domenica 1 maggio 2022

E deve venire un economista americano a dircelo

 “L’Unione europea dovrebbe muoversi in modo molto più deciso per favorire un accordo di pace. Un embargo totale su petrolio e gas probabilmente getterebbe l’Europa in una recessione. Non lo consiglio. Non cambierebbe in modo decisivo l’esito della guerra e non influirebbe molto su un accordo di pace, ma danneggerebbe l’Europa pesantemente"


https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/05/01/guerra-russia-ucraina-leconomista-jeffrey-sachs-stati-uniti-piu-riluttanti-di-mosca-a-una-pace-negoziata/6576461/

venerdì 22 aprile 2022

Aridità

La climatologia distingue fra le previsioni sugli andamenti globali e quelle relative ad aree più localizzate. Queste ultime sono più complesse. Per quanto riguarda l'area mediterranea, a mia conoscenza vi è un sostanziale accordo fra gli studiosi sul fatto che il cambiamento climatico in atto porterà a un generale inaridimento. Le notizie di questi giorni su secche di laghi e fiumi non sono ovviamente una prova, ma mi sembra rappresentino un indizio di cui tener conto.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/04/19/siccita-il-lago-di-como-e-ai-minimi-storici-lo-spettacolo-desolante-della-darsena-senzacqua-video/6564194/


Particolarmente inquietante è il caso del lago Trasimeno, rispetto al quale consiglio un articolo di Maurizio Fratta: "Malato terminale", su "l'altrapagina" del Novembre 2020. Purtroppo nel sito della rivista l'accesso agli articoli è a pagamento.

 

giovedì 21 aprile 2022

Giornali viennesi

"Ma in quel momento per disgrazia il cameriere zelante mi portò un giornale viennese, tentai di leggerlo e la nausea mi afferrò in forma di vero sdegno. Là si potevano vedere le frasi retoriche dell'inflessibile volontà di vittoria, delle insignificanti perdite nostre e di quelle enormi dell'avversario, là mi si faceva incontro, nuda e gigantesca, la svergognata menzogna della guerra! No, i colpevoli non erano quegli spensierati cittadini a passeggio, ma soltanto coloro che aizzavano alla guerra con le loro parole. Ma eravamo colpevoli anche noi, se non insorgevamo a combatterla con le nostre. Avevo ricevuto il giusto impulso: bisognava lottare contro la guerra! Tutto era già pronto in me ed era mancata soltanto l'ultima conferma del mio istinto perché cominciassi. Avevo riconosciuto l'avversario da combattere: il falso eroismo che preferisce mandare gli altri a soffrire e a morire, il facile ottimismo dei profeti incoscienti: politici o militari, che, promettendo senza scrupoli vittoria, prolungano il massacro ed hanno alle spalle il coro da loro pagato, tutti quei "parolai della guerra" che Werfel ha messo alla gogna in una sua bella poesia. Chi manifestava un dubbio li disturbava nei loro affari patriottici; chi ammoniva era schernito come pessimista; chi combatteva la guerra di cui essi non dividevano i dolori, era marchiato traditore. Era sempre attraverso i tempi la stessa gentaglia, pronta a dichiarare vili i prudenti, deboli gli umani, per poi smarrirsi nell'ora della catastrofe imprudentemente provocata."

Da: Stefan Zweig, Il Mondo di ieri, capitolo "La lotta per la fraternità spirituale".


(ovviamente, si sta parlando di giornali viennesi del 1914 o giù di lì. Cosa mai potrebbe avere a che fare tutto questo con l'oggi? Chi mai potrebbe pensare che "la stessa gentaglia" abbia ancora spazio nel nostro tempo così resiliente, inclusivo, fluido? M.B.)

mercoledì 20 aprile 2022

Il mondo di ieri?

"Nel 1914 tutti i popoli combattenti si trovarono in uno stato di sovreccitazione: la diceria più stolta si trasformava subito in realtà, la più assurda calunnia veniva creduta. A dozzine c'erano persone in Germania pronte a giurare di aver visto coi loro occhi le automobili cariche d'oro recarsi dalla Francia in Russia; le fiabe degli occhi cavati e delle mani mozzate, che affiorano in ogni guerra sin dal secondo o dal terzo giorno, riempivano i giornali. Non sapevano quegli ingenui che la tecnica di attribuire al soldato nemico ogni possibile crudeltà fa parte del materiale di guerra quanto i proiettili e gli aeroplani, e che essa viene cavata dai magazzini regolarmente al principio di ogni conflitto. La guerra non può essere messa d'accordo con la ragione e con il senso di giustizia; essa esige entusiasmo cieco per la propria causa e odio contro l'avversario. Ma è proprio della natura umana che i sentimenti acuti non si possano prolungare all'infinito, né nell'individuo, né in un popolo, e ciò è ben noto ad ogni organizzazione militare. Questa perciò ha bisogno di un assillo artificiale e simile compito d'incitamento dev'essere assolto - con buona o con cattiva coscienza, per convinzione o per abilità di mestiere - dagli intellettuali, dai poeti, dagli scrittori, dai giornalisti. Essi dovevano battere il tamburo dell'odio e lo fecero con la massima energia, sino a quando ogni persona ancor ragionevole ne ebbe le orecchie ed il cuore dolenti. Quasi tutti in Germania, in Francia, in Italia, nel Belgio ed in Russia, obbedirono alla propaganda di guerra e con ciò alla follia ed all'odio collettivo della guerra, invece di insorgere a combatterli. Le conseguenze furono disastrose. (...) Shakespeare venne bandito dai teatri tedeschi, Mozart e Wagner da quelli francesi ed inglesi. (…) Il perturbamento degli intelletti divenne sempre più assurdo. (...) I preti predicavano dagli altari, ed i socialisti, che un mese prima avevano denunciato il militarismo come il peggiore delitto, facevano ora più chiasso degli altri (…)"

Da: Stefan Zweig, Il Mondo di ieri, capitolo "Le prime ore della guerra del 1914".


giovedì 14 aprile 2022

L'ombra della democrazia

Trovo sempre molto interessanti le analisi di Roberto Buffagni. Rispetto alla notizia discussa nell'intervento riportato nel seguito, avevo pensato cose molto simili. Molto bella, espressiva e vera, a mio parere, l'immagine finale.


