoritaria, almeno nei paesi occidentali. Come appare chiaro, il problema col quale ci si scontra è quella sostanziale indifferenza di cui si parlava all’inizio.

Gli attivisti sono certo coscienti del fatto che se si vuole almeno tentare di salvare la civiltà umana dal baratro nel quale la sta spingendo l’attuale organizzazione sociale, bisognerebbe riuscire a “bucare” questo muro di indifferenza. Sembra quindi sia necessario uno sforzo di analisi per capire da dove arrivi questo atteggiamento delle masse, tanto più paradossale quanto più emerge, con chiarezza sempre maggiore, come ormai sia in questione la stessa sopravvivenza, se non la propria almeno quella dei propri figli. Si tratta di un lavoro di scavo ancora largamente da fare.

In ogni caso, fino ad ora gli sforzi indirizzati a “bucare il muro” sono stati infruttuosi, e sembra azzardato pensare che si raggiunga lo scopo nel poco tempo che rimane, prima che la crisi ambientale diventi irreversibile. La prognosi più probabile sembra allora sia quella di un crollo dell’attuale civiltà, che porterà a forme di organizzazione sociale oggi non prevedibili.




[1] Ne abbiamo parlato, per esempio, in questo breve intervento:

http://www.badiale-tringali.it/2020/10/dissesto.html


[2] D.Tanuro, È troppo tardi per essere pessimisti, Alegre 2020


[3] I.Angus, Anthropocene. Capitalismo fossile e crisi del sistema Terra, Asterios 2020


[4] R.Hallam, Altrimenti siamo fottuti!, Chiarelettere 2020







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