domenica 29 marzo 2015

Un saggio su fascismo e antifascismo/1


Ripubblico, in due parti, un saggio su "Berlusconi, fascismo, antifascismo", scritto con Massimo Bontempelli fra fine 2010 e inizio 2011. Al di là delle analisi del fenomeno Berlusconi, credo che esso possa oggi risultare interessante sia per l'analisi di alcuni dati di fondo della realtà italiana, sia per una discussione sul tema fascismo/antifascismo, che periodicamente ritorna di attualità.  La sezione 3 è dovuta interamente a Massimo.
(M.B.)


1. Introduzione

L’autunno del 2010 verrà ricordato come l’inizio dell’autunno o del tramonto di Berlusconi. Il segnale più evidente di questo tramonto è forse l’attacco che i giornali da lui dipendenti hanno sferrato, all’inizio di ottobre, contro Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria. Si tratta evidentemente di una mossa disperata, dovuta all’incapacità da parte di Berlusconi di gestire i problemi e gli scontri interni ai ceti dominanti italiani. E’ del tutto ovvio che egli non può permettersi, senza minare le basi del suo potere, di attaccare i poteri rappresentati dalla Confindustria, e di portare lo scompiglio e l’insicurezza fra gli stessi vertici del potere reale nel nostro paese.

Il ciclo degli ultimi quindici anni della vita italiana, dominato, sul piano dell’immaginario diffuso, dalla “discesa in campo” di Berlusconi e dall’antiberlusconismo delle sinistre, ha segnato lo sprofondare del nostro paese in una declino sociale, civile e morale che si è tradotto in una ulteriore perdita di diritti dei lavoratori, in un costante abbassamento del reddito reale dei ceti medi e bassi, nella disgregazione del tessuto connettivo del paese, nel diffondersi della corruzione, nel controllo da parte della criminalità organizzata di vaste zone del territorio nazionale. Si tratta di fenomeni che stanno ormai mettendo in pericolo la coesione sociale e l’unità politica del paese.

Chi voglia opporsi a questa decadenza deve elaborare una interpretazione chiara e convincente di quanto sta accadendo, e noi intendiamo cominciare. Nel fare questo tenteremo di rispondere a tre domande. La prima: Berlusconi rappresenta un effettivo pericolo per la democrazia? E’ possibile cioè che, di fronte alla prospettiva della propria definitiva sconfitta, Berlusconi tenti la carta di una eversione della democrazia? La seconda: se si ammette il pericolo di una “dittatura berlusconiana”, ha senso allora parlare del berlusconismo come di una forma di fascismo? E infine ha senso, per combattere un tale “fascismo berlusconiano”, proporre lo schema dell’unità antifascista fra tutte le forze che si oppongono a Berlusconi? Si tratta, come è evidente, di domande alle quali è necessario rispondere se si vuole elaborare una strategia politica che blocchi la decadenza del nostro paese e allontani lo spettro della dissoluzione politica, sociale e morale della nazione italiana. Per chiarezza, anticipiamo subito le nostre risposte a queste tre domande. In primo luogo, riteniamo che Berlusconi rappresenti davvero un pericolo per la democrazia, e che la possibilità di una “dittatura berlusconiana” non sia esclusa. In secondo luogo, riteniamo che tale dittatura non avrebbe nulla di “fascista”, e che non avrebbe quindi senso proporre lo schema dell’unità antifascista contro di esso. Nel seguito cercheremo di argomentare queste tesi.