https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_democrazia_della_signora_pina_siamo_noi_occidente/45289_45886/

lunedì 4 aprile 2022

Il luogo della verità

Da "La sinistra assente", di D.Losurdo, Carocci 2014, pp.94-95

(Ringrazio l'amico Maurizio Fratta per la segnalazione)



Il luogo della verità non è la singola proposizione bensì l'argomentazione,

di cui occorre indagare la concatenazione e la coerenza: questa tesi e questa

messa in guardia di Hegel appaiono più che mai essenziali oggi che la

verità, più ancora che a una proposizione semplice ed elementare, è ridotta

a una percezione che vorrebbe essere immediata e incontrovertibile ma è

in realtà provocata da un'immagine, se non sapientemente manipolata, in

ogni caso selezionata in modo accurato e strumentale. È in questo senso

che, per dirla con Debord, nella società dello spettacolo (e, soprattutto,

nella società che trasforma lo spettacolo in tecnica di guerra), ammesso che

ci sia ancora spazio per «il vero», esso è soltanto «un momento

del falso». Le immagini (i neonati scaraventati fuori dall'incubatrice, il cormorano

che affoga ecc.) sono chiamate a tunzionare a guisa di smoking gun ovvero di 

«pistola fumante»; a questo punto a nessuno è lecito mettere in dubbio la ferocia

del nemico e a nessuno è lecito ostacolare o intralciare la lotta contro il

Male. Abbiamo visto che obiettivo esplicito e dichiarato della Psywar è di

bollare il nemico quale incarnazione di Satana. Con l'avvento di Internet

e dei nuovi media, tale tecnica acquisisce un'efficacia micidiale: «La lotta

viene prima rappresentata come un duello tra il prepotente e il prevaricato

indifeso, e poi rapidamente trasfigurata in una contrapposizione frontale

tra il Bene e il Male assoluti». In queste circostanze, ben lungi dall'essere

strumento di libertà, i nuovi media producono il risultato contrapposto.

Siamo in presenza di una tecnica di manipolazione, che «restringe fortemente

la libertà di scelta degli spettatori»; «gli spazi per l'analisi razionale

vengono compressi al massimo, in particolare sfruttando l'effetto emotivo

della rapida successione delle immagini» (Dottori, 2001, pp. 43-4). È

per l'appunto il terrorismo multimediale dell'indignazione.


[DOTTORI G. (2011), Disinformacija. L'uso strategico del falso nel caso libico, in "Limes. Rivista italiana di geopolitica", i, pp. 43-9.]

giovedì 24 marzo 2022

Sconnessione cognitiva

Osservazioni interessanti in questo intervento firmato da "Piotr". Condivido in particolare l'idea che la situazione spirituale in Occidente mostri chiari segni di "sconnessione cognitiva", come la chiama "Piotr". Una tale sconnessione la si percepisce nelle reazioni agli eventi in Ucraina, ma più in generale mi sembra una tendenza di fondo della nostra società.


https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2022/03/dallerrore-fatale-allidiozia-fatale.html#comment-form

sabato 19 marzo 2022

Conseguenze del riscaldamento globale

Il rapporto del secondo gruppo di lavoro dell'IPCC, presentato nei giorni scorsi, non ha ricevuto attenzione da parte di un sistema mediatico concentrato sulla vicenda ucraina. Nell'articolo seguente si trovano alcune indicazioni sui contenuti del rapporto.


https://antropocene.org/index.php?option=com_content&view=article&id=244:impatti-del-riscaldamento-globale-piu-veloci-e-piu-gravi-del-previsto-afferma-l-ipcc&catid=12&Itemid=148

martedì 15 marzo 2022

Diciamola semplice

Andrea Zhok è uno dei pochi intellettuali veri che siano rimasti in Italia:

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/diciamola-semplice


Condivido in particolare l'idea che l'attuale "razzismo istituzionale" antirusso sia stato preparato da anni o decenni di "politicamente corretto". Non nel senso dei contenuti specifici, naturalmente, ma nel senso di rendere abituale, accettabile, l'idea della censura verso le opinioni sgradite, verso i "cattivi" di turno. Il tema del politicamente corretto come forma ideologica razzista, intollerante e antiliberale, funzionale al capitalismo contemporaneo, è, a mio avviso, fondamentale per capire l'Occidente attuale. Ovviamente, si tratta di un tema che ha bisogno di un lavoro di analisi approfondito.

lunedì 14 marzo 2022

Narrazione della guerra in Ucraina. Finalmente un po' di buon senso

In mezzo a una selva di media supinamente allineati ad un'unica narrazione sulla guerra in Ucraina, emerge una TV locale genovese, che prova a dare qualche spunto di buon senso. 

Parliamo di una rete TV il cui editore è ex senatore eletto con Monti, che a suo volta, nel suo intervento, cita Lamberto Dini. Non proprio rivoluzionari antiamericani.. 

Viene anche ospitato un pezzo del senatore Crucioli, ex M5S

domenica 6 marzo 2022

Superato un altro limite planetario?

In articoli recenti ho toccato l'argomento dei "limiti planetari" introdotti negli ultimi anni da alcuni studiosi: si vedano per esempio i lavori citati in 

http://www.badiale-tringali.it/2021/03/fine-partita.html

e in 

http://www.badiale-tringali.it/2022/02/la-trappola-dellantropocene.html


Per alcuni di questi limiti non era ancora stata proposta una precisa definizione quantitativa. Nell'articolo segnalato di seguito, si fornisce qualche indicazione sul lavoro degli studiosi verso una tale definizione


https://antropocene.org/index.php?option=com_content&view=article&id=238:superamento-di-un-altro-limite-planetario&catid=12&Itemid=148



domenica 27 febbraio 2022

La trappola dell'Antropocene

 

La trappola dell’Antropocene

(lettere al futuro 6)

Marino Badiale


Appare ormai abbastanza diffuso il riconoscimento del fatto che l’azione umana sul sistema terrestre sia arrivata al punto da mettere in pericolo i principali cicli fisici, chimici e biologici del sistema stesso. La relativa stabilità di tali cicli è stata fino ad oggi il fondamento naturale delle civiltà umane, e metterne in pericolo l’autoriproduzione significa dunque ipotecare il futuro dell’attuale civiltà e spingersi pericolosamente nella direzione di un gravissimo collasso sociale. Nello sforzo di precisare e quantificare questo tipo di problemi, alcuni studiosi hanno elaborato la nozione di “limiti planetari”, limiti che l’umanità non deve superare per evitare un’alterazione profonda dei cicli del sistema [1]. Il più noto di tali problemi riguarda l’alterazione umana del ciclo del carbonio: l’uso di combustibili fossili ha portato, negli ultimi due secoli, all’accumulazione nell’atmosfera di gas a effetto serra, in particolare anidride carbonica, e questo sta iniziando ad alterare il clima del pianeta. Ma anche gli altri limiti individuati dagli studiosi in questione si legano a dinamiche cicliche del sistema terrestre che sono essenziali per la riproduzione della civiltà umana come la conosciamo.

