domenica 16 settembre 2018

Affido condiviso


In questi giorni si sono accese vivaci discussioni sulla riforma dell’affido condiviso (“d.d.l. Pillon”). Una analisi approfondita sarebbe molto lunga, perché bisognerebbe esaminare sia gli aspetti relazionali sia quelli economici. Non intendo farlo, per mancanza di tempo e anche perché in rete si trovano ben argomentate molte delle considerazioni che potrei fare io, per esempio nel sito di Davide Stasi o sulla pagina facebook di Mantenimento Diretto. Mi limito qui ad alcune brevi osservazioni che riguardano esclusivamente il lato economico, perché non le ho trovate in altri interventi (non tutte, almeno) e mi pare meritino di essere prese in considerazione.

Mi sembra che nelle discussioni sul d.d.l. Pillon faccia fatica ad emergere una verità molto semplice: nelle odierne condizioni del nostro paese, fra crisi economica e difficoltà a trovare un lavoro decente, il divorzio è roba da ricchi. Eppure è del tutto ovvio capirlo: basta pensare ad una famiglia nella quale entrano, diciamo, 1800 euro al mese, e a cosa significa, a partire da un tale reddito, dover mantenere due abitazioni invece di una. È ovviamente impossibile farlo vivendo una vita decorosa. Se questa verità non è emersa nei decenni seguiti all’approvazione della legge sul divorzio, è per un motivo molto semplice: si è occultata questa impossibilità economica scaricandola per intero sul “soggetto più forte economicamente”, cioè, quasi sempre nella pratica, sul padre. Si è cioè deciso che, nella grande maggioranza dei casi, i figli venivano affidati alla madre (esplicitamente prima della legge del 2006 sull’affido condiviso, col sotterfugio del “genitore collocatario” dopo) e che il padre continuava a provvedere per larga parte del suo reddito al mantenimento di una famiglia dalla quale era escluso. Di questo meccanismo faceva parte il fatto che la casa coniugale rimaneva quasi sempre alla madre e il padre era costretto a pagarsi un affitto. Fatto questo, se ciò che rimaneva del suo reddito era sufficiente per vivere decentemente, bene per lui, se non lo era peggio per lui. Notoriamente, dei padri separati in difficoltà economiche non è mai importato nulla a nessuno.
Questo meccanismo è chiaramente ingiusto, e non perché, ovviamente, le madri separate non siano in difficoltà. Ma perché l’onere di provvedere a questa difficoltà viene caricato interamente sulle spalle dei padri separati, che spesso non sono in grado di reggerlo. L’assegno alle madri separate è in sostanza un pezzo del Welfare State, è una forma di assistenza a persone in difficoltà: ma allora deve essere, come tutto il resto del Welfare, a carico della fiscalità generale. Deve essere lo Stato a provvedere a queste persone in difficoltà, non singoli individui che magari possono trovarsi anch’essi in condizioni difficili.
Il meccanismo attuale, che la riforma vuole cambiare, sarebbe equivalente alla situazione seguente: immaginiamo un paese con disparità sociali (esistono i ricchi e i poveri) nel quale non esiste un sistema di assistenza sanitaria pubblica e gratuita. Ovviamente, in questa situazione i poveri non possono curarsi. Che si fa? Invece di provvedere ad istituire un servizio sanitario pubblico e gratuito, i governanti dividono la popolazione in due (per esempio quelli più alti della media e quelli più bassi) e stabiliscono che i Bassi devono versare una parte del proprio reddito per garantire le cure mediche agli Alti. In questo modo in effetti metà dei poveri (quelli alti) riusciranno a curarsi, mentre ovviamente i Bassi poveri non solo non riusciranno a curarsi ma saranno più poveri di prima, e magari non riusciranno più neppure a mangiare.
Questo sistema folle e ingiusto è quello attualmente in vigore in Italia per quanto riguarda separazioni e divorzi.
Il d.d.l. Pillon è un tentativo di ristabilire equità dove finora aveva regnato l’ingiustizia. Esso deve però essere affiancato da un provvedimento per l’aiuto economico alle madri separate. Lega e M5S hanno in programma il reddito di cittadinanza? Ebbene, comincino intanto con le madri separate.



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