2. Feudalità criminale.

La realtà sociale e politica dell’Italia di oggi è espressione di fenomeni generali che fanno parte della fase attuale del capitalismo, ma possiede anche una sua specificità, legata sia ad aspetti storici di lunga durata sia alle dinamiche politiche degli ultimi anni. Volendo descrivere alcune di queste caratteristiche generali del mondo contemporaneo, abbiamo in passato usato le espressioni “capitalismo assoluto” o “totalitarismo capitalistico”[1]. Con esse intendiamo indicare il fatto che il rapporto sociale capitalistico è divenuto “assoluto”, cioè non ammette più nessuna (relativa) autonomia di istituzioni non economiche. Lo Stato diventa un’azienda, gli ospedali e le scuole diventano aziende, le stesse più intime relazioni umane devono venir gestite in termini “aziendali”. Questo totalitarismo ha come ovvio effetto lo svuotamento di ogni senso della politica. Se ogni decisione sull’economia è imposta dai mercati e tolta alla politica, quest’ultima si riduce ad una attività vacua e autoreferenziale. E questo è esattamente quello che succede: in tutto il mondo del capitalismo avanzato il ceto politico tende a non incidere minimamente sulla realtà sociale, che è abbandonata alle dinamiche dell’economia capitalistica. La politica in sostanza deve solo garantire la dinamica economica da ogni interferenza contraria, e raggiunge questo risultato appunto con la propria autoreferenzialità che la rende impermeabile alle sofferenze e ai conflitti che la dinamica economica fa sorgere nella società. In cambio di questa garanzia il ceto politico può vivere parassitariamente a spese della ricchezza sociale. Questa configurazione della realtà sociale vale per tutto il mondo occidentale. Ad essa si aggiungono però, in Italia, quelle specificità alle quali abbiamo sopra accennato. Per comprenderle, occorre partire dal fatto che in Italia vi è una tradizione storica per la quale la politica è una forma abbastanza diffusa di sbocco occupazionale dei ceti medi. Le origini di questa particolarità storica andrebbero probabilmente ricercate nel modo stesso in cui si è sviluppato in Italia il capitalismo industriale, con un forte intervento statale, ma per non andare così lontano basterà ricordare come questo aspetto della politica in Italia sia stato molto visibile durante il fascismo: Mussolini riuscì infatti a neutralizzare gli aspetti più eversivi del movimento fascista, e a fare del Partito fascista una semplice cassa di risonanza propagandistica della sua gestione per via burocratica dello Stato, grazie alla trasformazione dei quadri fascisti in funzionari stipendiati di enti statali o dello stesso Partito Nazionale Fascista. Se nell’immediato dopoguerra questo processo conosce una battuta d’arresto, perché il ceto politico emerso dalla Resistenza esprime una cultura diversa, esso però riprende rapidamente con la creazione degli apparati dei vari partiti di massa. L’episodio emblematico di tale processo è lo scontro che nella DC, poco prima della morta di De Gasperi, vede protagonisti lo stesso De Gasperi e Fanfani. Quest’ultimo vuole in sostanza che il partito si crei una base elettorale indipendente dalla Chiesa, e per questo ha bisogno di un ceto di funzionari stipendiati che viene creato sfruttando le risorse occupazionali dell’amministrazione pubblica. Gli altri partiti di massa della Prima Repubblica imiteranno il modello democristiano. A partire da queste premesse, attraverso una dinamica storica che sarebbe troppo lungo ricostruire qui, siamo arrivati alla situazione attuale, nella quale il ceto politico italiano appare come uno dei più estesi, dei più corrotti e dei più rapaci dell’intero mondo occidentale. Questo particolare fenomeno si deve alla sostanziale impunità di cui la corruzione politica ha potuto godere in Italia, con l’eccezione di pochi casi isolati e del momento storico di Mani Pulite. Le ragioni di questa sostanziale impunità stanno probabilmente in aspetti “di lunga durata” dell’Italia, che da molto tempo sono stati indicati all’attenzione pubblica (mancanza di senso dello Stato, “familismo amorale”). Il punto che qui vogliamo sottolineare è che, in presenza di una occupazione delle strutture pubbliche da parte dei partiti, la sostanziale impunità della corruzione genera un ceto politico che si espande sempre di più. Infatti, in mancanza di repressione dei comportamenti illegali, la forza di cui ciascun politico dispone nelle lotte per il potere è direttamente proporzionale alle dimensioni delle propria corte di clienti. Il progressivo estendersi di queste corti clientelari, dovuto anche al progressivo venire meno, in larga parte dell’opinione pubblica, di ogni tipo di resistenza alla corruzione generalizzata, crea alla fine un problema di risorse. Le stesse risorse statali diventano insufficienti e il ceto politico, per finanziarsi, si introduce nel mondo dell’economia, non ovviamente per dirigerla o indirizzarla (il che sarebbe in contrasto, come dicevamo all’inizio, con la natura stessa della politica contemporanea), ma per diventare mediatore d’affari e lucrare guadagni. Questo avviene in tanti modi diversi, per esempio grazie al controllo del territorio di cui dispone il politico e al fatto che è necessaria la sua mediazione per mettere in opera progetti di costruzioni di un tipo o dell’altro, oppure grazie alla possibilità per il politico di far saltare agli imprenditori “amici” le lungaggini burocratiche effettivamente presenti in Italia. Il fenomeno Berlusconi si inserisce in questa dinamica e ne rappresenta la summa perfetta.