Il fatto che l’azione umana sia arrivata a disturbare aspetti fondamentali della dinamica del sistema-Terra ha portato all’elaborazione della nozione di “Antropocene”, con la quale si vuole indicare l’ingresso in una nuova era geologica, quella, appunto, nella quale l’essere umano è divenuto un vettore di cambiamento geofisico paragonabile alle forze naturali che hanno segnato l’evoluzione del sistema-Terra nei miliardi di anni della sua storia.

Di fronte alla dimensione e alla gravità di questi problemi, è naturale che nasca un ampio dibattito, a tutti i livelli della società, e che si confrontino le più diverse posizioni culturali e politiche. In questo intervento intendo sostenere una tesi radicale, che verrà esplicitata nel seguito. Per introdurla, vorrei intanto discutere le tesi di coloro i quali, di fronte ai problemi sopra accennati, sostengono che la soluzione sia da cercare in grandi interventi tecnologici, che dovrebbero contrastare i fenomeni negativi generati dall’azione umana. Queste tesi si potrebbero riassumere nel modo seguente: “poiché ormai siamo nell’Antropocene, dobbiamo usare la nostra forza di esseri umani per gestire le dinamiche del pianeta in senso a noi favorevole”. Chiamerò “tecnofili” i sostenitori di tali posizioni. Idee analoghe circolano da tempo, per esempio in relazione al famoso Rapporto al Club di Roma del 1972, dedicato ai “limiti della crescita”[2]: anche in questi dibattiti vi fu chi argomentò che i limiti fisici delle risorse, per esempio, non sono rilevanti, perché la capacità inventiva umana sarà sempre in grado di spostarli più in là scoprendo tipi di risorse completamente nuovi: ad esempio il petrolio o l’uranio, che non sono mai state fonti energetiche, lo diventano grazie ai progressi della scienza e della tecnica.

Le tesi dei tecnofili sono difficili da discutere, perché rappresentano in sostanza una scommessa su un futuro essenzialmente imprevedibile. L’innovazione scientifica e tecnica ha sempre un tale carattere di imprevedibilità, altrimenti non sarebbe innovazione: secondo un valido argomento che risale, se la memoria non m’inganna, a K.R.Popper, se potessimo prevedere le scoperte scientifiche del futuro le avremmo già fatte, e non sarebbero più scoperte scientifiche. Ha dunque qualche fondamento l’argomento dei tecnofili: non possiamo sapere cosa ci porterà la ricerca scientifica del futuro, quindi non possiamo escludere che essa ci possa fornire strumenti scientifici e tecnici del tutto nuovi, e oggi impensabili, per affrontare i vari problemi ai quali abbiamo accennato. D’altra parte, si potrebbe ribattere ai tecnofili, se non possiamo sapere cosa ci porterà il futuro, di fronte al pericolo di un collasso di civiltà, non sembra del tutto ragionevole fare affidamento a sviluppi scientifici e tecnologici di cui al momento nessuno sa nulla. In altre parole, se non possiamo escludere grandi scoperte scientifico-tecniche, non possiamo neppure esserne certi: la posizione dei tecnofili appare una scommessa piuttosto azzardata, visto che non è qui in gioco il destino di un singolo individuo o di una impresa o di uno Stato, ma dell’intera civiltà attuale.

Arrivati a questo punto, la discussione sembra bloccata. Voglio allora proporre un ulteriore argomento per mostrare quello che mi sembra un grave limite della posizione dei tecnofili. La forza di tale posizione si basa sulla stupefacente serie di conquiste tecniche e scientifiche di cui l’umanità è stata capace fino ad oggi, ben note a tutti e delle quali è inutile fare adesso un elenco che sarebbe lungo e noioso. Le grandi conquiste scientifiche e tecnologiche dell’umanità sono un dato di fatto che non può essere negato. È però importante, mi sembra, la seguente osservazione: la storia delle conquiste umane è storia di successi ma anche, in pari grado, storia di fallimenti ed errori. Le scoperte scientifiche e le nuove teorie emergono da uno sfondo di errori: ogni impresa di successo, ogni grande innovazione tecnologica lascia dietro di sé un cimitero di fallimenti, e talvolta le innovazioni tecnologiche portano a disastri prima di essere correttamente calibrate. In questa constatazione non c’è nulla che sminuisca le capacità umane. Semplicemente, è un dato di fato che l’essere umano, nella costruzione del proprio mondo (materiale e intellettuale), procede per tentativi ed errori, ed è solo attraverso tentativi ed errori che si arriva a qualcosa di valido. Tutto ciò fa ormai parte del senso comune, ed esiste un’abbondante letteratura relativa al tema degli errori nella storia della scienza, della tecnologia, delle imprese economiche [3]. Il punto fondamentale per la mia argomentazione è che l’umanità ha sempre potuto permettersi di procedere per tentativi ed errori, perché l’errore, anche quando era catastrofico, colpiva, magari anche tragicamente, una piccola frazione della società, e non metteva in pericolo i fondamenti biofisici di ogni società sulla terra.

È chiaro però che la situazione dell’umanità nell’Antropocene è completamente diversa, e, da questo punto di vista, del tutto nuova. Nel momento in cui l’azione umana è dell’ordine di grandezza delle fondamentali forze geofisiche planetarie, ogni errore umano ha, potenzialmente, lo stesso ordine di grandezza di tali forze. Ogni errore può cioè provocare disastri planetari. E questa situazione è resa ancora più grave dal fatto che non conosciamo appieno tutte le possibili interazioni planetarie, e quindi non possiamo prevedere in maniera compiuta le modalità in cui l’errore umano può destabilizzare il pianeta.

Se questi ragionamenti sembrano astratti, proviamo a focalizzarci su un singolo evento disastroso, fra i molti che hanno costellato la storia dell’azione umana sul mondo. Ero un bambino al momento della tragedia del Vajont [4], e, pur non capendone ovviamente granché, l’evento mi restò impresso. Si tratta di un gravissimo disastro: circa 2000 morti in un’Italia lanciata sulla strada della modernizzazione e del boom economico. Il punto fondamentale che vorrei riuscire a trasmettere è che errori (o crimini, non è questo il punto nella discussione presente) come quelli che hanno portato alla tragedia del Vajont, una volta che l’umanità è entrata nell’Antropocene, si avranno su scala enormemente più vasta, perché questa è appunto l’essenza dell’Antropocene: quello che fa l’umanità ha ormai dimensioni e conseguenze planetarie. Per capire a quali rischi andiamo incontro nell’Antropocene, dobbiamo in primo luogo prendere una tragedia come il disastro del Vajont, tragedia spaventosa accaduta in una limitata zona alpina, e portarla almeno alla scala di un continente, se non dell’intero pianeta. In secondo luogo, dobbiamo pensare che una tragedia come quella del Vajont, per quanto orribile, non distrugge uno Stato, tantomeno una civiltà, perché non altera le condizioni ambientali fondamentali su cui si basano le civiltà umane; mentre, al contrario, questo è proprio quello che succede nell’Antropocene.


Mi sembra che preoccupazioni di questo tipo siano alla base di molte delle critiche che vengono rivolte ai progetti di “geoingegneria”. Si tratta, come è noto, dei progetti che vorrebbero rimediare ai problemi creati dall’azione umana con interventi tecnologici su scala appunto planetaria. Un esempio tipico, in riferimento al cambiamento climatico, è quello del progetto di lanciare nell’atmosfera prodotti analoghi a quelli di una grande eruzione vulcanica, in modo da schermare la luce solare e ridurre l’afflusso di energia sul pianeta. È interessante notare che le critiche a un progetto di questo tipo [5] fanno riferimento a pericoli come quello di piogge acide su scala massiccia, o al peggioramento dei problemi di siccità in molte zone tropicali. L’evocazione di simili scenari mi sembra mostri con chiarezza il punto fondamentale di quanto sto sostenendo: al livello di potere a cui è arrivata l’azione umana sul pianeta, ogni errore può avere conseguenze catastrofiche su interi continenti. D’altra parte, come abbiamo sopra evidenziato, la storia umana è storia appunto di errori e di progresso attraverso gli errori e grazie ad essi. Solo che, prima dell’Antropocene, gli errori non incidevano sulle dinamiche planetarie. Nell’Antropocene, per definizione, ogni errore può avere conseguenze globali e non pienamente prevedibili, tali da accelerare il collasso ecosociale che si vorrebbe impedire. Per sintetizzare in una formula: nell’Antropocene non possiamo permetterci errori, ma d’altra parte è impossibile non commettere errori. In definitiva, l’Antropocene è una trappola.


Se l’argomentazione fin qui svolta è valida, ne discende chiaramente che le tesi dei tecnofili non sono più applicabili, nella nuova situazione dell’umanità che indichiamo col termine “Antropocene”.

Ammettendo che tutto quanto fin qui detto sia ragionevole, sorge allora, ovviamente, la domanda: che fare? La risposta è facile da enunciare: se l’Antropocene è una trappola, occorre liberarsi, fuggire dalla trappola. Questo significa naturalmente, in primo luogo, rinunciare a tutti i progetti di “geoingegneria”, che rappresentano la pura e semplice prosecuzione della logica di potenza umana che definisce l’Antropocene. Ma significa molto di più. Uscire dall’Antropocene, data appunto la sua definizione, significa tornare in una situazione in cui l’azione umana non è più paragonabile all’azione delle grandi forze geofisiche. Significa cioè diminuire grandemente il potere umano di agire sulla natura. Significa ridurre la pressione umana sul sistema-pianeta, da tutti i punti di vista: e quindi in primo luogo ridurre produzione, consumi ed estrazione di risorse, ridurre la superficie terrestre utilizzata per le esigenze umane, fermare la deforestazione, diminuire grandemente la pesca, gli allevamenti, gli scambi commerciali, i viaggi. Significa anche, ovviamente, ridurre la popolazione umana: ma questa operazione, per tante intuibili ragioni, potrà essere attuata solo con molta lentezza, e quindi non sarà incisiva nell’immediato.


Quanto appena prospettato rappresenta, ovviamente, un cambiamento radicale rispetto alla logica fondamentale della società capitalistica, logica che ormai si è estesa all’intero complesso delle società umane. Se un’umanità concorde nell’esigenza di evitare il collasso che ci aspetta iniziasse adesso un percorso di fuoriuscita dalla logica capitalistica e dall’Antropocene, le tragedie peggiori potrebbero probabilmente essere evitate. Ci si può chiedere allora se questo tipo di cambiamento, facile da enunciare, abbia qualche possibilità di essere attuato nei tempi stretti che l’ormai incombente crisi ecosociale ci lascia. Ma anche in questo caso la risposta è assai facile: ovviamente no, non verrà attuato. Come ho argomentato in altri luoghi, ai quali rimando [6], non ci sono, nell’attuale società capitalistica globalizzata, significative forze sociali che spingano nella direzione di un cambiamento come quello indicato, e che dispongano di una proposta, ragionevole e convincente, di organizzazione sociale da sostituire a quella attualmente dominante. La logica capitalistica dominante proseguirà dunque nella sua traiettoria mortifera, che porterà al collasso dell’attuale civiltà e a sconvolgimenti sociali ed ecologici oggi imprevedibili. Il collasso prossimo venturo abbasserà drasticamente la potenza umana, e quindi alla fine l’umanità uscirà in ogni caso dall’Antropocene: ma questa fuoriuscita si imporrà ad una umanità impreparata ad essa e attraverso catastrofi planetarie.



Note


[1] Su questo tema si possono vedere i lavori di Johan Rockström, uno degli studiosi che hanno contribuito all’elaborazione del concetto di “limiti planetari”. Le idee fondamentali sono compendiate per esempio nei seguenti testi: J.Rockström, A.Wijkman, Natura in bancarotta, Edizioni Ambiente 2014; J.Rockström, O.Gaffney, Breaking Boundaries, DK Publishing 2021.