La sostanza del “fenomeno Berlusconi” ci sembra infatti la seguente: Berlusconi è riuscito a scalare tutti i gradini del potere economico e politico perché ha saputo trarre decisivi vantaggi competitivi da una sistematica e sfacciata violazione di ogni regola esistente. Negli anni Sessanta era soltanto un palazzinaro di modeste risorse, a cui spesso difettavano i denari da investire in nuove costruzioni. Benché partito da questa modesta base economica, negli anni Settanta è diventato il più grande imprenditore edile milanese, perché non ha rispettato quasi nessuna regola dell'attività edilizia legale, e perché i suoi cantieri hanno veicolato capitali della mafia siciliana. Berlusconi non era un mafioso, ed all'inizio è stato piuttosto ricattato dalla mafia palermitana dei Bontade, ma questo rende ancora più significativo il fatto che egli si sia affermato violando le regole, perché lo ha fatto sfruttando una situazione esistente che gli consentiva di farlo. Negli anni Ottanta è diventato il più grande imprenditore televisivo italiano perché ha violato le regole allora esistenti sull'emittenza televisiva, sancite addirittura da una sentenza della Corte Costituzionale del 1976. Anche in questo caso, lo ha fatto perché poteva farlo, in quanto era protetto dal governo sfacciatamente corrotto di Bettino Craxi, al quale in cambio offriva il sostegno delle sue televisioni. Negli anni Novanta, prima ancora di presentarsi alle elezioni con un suo partito, ha manovrato grandi risorse finanziarie (senza le quali non avrebbe potuto primeggiare anche in politica) grazie a molteplici illeciti finanziari e a massicce evasioni fiscali, sfruttando la nota tolleranza dello Stato italiano verso gli evasori. L'intera vicenda mostra che Berlusconi non è l'uomo che ha inventato i mali italiani, ma è quello che ha saputo trarne il massimo vantaggio, e che, di conseguenza, ha contribuito ad aggravarli e diffonderli. Berlusconi, in altre parole, è emerso ai vertici del potere italiano sull'onda di un preesistente e contestuale sviluppo, nel nostro paese, di un “capitalismo mafioso” associato ad uno Stato debole. Parliamo di capitalismo mafioso non nel senso stretto della parola, cioè di un capitalismo i cui capitali provengano dai guadagni delle attività della criminalità organizzata, ma in un senso più lato e significativo. Può considerarsi mafioso un capitalismo predatorio di risorse pubbliche, di cui ci si appropri, al di fuori di ogni regola pubblica, uscendo vittoriosi dagli scontri tra contrapposti interessi privati. Per il capitalismo mafioso così inteso è essenziale un controllo sulla politica, per controllare la concessione degli appalti e l'erogazione della spesa pubblica. Ciò presuppone, a sua volta, uno Stato debole, dove per “debole” si intende qui politicamente incapace di dettare e far rispettare regole generali che disciplinino il perseguimento degli interessi economici particolari. L'egemonia politica di Berlusconi è quindi stata espressione dell'ascesa al potere di una serie di potentati affaristici interni al capitalismo mafioso nell'accezione suddetta. Alla luce di questo contesto dell'egemonia politica di Berlusconi, appare chiaro il motivo profondo del suo attuale tramonto. Nessun regime istituzionale, infatti, può reggersi di fronte alla violazione totale e sistematica di ogni vincolo di natura pubblica. Ogni regime conosce fenomeni più o meno estesi di illegalismo rispetto ai suoi propri principi di legalità. Se però l'arbitrio dei suoi poteri diventa l'unico principio regolatore dei rapporti economici e sociali, l'organizzazione sociale e politica si sfalda alla fine, necessariamente, in una arena di feudi affaristico-criminali in reciproco conflitto almeno potenziale. Il capitalismo mafioso, inteso nel senso lato sopra indicati, si evolve quindi in una sorta di feudalesimo criminale. La realtà dei ceti dominanti oggi in Italia, al tramonto di Berlusconi, si presenta quindi come una labile confederazione di potentati politico-imprenditoriali, in continua lotta per le risorse da accaparrare. Il sostanziale illegalismo di questi potentati esprime il carattere fortemente instabile della situazione. Un rispetto (sempre parziale e relativo) della legalità significa infatti, per i ceti dominanti, la protezione dagli effetti altrimenti devastanti dei loro conflitti. L’illegalismo significa che nessuna regola è rispettata e in questa situazione nessuna configurazione del potere può essere protetta.

Tutto ciò crea per la democrazia italiana un pericolo di tipo nuovo. L’insieme di questo mondo della corruzione politico-imprenditoriale ha bisogno di un potere politico che renda intoccabile la corruzione rendendo inoffensive e inoperanti le varie forme di controllo di legalità degli atti sociali. Poiché questo non si può fare all’interno del quadro delle regole di uno Stato di diritto, appare evidente che il mondo della corruzione politico-imprenditoriale rappresenta la base sociale di una possibile dittatura. Le caratteristiche di questa dittatura sarebbero naturalmente diverse da quelle delle dittature del Novecento. Invece di attivizzare le masse inquadrandole nei ranghi del Partito-Stato, la nuova dittatura cercherebbe la completa riduzione dei cittadini a fruitori passivi dello Spettacolo. E l’obiettivo unificante di una tale dittatura non sarebbe né la gloria della Nazione né la Rivoluzione Proletaria, ma l’abbattimento di tutti i poteri di controllo sulla corruzione dei potenti. Si tratterebbe inoltre, come abbiamo accennato sopra, di una dittatura poco stabile, perché basata su potentati in feroce lotta fra di loro per le risorse. Una tale dittatura non verrebbe realizzata attraverso una presa violenta del potere (la marcia su Roma), ma attraverso lo stravolgimento del normale funzionamento dei meccanismi istituzionali. La Costituzione della Repubblica Italiana prevede infatti, come tutte le Costituzioni liberaldemocratiche, meccanismi di controllo che impediscono ad una maggioranza governativa di eccedere i limiti stabiliti del proprio potere e di conculcare i diritti della minoranza e dei cittadini in genere. Si tratta dei meccanismi che oggi vengono comunemente indicati con la formula inglese dei checks and balances. Il punto è che nella nostra Costituzione tali meccanismi sono strettamente collegati al fatto che i Padri costituenti avevano immaginato per l’Italia un meccanismo elettorale di tipo proporzionale, nel quale quindi un singolo partito aveva scarse possibilità di conquistare larghe maggioranze. Dato questo punto di partenza, la principale forma di controllo inserita nella nostra Costituzione è legata al fatto che una serie di meccanismi cruciali per l’equilibrio istituzionale (elezione del Presidente della Repubblica, cambiamenti della Costituzione), richiedono larghe maggioranze e quindi, all’interno di un meccanismo di voto proporzionale, richiedono l’accordo fra forze diverse, rendendo quindi difficile che la singola forza politica possa occupare tutti questi punti nevralgici. Lo stravolgimento del sistema elettorale italiano, con l’abolizione del meccanismo proporzionale, ha eliminato questi delicati meccanismi di controllo, rendendo quindi possibile uno stravolgimento della Costituzione operato senza formalmente trasgredirla. Si può infatti pensare ad una elezione che venga largamente vinta da Berlusconi e che dia vita ad un Parlamento largamente sotto il suo controllo, che lo elegga Presidente della Repubblica e che gli sottometta la maggioranza dei giudici della Corte Costituzionale. In tale situazione il Parlamento potrebbe votare qualsiasi legge che stravolga totalmente la nostra Costituzione ed essa verrebbe approvata sia dal Presidente della Repubblica sia dalla Corte Costituzionale. Esiste la possibilità che Berlusconi diventi il dittatore di una tale dittatura. Non è lo scenario secondo noi più probabile, nella situazione odierna (autunno 2010). E’ infatti evidente che i ceti dominanti italiani hanno deciso di liberarsi del personaggio Berlusconi, ed è pure evidente che egli non gode dell’appoggio degli Stati Uniti, che hanno sempre giudicato negativamente i suoi rapporti con la Russia di Putin. Pur non essendo l’eventualità più probabile, la dittatura berlusconiana è comunque una possibilità. Berlusconi si trova infatti in una situazione nella quale non esiste per lui alternativa tra una discesa nella rovina politica e personale e un’ascesa all’esercizio di una dittatura di fatto. E’ ovvio come in una tale situazione tutti i suoi comportamenti pubblici siano suscitati da una pulsione incoercibile a stravolgere ogni regola costituzionale che si frapponga come ostacolo all’ascesa. Se tale stravolgimento fosse portato a compimento, ci ritroveremmo nella situazione appena indicata, con quest’uomo superficiale, vacuo, privo di ogni base culturale e senso dello Stato, nell’alto seggio di Presidente della Repubblica, circondato da un parlamento con una maggioranza disposta a fare tutte le leggi da lui volute, e da una Corte Costituzionale riempita di membri da lui dipendenti, e mai disposta, quindi, ad abrogare le sue leggi anche se palesemente incostituzionali. La situazione attuale di Berlusconi mostra una certa analogia con quella di Mussolini nel ’24, all’indomani dell’omicidio Matteotti. Anche in quel caso, vi erano evidenti segni di un inizio di sfaldamento del partito di regime, con passaggi all’opposizione di diversi suoi esponenti. Anche in quel caso, la tensione politica era accentuata da problemi giudiziari del capo del governo (Mussolini aveva ricevuto tangenti dalla ditta petrolifera Sinclair Oil, una controllata della Standard Oil). Anche in quel caso, in sostanza, il capo del governo si trovava costretto alla scelta fra la rovina politica e personale e l’abbattimento delle regole democratiche con conseguente creazione di una dittatura personale. Sappiamo come finirono le cose allora. Oggi, l’unico esito che potrebbe salvare Berlusconi sarebbe la creazione di una dittatura, nelle forme sopra indicate. Una simile dittatura sarebbe nata da, e si eserciterebbe su, una società eticamente collassata, tenuta insieme dai circuiti del consumismo e dello spettacolo, con una parte della popolazione sempre più privata di lavori, redditi, consumi e servizi, e quindi sempre più marginalizzata dai processi sociali e ridotta ad elemento della loro disgregazione, ed un’altra parte della popolazione capace di ottenere e consumare risorse attraverso meccanismi corruttivi. La questione di fondo per voglia combattere contro la dissoluzione dell’Italia sta però in questo: anche se l’eventualità di una dittatura berlusconiana non dovesse verificarsi, e Berlusconi fosse costretto a uscire di scena in un modo o nell’altro (e questo, ripetiamo, è ciò che riteniamo più probabile), il sistema di feudalesimo criminale che ha portato al potere Berlusconi non verrebbe intaccato, e il pericolo che esso rappresenta per l’Italia non verrebbe scalfito. Dall’analisi che abbiamo sopra svolto si possono infatti trarre precise indicazioni per il futuro, che sono le seguenti.

In primo luogo, la fine dell'egemonia politica di Berlusconi non rappresenterà alcun indebolimento di quel capitalismo mafioso su cui la sua egemonia è stata costruita. Le forze sociali costitutive del berlusconismo rimarranno forti ed operanti come prima. In secondo luogo, le tensioni interne al capitalismo mafioso che sono all'origine del tramonto di Berlusconi non verranno attenuate, ma si riproporranno addirittura accentuate, sia per il crescente morso della crisi economica, sia per l'uscita di scena di Berlusconi. Fino ad ora, infatti, tali tensioni sono state attenuate proprio perché si sono trasferite sul personaggio Berlusconi, creando l'illusione prima che potessero essere regolate in maniera soddisfacente dal suo potere arbitrale, poi, che, rimosso Berlusconi, sparirebbero diversi problemi creati soltanto dai suoi interessi personali. Naturalmente non sarà così. Dopo Berlusconi continueranno come prima, ed anzi più di prima, gli scontri fra cordate affaristico-mafiose prive delle risorse con cui soddisfare la fame di tutte, e tra gruppi sociali sempre più estesi investiti dal malessere sociale. Assisteremo ad uno sgranarsi di episodi di guerra civile strisciante, non tra partiti o ideologie, ma tra gruppi sociali e territoriali. In terzo luogo, i governi che succederanno a quelli di Berlusconi potranno essere molto più decenti e presentabili sul piano interno e internazionale. Il loro modo di operare all'interno dei palazzi del potere sarà certamente meno scorretto, sguaiato e indecente di quello dei ministri dell'epoca berlusconiana. Tuttavia non saranno assolutamente in grado, per ragioni che qui sotto molto succintamente esponiamo, di contrastare la virulenza e la proliferazione del capitalismo mafioso che sta divorando l'Italia, e quindi di arrestare i processi di decadenza civile e sociale del paese.