[2] Si veda la recente riedizione italiana del celebre rapporto: D.H.Meadows, D.L.Meadows, J.Randers, W.W.Behrens III, I limiti alla crescita, Lu::Ce edizioni 2018, e l’approfondita storia del dibattito da esso innescato: U.Bardi, The Limits to Growth Revisited, Springer 2011.

[3] Per esempio M.Bucchi, Sbagliare da professionisti, Rizzoli 2018, M.Livio, Cantonate, Rizzoli 2014. Ma è sufficiente cercare su google “errori tecnologici”, “fallimenti scientifici”, e simili espressioni, per trovare esempi e riferimenti bibliografici.

[4] https://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_del_Vajont

[5] Si veda ad esempio il capitolo 7 di M.E.Mann, La nuova guerra del clima, Edizioni Ambiente 2021.

[6] http://www.badiale-tringali.it/2021/03/fine-partita.html , http://www.badiale-tringali.it/2021/07/verso-il-collasso-lettere-al-futuro-5.html




sabato 26 febbraio 2022

Andrea Zhok sull'Ucraina

Considerazioni ragionevoli da parte di Andrea Zhok. Non mi convince un punto, cioè la tesi che la situazione attuale rappresenti una vittoria USA. A me sembra che le scelte degli USA stiano in sostanza spingendo la Russia ad una stretta alleanza con la Cina, e non mi pare un risultato molto positivo, dal punto di vista degli USA stessi. La vicenda ucraina mi ha dato l'impressione di una sostanziale confusione strategica da parte della potenza dominante.


https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-andrea_zhok__la_guerra_preventiva_della_russia_e_gli_effetti_potenzialmente_devastanti_per_leuropa/45289_45322/

sabato 29 gennaio 2022

Sul catastrofismo

Un interessante intervento di Raffaele Scolari. Recentemente ho letto il libro di Mann del quale Scolari discute, e mi aveva fatto nascere domande simili a quelle che lo stesso Scolari si pone.


https://www.climalteranti.it/2022/01/23/note-sul-pessimismo-climatico/#more-11164

martedì 11 gennaio 2022

"L'atto più immorale nella storia"

"Siamo custodi di un dono incredibile. Abitiamo un pianeta enormemente favorevole, che ha esattamente la giusta composizione atmosferica, esattamente la giusta distanza dalla propria stella, in cui c'è un intervallo di temperature adatto alla vita, con oceani di acqua allo stato liquido e aria ricca di ossigeno. Ogni persona che conosciamo, ogni animale o pianta che incontriamo: tutti dipendono dalla stabilità di queste condizioni. Continuare consapevolmente ad alterarle, mettendo in pericolo l'umanità e le altre forme di vita solo perché alcune grandi imprese possano continuare a realizzare profitti record, non solo è inaccettabile o eticamente sbagliato, ma costituirebbe l'atto più immorale nella storia della civiltà umana"

(M.E.Mann, La nuova guerra del clima, Edizioni Ambiente 2021, pag.17)


(Molto ben detto. Purtroppo Mann si sbaglia su un punto: non si tratta solo di "alcune grandi imprese", ma di un'intera organizzazione economica e sociale. M.B.)


sabato 1 gennaio 2022

Sui limiti dell'uguaglianza 3 (P.Di Remigio)

(Terza ed ultima parte del saggio dell'amico Di Remigio. Qui la seconda parte. Qui la prima parte. M.B.)


8. IL NEO-ILLUMINISMO

L’epoca attuale è dominata dal principio dadaista che l’oggetto sia in sé assurdo e accetti qualunque significato il soggetto desideri attribuirgli[69]. L’individuo rassegnato all’assurdo e ritirato nell’onnipotenza dei propri desideri è il modello che il soggetto messianico abbraccia ritornando dal fallimento rivoluzionario alla rivendicazione illuministica. L’illuminismo dei diritti dell’uomo e del cittadino è infatti stato già assorbito dal diritto vigente, e il soggetto messianico cerca di mostrarsi utile estraendo dal cappello il neo-illuminismo dei diritti naturali, inalienabili e sacri del desiderio in quanto tale; proprio come per Tzara le linee parallele si incontrano sul quadro e lo spettatore lo intende come vuole, così per questo nuovo illuminismo ogni differenza insuperabile è superata nell’uguaglianza, perché il desiderio è onnipotente e il naturale solo uno stereotipo.

La prima differenza insuperabile è quella tra l’età della debolezza, infanzia e vecchiaia, e l’età della forza, la maturità. La regola benedettina esprime la loro complementarità indicando i due sentimenti propri della maturità, l’amore della gioventù nella prospettiva del suo futuro e il rispetto della vecchiaia sulla base del suo passato; l’istituzione che consacra queste complementarità è la famiglia. Il messianismo secolarizzato è rivolto al futuro, non tollera la concretezza del presente; dissolve dunque la famiglia estendendovi i diritti umani, cioè con la pretesa contraddittoria di trattare come indipendenti gli individui dipendenti, i bambini e i vecchi. Per un verso tratta dunque i bambini come cittadini in rapporto casuale con i genitori, quasi che questi avessero preso in appalto un servizio pubblico d’assistenza, e il loro rapporto con i figli non fosse un legame anzitutto fisico, involontario, che permane intatto al di qua e al di là della loro lucidità; e dopo aver esautorato i genitori attribuisce allo Stato la responsabilità ultima di allevare ed educare, come accadeva nella Russia bolscevica; e poiché lo Stato non può (e soprattutto non deve) amare, invoca come principio educativo il rispetto dei giovani per quello che sono e non l’amore per quello che saranno, cioè li adula e li fissa nella loro minorità. Per altro verso, la contraddizione dell’indipendenza dei dipendenti genera l’intenzione di sancire legalmente il dovere di facilitare ai vecchi il suicidio, come se non ci fosse invece il dovere opposto, quello di rispettare la vita umana in generale e di assistere chi soffre.

La seconda differenza insuperabile è quella tra maschile e femminile. La negazione messianica di questa differenza prende due forme, per un verso quella dei movimenti femministi che sostengono l’uguaglianza completa di uomo e donna, per altro verso quella dei movimenti che praticano forme infeconde di erotismo e rivendicano la fecondità come se fosse un diritto e non un potere naturale.