L'errore più grave che si possa commettere in questa situazione è infatti quello di considerare ragionevole che forze interne all'attuale ceto politico possano, dopo aver scalzato Berlusconi, invertire l’attuale tendenza alla decadenza. Si tratta di un'illusione ottica creata da una forte e naturale pressione emotiva: cosa può esserci di peggio di un Berlusconi che capovolge la situazione e riconquista governo e maggioranza? Cosa ci può essere di più orrendo di una maggioranza parlamentare che elegga Berlusconi Presidente della Repubblica, e quindi “custode e garante” della Costituzione? Cosa ci può essere di più pericoloso di una dittatura berlusconiana sulla vita politica del paese? Questi esiti appaiono così ripugnanti ad ogni persona sensata da far pensare che valga la pena, pur di evitarli, di promuovere alla guida del governo persino capi politici come Bersani, Rutelli, Casini e Fini. Chiunque, insomma, andrebbe bene purché Berlusconi uscisse dalla scena. Se ci si affida alla razionalità si può capire quanto questa impostazione sia sbagliata. Per comprenderlo facciamo un passo indietro nella storia di questo paese. Berlusconi ha conquistato la guida del governo una prima volta con le elezioni del marzo 1994, sull'onda di un sostegno popolare assai vasto, che aveva però il suo asse portante nelle forze e nelle capacità di influenza del capitalismo mafioso. Ciò nonostante il suo governo è durato soltanto dieci mesi, e nel 1995 l'evoluzione della vita politica italiana sembrava averlo messo definitivamente da parte. Il suo ritorno alla guida del governo nel 2001, con maggiore stabilità e più penetranti poteri, è avvenuto perché negli anni Novanta il capitalismo mafioso si è rafforzato e maggiormente diramato nel paese. In quegli anni, però, non ha governato la destra, ma il centro-sinistra, con maggioranze estese fino a Rifondazione comunista. La logica implicazione di ciò è che i governi di centro-sinistra non hanno contrastato, ma anzi favorito, lo sviluppo delle forze sociali a cui Berlusconi apparteneva e da cui traeva sostegno. Sei anni di governi con maggioranze di centro-sinistra, dunque, hanno concimato il terreno per i successivi trionfi berlusconiani. Né è difficile trovare fatti che costituiscano prove decisive di ciò che abbiamo visto implicato dalla stessa logica dell'intera vicenda. Secondo il senso comune di sinistra, uno dei migliori governi dell'epoca è stato quello diretto da Carlo Azeglio Ciampi. Non c'è dubbio che Ciampi sia una persona sobria ed individualmente per bene (lontanissimo dall'indecenza dei “berluscones”), e tuttavia è stata la sua legge bancaria, emanata con decreto legislativo del 1° settembre 1993, ad aprire alle banche le praterie delle acquisizioni azionarie di società industriali e delle speculazioni finanziarie, fornendo così un alimento decisivo allo sviluppo del capitalismo mafioso. Ed è stato il decreto-legge di Ciampi del 24 settembre 1993 a sancire che per le privatizzazioni che stavano per essere avviate non dovessero valere le regole della contabilità generale dello Stato, aprendo la strada alle svendite sottocosto e corruttive dei beni pubblici. Grazie a questa legge l'IRI di Romano Prodi ha potuto consegnare a prezzi irrisori, alla fine del 1993, una delle maggiori banche pubbliche italiane, il Credito Italiano, a una cordata di finanzieri italiani e stranieri (che l'hanno pagata in parte con danaro prelevato dalla banca stessa), dando così una spinta decisiva ad una finanziarizzazione dell'economia funzionale allo sviluppo del capitalismo mafioso. Il primo governo Prodi, uscito dalle elezioni del 1996, che nel senso comune della sinistra passa come uno dei migliori governi dell'ultimo ventennio, ha dato il massimo impulso alla finanziarizzazione dell'economia ed al capitalismo mafioso con la sciagurata privatizzazione della STET nel 1997, senza la quale non avrebbe potuto verificarsi, anni dopo, il saccheggio della Telecom da parte di Tronchetti Provera, e l'uso della Telecom stessa per finalità illecite. Naturalmente ognuno di questi punti, e diversi altri ancora, andrebbero analizzati più in dettaglio, cosa che qui non è sensato fare [2]. Quel che vogliamo dire è che l'epoca dei governi del centro-sinistra degli anni Novanta non ha favorito la rinascita di Berlusconi soltanto in quelli che sono considerati dall'opinione pubblica di sinistra i suoi “errori” (il non aver affrontato la questione del conflitto d'interessi di Berlusconi ed averlo legittimato come padre costituente nella Bicamerale di D'Alema), ma l'ha favorita anche e soprattutto con tante scelte di promozione del capitalismo mafioso che quell'opinione pubblica di centrosinistra ha voluto dimenticare. Berlusconi, sconfitto alle elezioni del 2006, è tornato al governo più prepotente di prima dopo altri due anni di governo Prodi. Insomma, ogni volta che ha governato il centro-sinistra, non ha fatto che preparare la strada al ritorno di una destra ancora più incarognita. Tutto ciò dipende dal fatto che il ceto politico di centro-sinistra non ha, per ragioni che tra poco diciamo, i mezzi culturali, le competenze, e le intenzioni concrete, di modificare le linee di tendenza dello sviluppo socio-economico. Ma se queste tendenze non vengono modificate, l'Italia non può che precipitare sempre più nel baratro. In maniera del tutto indipendente dal fatto che chi la dirige sia una personalità indecente come Berlusconi, o una personalità più o meno presentabile o addirittura soggettivamente in buona fede. La lotta contro Berlusconi è inutile se non pone al centro dell’agenda la bonifica del terreno da cui nasce il berlusconismo, cioè il terreno della dilagante corruzione politico-imprenditoriale. Se non si bonifica questo terreno, l’eventuale caduta di Berlusconi non risolverà nulla, e i fenomeni degenerativi che ora associamo al nome di Berlusconi si riprodurranno in seguito a percorsi oggi imprevedibili.

Torniamo alla situazione del nostro paese. L'Italia sta precipitando in un baratro spaventoso perché disfatta da un triplice collasso: della sua coesione sociale (crescenti ineguaglianze di reddito, devastante precarizzazione del lavoro e della vita, assenza di tutele sociali), del suo territorio (inquinamento dell'aria, dei suoli e delle acque, dissesto idrogeologico, invasione dei rifiuti), e della sua vita civile (corruzione generalizzata e capillare, giustizia lenta e costosa, mancanza di senso morale nelle relazioni sociali, inversione tra meriti e demeriti).L'esito più probabile di futuri governi (siano essi governi ancora berlusconiani oppure no) sarà, quindi, un caos sempre più accentuato e la deriva del paese, magari più lenta, verso la condizione di una specie di Somalia più sviluppata e meno insanguinata. Sicuramente non è questo l'esito gradito ai poteri che si sono ora orientati a scalzare Berlusconi ed a favorirne la successione. Per tali poteri, però, l'unica opzione confacente ai propri interessi, e praticabile di fronte all’attuale crisi economica, è quella di salvare se stessi e abbandonare i ceti medi e bassi alla devastazione sociale. Al di là delle loro intenzioni, quindi, essi produrranno tale esito. Su un periodo più lungo, questa opzione non potrà essere gestita all'interno delle forme istituzionali, anche soltanto esteriori, che hanno contrassegnato l'Italia del secondo dopoguerra. Lo sbocco finale di questa strada, se fosse percorsa per intero, sarebbe quindi uno stravolgimento autoritario che farebbe passare l'Italia da una specie di Somalia ad una specie di Cina, dove un potere forte verso i deboli e gerarchicamente coeso al suo interno, impone regole limitatrici degli scontri di potere ai vertici, e promotrici di uno sfruttamento feroce delle classi lavoratrici. In sostanza, se non interviene una decisa rivolta del popolo italiano contro gli attuali ceti dominanti, le uniche prospettive che abbiamo di fronte sono, nel breve periodo, quella di una dittatura berlusconiana da una parte e di governi antiberlusconiani, ma incapaci di arrestare la decadenza del paese, dall’altra. Nel medio-lungo periodo entrambe queste opzioni porteranno, per strade diverse, ad una soluzione di tipo “cinese”. Lo scenario che abbiamo fin qui delineato è chiaramente uno scenario da incubo, nel quale viene messa in questione la stessa sopravvivenza della società italiana. Ma questo incubo non è fascismo. Per capire questo punto, e discutere le altre questioni di cui abbiamo accennato all’inizio, dobbiamo adesso discutere cosa debba intendersi per fascismo.