Si propone qui quanto è previsto nello Stato platonico, che le donne della classe superiore facciano tutto quello che fanno gli uomini, ossia le guerriere e le dirigenti, e che i figli siano loro sottratti, allevati ed educati in asili pubblici[70]. La cautela con cui ha introdotto l’idea rivela che Platone è consapevole della sua problematicità. La violenza inflitta e la sofferenza provocata dal costringere le donne a fare gli uomini e dal separare i figli dalle madri non lo preoccupano, è vero, ma solo perché la sua concezione del corpo come prigione dell’anima implica che la vita individuale sia solo sofferenza – il vivente si sente imprigionato dal corpo solo quando soffre. Poiché la vita individuale è solo sofferenza, intende dire Platone, la virilizzazione delle donne e la separazione dei figli dalle madri sono solo sofferenze in più, non cambiano nulla d’essenziale, e hanno il grande vantaggio di unire la compagine statale fino a farne un’unica famiglia. Aristotele, per il quale lo Stato si distingue essenzialmente dalla famiglia, respinge la proposta platonica.

È la concezione neo-illuminista del desiderio come titolare di diritti sacri e inalienabili a porre il femminismo sulla scia della «Repubblica» platonica. Esso confonde l’anima, cioè la sensibilità naturale che è determinata secondo il corpo, con la persona, che è un diritto, cioè un potere che dipende dall’altrui assunzione di doveri e pone l’individuo nella sfera sovrannaturale della libertà. Per questa confusione che lo riporta al dualismo cartesiano, il femminismo concepisce l’anima come una res cogitans trascendente la natura e il corpo come una res extensa, un suo strumento meccanico esterno utilizzabile a piacimento. In quest’ottica la fecondità non può essere un potere naturale che coinvolga integralmente la donna e di cui essa possa essere felice, addirittura orgogliosa, ma è come indossare l’abito o acconciare i capelli, e tutte le determinazioni fisiche e psichiche proprie della fecondità non possono che essere fastidiosi impedimenti a occuparsi di altro. Così il femminismo sente la femminilità come un limite e la disprezza.

Poiché squalifica la fecondità come un fastidioso processo meccanico, il femminismo deve fingere che le donne non siano femminili, che siano in realtà uomini, che ne abbiano gli stessi interessi, le stesse preoccupazioni, gli stessi piaceri..., che sia stata la violenza patriarcale a ritagliare per loro il mondo dimidiato della maternità e a serrarvele a viva forza, e che, superato il patriarcato, esse preferiranno l’ingegneria meccanica alla pedagogia, gli incontri di pugilato ai film sentimentali. Non essendo riconosciute come forme psichiche del potere naturale delle donne, le stesse preferenze femminili (che le bambine si ostinino a chiedere le bambole, non le pistole) si trasformano in un capo di imputazione per gli uomini; è così che questi diventano un gruppo segnato da colpa collettiva, come gli aristocratici per i giacobini, i borghesi per i comunisti e gli ebrei per i nazisti; è così che il femminismo richiede che scontino una pena.

D’altra parte, per quanto il femminismo consista proprio nel considerare naturale l’uguaglianza assoluta, nel momento della sua attuazione l’uguaglianza stessa ritorna ad essere un diritto, cioè relativa a un altrui dovere; la sua estensione a ogni particolarità vitale comporta dunque una corrispondente estensione di doveri. È così che la società deroga al principio del merito per dare luogo alle quote paritarie nelle funzioni di prestigio. Infine, poiché il disprezzo della femminilità non rimane impunito, la fecondità crolla e la società occidentale si avvia all’estinzione.

Per i gruppi che praticano l’erotismo infecondo, ridurre la fecondità a processo meccanico esterno alla donna equivale a trasformarla da potere naturale in diritto a stipulare contratti per la fabbricazione e l’acquisto dei bambini. La tecnologia medica è pronta a segmentare la maternità in una serie di funzioni, acquistabili dunque da diversi venditori e ricomponibili a piacere in un prodotto finale. Tuttavia, i diversi venditori sono venditrici, e la separazione dei momenti della maternità in diverse funzioni è per loro, come per i bambini generati, sofferenza e malattia. Così la trasfigurazione del potere naturale in diritto presenta il suo conto: il diritto alla fecondità dell’eros infecondo comporta il carico di sofferenza e malattia delle donne implicate nelle operazioni produttive e dei bambini prodotti. Come la condizione della classe operaia non è mai stata disperata quanto nella Russia comunista, così mai la donna è stata disprezzata quanto nel femminismo.

Nell’immigrazionismo la pulsione ugualitaria rifiuta la differenza tra cittadino e straniero, vanifica dunque l’idea di Stato, trovando dalla sua parte una lunga tradizione che va dal neoliberismo, passa per l’internazionalismo e risale al cosmopolitismo.

Lo Stato obbliga i cittadini a non usarsi mai violenza, ma a volte li obbliga alle guerre contro gli altri Stati, vale a dire lo Stato è pacifico al suo interno ma può essere violento al suo esterno. Il messianismo non riesce a comporre i due pensieri e li separa. Ma separati essi si trasformano in due illusioni: il messianismo crede, per un verso, che gli individui siano pacifici per natura, semplicemente in quanto sono uomini, a prescindere dal loro essere cittadini; per altro verso, gli sembra che gli Stati siano naturalmente violenti. Immagina così che per mettere fine alla violenza sia sufficiente liberare gli individui dagli Stati[71].

Il messianismo non vede che gli individui sono pacifici solo perché sono membri di uno Stato che li obbliga a regolare le loro controversie con il diritto e punisce il loro eventuale ricorso alla violenza. Con la fine dello Stato l’individuo, non solo può, ma deve riprendere l’uso della violenza per difendere sé e i suoi: l’anarchia è la condizione non di fratellanza universale, ma di guerra illimitata di tutti contro tutti. Lo Stato è dunque originariamente ordinato alla pace, e di solito sente la guerra come un’eventualità indesiderabile, tant’è vero che gli Stati che si riconoscono, cioè gli Stati non messianici come quello giacobino, quello comunista e quello nazista, riconoscono un diritto di guerra che limita la violenza e la fa cessare appena ci sia possibilità della composizione pacifica del contrasto[72]. La pace giunge fino al limite dello Stato; già sulla frontiera c’è l’altro Stato, rispetto a cui i cittadini del primo non hanno né doveri né diritti, che per loro rappresenta dunque lo stato di natura, il luogo in cui la pace è una speranza, non una sicurezza, la violenza una possibilità, non un reato. Le frontiere possono essere violenza per chi è dentro, qualora non gli consentano di uscire, non possono essere violenza per chi è fuori. L’insulsa retorica dell’immigrazionismo che vorrebbe abbattere i muri dimentica che questi sono non un’aggressione, ma una difesa pacifica dalla sua eventualità, che la violenza ha sempre forma non di frontiera, ma di violazione della frontiera; dimentica soprattutto che il mostrarsi indifesi è il modo migliore per essere aggrediti, cioè che l’abbattimento dei muri è un incentivo alla guerra anziché alla pace.