3. Cos’è il fascismo?

Che cosa è stato il fascismo? La ricerca di una risposta a questa domanda è stata naturalmente viva fin dal sorgere del fascismo. Alcune delle più note risposte ad essa contengono elementi di verità che possono essere valorizzati pur all’interno di una critica degli aspetti parziali ed insufficienti di tali risposte.
Secondo Benedetto Croce, il fascismo è una malattia morale che ad un certo momento ha colpito il popolo italiano, degradandone progressivamente autonomia di pensiero, sentimenti di solidarietà, percezione della realtà. E’ vero, ma troppo vago. Quale malattia? Per fare un paragone medico, c’è un’enorme differenza tra un malato di cuore e un malato di fegato, e dire di uno qualsiasi dei due che è stato colpito da una malattia fisica non determina tale malattia in maniera adeguata. L’attribuzione di una malattia ad un organismo sociale, poi, può valere come criterio interpretativo soltanto se include la sua genesi ed il suo meccanismo di propagazione.
Secondo Piero Gobetti, il fascismo è il venire a galla di tutti i vizi atavici diffusi nella società italiana (conformismo, disinteresse per la verità delle cose, indifferentismo etico, schiena piegata ai potenti di turno, volubilità di comportamenti, volgarità di stile comportamentale) ed il loro coagularsi in un intreccio autoritario di potere. E’ vero, ma di una verità parziale, perché illumina soltanto il fascismo italiano (Gobetti è morto prima di poter conoscere altri fascismi) e soltanto un lato di esso. Rimane non illuminato l’altro lato del fascismo, la sua novità storica, senza la quale non si capisce lo stesso coagularsi in unità degli antichi vizi.
Secondo i marxisti dell’epoca, il fascismo è una controrivoluzione preventiva della borghesia rispetto ad una rivoluzione proletaria non ancora avvenuta, ma già preannunciata dall’Ottobre russo. E’ vero, ma fuorviante, in primo luogo perché lascia indeterminata una caratterizzazione essenziale della novità storica del fascismo, vale a dire la forma specifica della controrivoluzione preventiva, senza la quale un dittatore fascista non si distingue da un dittatore poliziesco tradizionale, in secondo luogo perché sottintende la creazione del fascismo da parte della grande borghesia capitalistica, che invece lo ha soltanto piegato ai suoi scopi dopo la sua formazione ed il suo primo sviluppo.
Per Luigi Salvatorelli il fascismo è l’autoidentificazione politica di ceti medi in declino ottenuta come autoaffermazione compensatoria sul piano istituzionale di un arretramento su quello socioeconomico. L’importante acquisizione veritativa di intestare il fascismo non alla grande borghesia capitalistica, ma ai ceti medi e piccolo-borghesi, e di comprenderlo come una loro politicizzazione al di fuori delle vecchie categorie politiche, è qui bilanciata dall’errore di intenderlo come manifestazione reattiva al loro declino, mentre successive ricerche sociologiche hanno appurato che, al contrario, il fascismo è stato, in tutta Europa, estrinsecazione espressiva di una tumultuante ascesa dei ceti medi.
Una parte significativa della storiografia tedesca del dopoguerra (Arendt, Bracher, Mosse, Kogan, Hildebrand) ha interpretato il fascismo come regime totalitario. E’ vero che il principio del totalitarismo politico, orgogliosamente rivendicato come superamento di un invecchiato liberalismo, è forma essenziale del fascismo. Ma altrettanto essenziale è il contenuto di questa forma, senza la cui specificazione il totalitarismo diventa, come nella Arendt, categoria generica inclusiva sia del fascismo sia del comunismo. Il principio del totalitarismo politico è forma costitutiva del fascismo in quanto dà forma alla società attraverso i suoi specifici contenuti ideologici. Tali contenuti sono la cultura dell’inegualitarismo e della gerarchia (non a caso “Gerarchia” è il nome di una delle più importanti riviste dell’Italia fascista), il ripudio aprioristico di qualsiasi genere di solidarietà internazionale in nome di una concezione di selezione darwiniana dei popoli attraverso i loro conflitti di potenza [3], il nazionalismo illiberale ed organicista come unico legame di appartenenza dell’individuo alla società, l’irregimentazione delle masse nel culto del capo e come mezzo di formazione di uno spirito patriottico e guerriero. La forma del totalitarismo e la sua articolazione in questi contenuti costituiscono la proiezione ideologica attraverso cui i ceti medi si danno identità politica. Essi possono compiere collettivamente una simile proiezione unitaria perché sono a quell’epoca culturalmente omogenei. La loro omogeneità culturale è data dal loro legame sociologico con costumi e schemi mentali premoderni, che li rende ostili alle classi modernizzatrici, la borghesia capitalistica e il proletariato di fabbrica, tra le cui dinamiche si sentono stretti come in una tenaglia. La comprensione del totalitarismo politico come proiezione ideologica di ceti medi che ne fanno in tal modo il principio cardine della loro autoidentificazione politica nel fascismo, permette di comprendere anche quanto ci sia di vero nelle teorie che, a partire dal Salvatorelli (e non senza qualche contiguità con esse dell’interpretazione di Togliatti, la cui obbedienza moscovita gli impediva di avvicinarcisi troppo), hanno concepito il fascismo appunto come una produzione politica tipica della collocazione sociologica e dell’immaginario mentale dei ceti medi. Il fascismo è stato infatti l’autorappresentazione dei ceti medi attraverso cui è avvenuta in Europa, tra le due guerre, la loro politicizzazione da una condizione antecedente di estraneità alla politica, e di adesioni soltanto individuali a partiti di destra o di sinistra. Esso è stato così organicamente connesso ai ceti medi da aver funzionato da strumento della loro costituzione in classe. Prima del fascismo i ceti medi non sono una classe sociale. Nel caso dei capitalisti