Dall’attribuire la pace all’individuo naturale anziché al cittadino, cioè all’effetto dello Stato sull’individuo, nasce anche la rappresentazione che dall’individuo derivi un diritto naturale che gli permetterebbe di criticare il diritto positivo e di sottrarsi alle sue norme. Ma se riconoscesse simile diritto, uno Stato dovrebbe cedere all’arbitrio di qualunque suo cittadino, cioè il suo diritto non avrebbe autorità ed esso cesserebbe di esistere. Concessi dunque i casi dell’obiezione di coscienza, lo Stato punisce chi viola la legge non solo per vantaggi particolari, ma anche per motivi morali. D’altra parte, per la particolarità di ogni diritto positivo e dei governanti, è però inevitabile che ci siano norme e sentenze ingiuste. Ne risulta che l’individuo ispirato da motivi morali può contestare l’applicazione di una legge ingiusta solo accettando la pena che la contestazione comporta. Si comprende dunque perché ad elaborare in questo senso[73] l’idea di diritto naturale sia stato lo stoicismo.

C’è però una seconda e più forte modalità di contestazione. La pluralità degli Stati permette di confrontare i rispettivi diritti positivi e il confronto permette di rilevare i loro difetti. Prima di affrontarsi con la guerra, gli Stati si criticano sul piano della riflessione giuridica, ed è in questo confronto, più che nella moralità individuale, che scintilla l’ideale del diritto naturale come superamento della finitezza del diritto positivo. La pluralità degli Stati ha un riflesso sugli stessi individui: il perseguitato da uno Stato può trovare protezione in un altro Stato e in tempi più civili il diritto stesso contemplava l’esilio tra le pene per gli oppositori politici.

Poiché la differenza tra gli Stati e tra i loro diritti rappresenta un’istanza critica oggettiva nei confronti di ogni diritto positivo, dal punto di vista della libertà dell’individuo la pluralità degli Stati è esattamente il contrario di una situazione indesiderabile o provvisoria – è anzi la situazione ottimale che rafforza la sua posizione rispetto al potere statale. A questa pluralità sono intimamente legati il libero pensiero e la libertà individuale: essi sorgono nel mondo greco frammentato in città-Stato e nell’Europa differenziata in Stati-nazione, regrediscono negli imperi proprio come nell’attuale Unione Europea.

Ne segue che la volontà di ordinamenti globali positivi che assorbano la pluralità degli ordinamenti particolari è sempre totalitaria. Senza la moltitudine degli Stati tutti gli individui sarebbero soggetti a un unico Stato e a un unico diritto positivo; le sue immancabili storture non sarebbero più esposte a una revisione paritaria, sarebbe abolito ciò che Hegel chiama il tribunale della storia, e agli individui non resterebbe che una libertà puramente interiore, negativa. Non è un caso che il messianismo comunista giunto al potere abbia sigillato le frontiere con una cortina di ferro e considerato i contatti con lo straniero un delitto della massima gravità. – In definitiva l’immigrazionismo consiste in una contraddizione: per liberare l’individuo migrante dall’ostacolo delle frontiere, postula lo Stato globale, a cui ogni individuo è totalmente sottomesso; per dare all’individuo la libertà di migrare gli toglie la libertà.

Un’ulteriore manifestazione attuale del messianismo è l’ecologismo. L’uguaglianza che esso persegue colpisce la differenza tra spirito e vita; la sua forma più ingenua, la variante animalista, consiste nel qualificare l’uomo come animale e nell’esigere perciò che egli rispetti l’animale come suo uguale, che non gli usi violenza, tanto meno che se ne cibi. Benché tragga un’aura poetica dall’antica promessa del profetismo ebraico che il messia riconcilierà in un’amicizia generale non solo gli uomini, ma tutti i viventi, l’animalismo si risolve nella contraddizione di considerare l’uomo sia animale, dunque innocente, sia non-animale in quanto colpevole di non rispettare gli altri animali. È facile osservare che se fosse animale, l’uomo ucciderebbe gli altri animali senza colpa. L’uomo è però animale e anche oltre l’animale: egli non solo è assoggettato come tutti gli animali a leggi di natura anche ignote, egli è anche legislatore, si crea un diritto per cui è assoggettato alle proprie leggi, quindi è libero. In quanto è oltre la natura, l’uomo ne è signore; quindi, ha diritto di usarla per i suoi scopi, e per la natura è un onore essere usata dall’uomo.

Sebbene Marx considerasse indispensabile lo scatenamento della forza produttiva e il pieno dominio dell’uomo sulla natura per la costruzione del comunismo, l’economia pianificata non ha saputo superare la sua essenza di economia di guerra e non ha ma assicurato l’abbondanza di beni di consumo civile, in umiliante contrasto con la capacità del capitalismo di mettere fine alla miseria. Questa delusione, insieme a motivi più contingenti, aveva già spinto i comunisti italiani, anziché a riconsiderare il loro credo, a condannare come consumismo l’abbondanza dei beni. Con la prospettiva ecologista il messianismo secolarizzato rifluisce da Marx a Rousseau, dalla prospettiva dell’abbondanza alla prospettiva dell’individuo ristretto all’austerità spartana. A differenza dalla variante animalista, l’ecologismo in generale riconosce la differenza tra spirito e vita, ma, in quanto movimento messianico, ne capovolge la gerarchia: anziché coronamento della natura, lo spirito gli appare una neoplasia che la distrugge, che occorre dunque neutralizzare perché essa si conservi.

Qui come ovunque il messianismo vede l’opposizione tra la differenza e l’uguaglianza, e vuole annientare quella per avere questa nella sua purezza. Ma la natura dell’opposizione è ben più complessa e non lo permette. L’uguaglianza, in quanto è in opposizione, è essa stessa negativa; dunque la differenza non è solo la negazione dell’uguaglianza come di un positivo, ma anche la negazione dell’uguaglianza come di un negativo. Ne segue che la differenza stessa, come negazione della negazione, è anche positiva, è oltre sé stessa, cioè uguagliata a sé stessa. Da questa dialettica nel caso concreto segue che l’ecologismo considera la natura per un verso un’uguaglianza in equilibrio perfetto, un positivo; per l’altro un’uguaglianza in equilibrio tutt’altro che perfetto, ma fragile, aggredibile dalla ὕβϱις umana, un positivo che è in opposizione a un negativo. La contraddizione si risolve non nel senso dell’ecologismo che condanna l’aggressione umana e ritorna a un positivo che già si è mostrato in opposizione, che dunque è il contrario di sé; ma nel senso di riconoscere che la fragilità della natura svela la sua finitezza, la sua negatività interna, e che il potere umano di aggredirla ha dunque un significato anche positivo, è spirito che è libero in quanto rivela ciò che la natura è in sé stessa. L’esigenza di abolire lo spirito per restaurare il dominio della natura rappresenta dunque il più radicale dei messianismi, quello che, prendendosi la libertà di negare esplicitamente la libertà, commette il più imperdonabile dei peccati[74]. Si tratta invece di trovare, qui come altrove, le combinazioni tecniche con cui l’uomo continui a usare la natura.

9. CONCLUSIONE

La complementarità ama e conserva i suoi nemici: la tolleranza che schiacciasse una volta per tutte il fanatismo sarebbe essa stessa fanatica, il pluralismo che volesse liquidare per sempre le tendenze totalitarie sarebbe totalitario, la scienza che decretasse la morte della non scienza sarebbe dogma. Ogni espressione linguistica ha diritto almeno al silenzio; solo la violenza non ha altro diritto che essere annullata. – L’uguaglianza perseguita nella sua purezza, astratta dalla differenza, può realizzarsi solo come violenza originaria e illimitata[75]: come terrore contro chi non si affretti a omologarsi. Nato dal messianismo religioso, dopo essere stato spiritualizzato dalla Chiesa, con l’illuminismo il principio ugualitario è divenuto programma politico; di qui le anticipazioni totalitarie nel giacobinismo. La sconfitta dell’ugualitarismo nel corso della Rivoluzione francese, anziché spegnerlo, lo radicalizza nel comunismo. Imitando i giacobini, Lenin concepisce il terrore come una misura d’emergenza, ma estendendo l’emergenza fino alla realizzazione del comunismo lo rende principio di governo ordinario; i governati sono stati immersi nella dittatura rivoluzionaria del proletariato, ossia in una guerra civile permanente e «non hanno mai conosciuto la spensieratezza»[76]. In Italia i suoi seguaci sono diventati il corpo dell’attuale ceto politico che è indifferente all’eredità più importante dell’Occidente, al pluralismo e alla libertà individuale, che si lascia dirigere da ogni diktat avanzato da interessi particolari ammantati di universalismo e lo esaspera con le sue abitudini totalitarie. La diffamazione ignorante del passato, l’aspettativa ottusa del futuro portano con sé il delirio di seguire un decorso tanto necessario quanto progressivo e l’impulso a sacrificargli il presente. Ma il presente è l’oggettivo; il suo disprezzo significa la rinunciare alla verità, il chiudersi in un sogno di onnipotenza soggettiva che ignora la realtà, che può dunque realizzarsi solo come decadenza generale. Il cristianesimo che ha introdotto il messianismo in Occidente ha saputo poi domarlo, riservandogli ambiti in cui esso potesse esercitare il suo senso di giustizia operando come carità incondizionata. Più dell’esercizio della politica, è questa la via che il messianismo deve prendere se vuole cessare di costituire il vero pericolo del presente.




[69] Dopo aver concepito il quadro come un’impossibilità, Tzara si rassegna a dire che esso deve essere animato da chi lo guarda: «Un tableau est l'art de faire se rencontrer deux lignes géométriquement constatées parallèles, sur une toile, devant nos yeux, dans la réalité d'un monde transposé suivant de nouvelles conditions et possibilités. Ce monde n'est pas spécifié ni défini dans l'œuvre, il appartient dans ses innombrables variations au spectateur» [corsivo nostro]. Tristan Tzara, Manifeste Dada, 1918, p. 2, reperibile al seguente indirizzo: https://inventin.lautre.net/livres/Manifeste-Dada-Tzara-1918.pdf .

[70] Cfr. il quinto libro della «Repubblica».

[71] Da questi equivoci nasce anche l’espressione «monopolio statale della violenza», come se lo Stato e i suoi funzionari fossero autorizzati ad azioni di guerra totale contro i cittadini: lo Stato e i suoi funzionari sono autorizzati all’uso minimo della violenza e solo in risposta alla violenza dei cittadini; la loro violenza si esercita non sui cittadini ma sulla violenza ingiusta dei cittadini ed è comunque limitata al compito di neutralizzarla.

[72] Cfr. Hegel, Grundlinien der Philosophie des Rechts, § 338. – Nella demonizzazione delle guerre e degli Stati divenuta ossessiva durante l’anniversario del primo conflitto mondiale, per lo più si è preferito ignorare che la guerra civile russa ha causato un numero di vittime e sofferenze molto maggiori.

[73] La distinzione tra φύσις e νόμος della seconda sofistica ha significato inverso, quindi esatto: φύσις vi è la natura dell’individuo da cui scaturisce non la pace ma la violenza, che il νόμος, cioè il diritto positivo, cerca di impedire.

[74] Mt. 12:31-32; Mc. 3:28-30.

[75] Solženicyn osserva che per dispiegarsi come sistema la violenza ha bisogno di un’ideologia: «L’ideologia! È lei che offre la giustificazione del male che cerchiamo e la duratura fermezza occorrente al malvagio... Così gli inquisitori si facevano forti con il cristianesimo, i conquistatori con la glorificazione della patria, i colonizzatori con la civilizzazione, i nazisti con la razza, i giacobini (vecchi e nuovi) con l’uguaglianza, la fraternità, la felicità delle future generazioni.» Arcipelago GULag I, cit. p. 185.

[76] Solženicyn, Arcipelago GULag II, Milano 1975, p. 639.