industriali e dei proletari di fabbrica, si tratta di gruppi sociali la cui caratterizzazione in termini di “classe” sta direttamente nella loro collocazione nel processo produttivo, e quindi è logicamente indipendente da ogni loro estrinsecazione politica. Prima del fascismo, invece, i ceti medi, nonostante l’omogeneità dei loro schemi mentali e dei loro costumi sociali, non manifestano alcuna unitarietà di reazione agli eventi storico-politici, non si comportano cioè da classe, perché non lo sono, in conseguenza della loro collocazione esterna alla produzione di plusvalore entro una società di cui quella produzione costituisce l’ossatura strutturante. Costituendosi come classe sul terreno politico, non sociale, i ceti medi vi portano, come già notava Gramsci, un’ideologia priva di concretezza che riflette la loro mancanza di legami concreti con la struttura della produzione sociale. Nazionalismo, ducismo, gloria guerriera, superamento dei conflitti di classe nella nazione, e quindi terza via corporativistica oltre l’antinomia tra capitalismo e comunismo: si tratta di istanze ideali che hanno certamente avuto grande peso nell’immaginario politico del fascismo, ma solo come astratte utopie incapaci di incidere sui processi storici. Il fascismo ha detto di se stesso di essere anticapitalista, senza mai saper individuare alcun mezzo concreto per cominciare a superare il capitalismo in qualche suo aspetto, ed anzi, appoggiandosi concretamente al capitalismo come condizione per rimanere al potere, si è reso strumento della controrivoluzione preventiva della borghesia capitalistica contro il proletariato. A parole nemici della lotta di classe sia dei capitalisti sia degli operai, i fascisti, non sapendo e non potendo agire contro i primi, si sono maramaldescamente accaniti contro gli operai, spianando la strada alla violenta reazione capitalistica. Poiché le utopie ideologiche del fascismo non coprivano la concretezza della vita quotidiana dei ceti medi, essi hanno riempito la loro vita di fascisti con le connotazioni squallide, ma concrete, della loro vita quotidiana. Una caratteristica del fascismo italiano è stata quindi quella di associare alla retorica astratta della dedizione agli “interessi superiori della nazione”, secondo la formula all’epoca più ripetuta, il perseguimento concreto dei più bassi interessi privati; all’emozione epidermica e temporanea per le mete di grandezza della patria indicate dal duce, un’indifferenza totale per la dimensione dell’etica nazionale nelle scelte quotidiane; alle pompose dichiarazioni di riconoscimento fascista della dignità e nobiltà di ogni lavoro (si pensi alla “Carta del lavoro” del 1927), una pratica di brutale sfruttamento del lavoro operaio e contadino. Altre caratteristiche socioculturali dei ceti medi italiani, come l’acriticità di pensiero, il conformismo, la spontanea sottomissione autoumiliante ai potenti, erano richieste come tali dal fascismo, che le trasfigurava come fede nel duce, appartenenza alla nazione, riconoscimento del valore spirituale delle nuove gerarchie. L’insieme di questi processi ha fatto davvero del fascismo, in Italia, il luogo di coagulo e di consolidamento degli atavici vizi italiani. Ed ha reso davvero il fascismo, per il modo in cui ha legato le masse a mete bugiarde, a retoriche falsificatrici, ed a bassezze quotidiane, una malattia morale del popolo italiano.
Come si vede, una concezione del fascismo come totalitarismo politico nato dalla proiezione ideologica attraverso cui si realizza la politicizzazione dei ceti medi è in grado di includere quanto c’è stato di vero in tutte le interpretazioni che sono state date del fascismo stesso. Occorre però individuare la precisa angolazione da cui utilizzare la categoria di totalitarismo, altrimenti il suo uso può ingenerare aporie e confusioni.
Nell’Italia fascista, ad esempio, l’assetto dei poteri non è totalitario. E’ vero che gli enti statali e parastatali, i mezzi di comunicazione di massa (radio, giornali, riviste, cinema), la scuola, le associazione sportive, ricreative e formative, l’organizzazione sindacale operaia, le forze di polizia, rispondono ad un’unica logica centralizzata di comando, che non lascia spazio ad alcuna autonomia e differenziazione di scelte, e che è perciò una logica totalitaria. Questo non è poco. Tuttavia a questa unica logica di comando è sottratta, in virtù del Concordato, la Chiesa cattolica, che si muove autonomamente nella società italiana, con le sue scuole, il suo associazionismo, le sue opere di carità. Le Confindustria e le organizzazioni padronali nelle loro manifestazioni pubbliche esibiscono le camice nere dei loro esponenti e si dichiarano dedite esclusivamente a perseguire gli obiettivi indicati dal Duce, ma di fatto tutelano lo svolgimento delle attività imprenditoriali secondo la logica del profitto economico, svincolata da quella del totalitarismo politico. Il Duce è capo del governo, ma il Re è rimasto capo dello Stato (a differenza della Germania, dove Hitler dopo la morte di Hindenburg ha cumulato le due cariche), con poteri residuali deboli in situazioni normali, ma assai rilevanti nelle emergenze storiche. La polizia è fascista, ma l’Arma dei carabinieri dipende dal Re prima che dal governo (saranno infatti i carabinieri ad arrestare Mussolini il 25 luglio 1943), e così la Regia Marina, nella quale durante l’epoca fascista paradossalmente la tessera fascista ostacola anziché promuovere la carriera. L’assetto dei poteri dell’Italia fascista, in presenza di una Chiesa, di una Confindustria e di articolazioni delle Forze Armate sottratte all’unicità del comando politico, non può dirsi compiutamente totalitario. Se ne dovrebbe allora dedurre che il fascismo non è totalitarismo ma una specie di semitotalitarismo? Ovviamente questo non è possibile, perché quello di totalitarismo è un concetto qualitativo, non quantitativo, per cui non vi può essere un totalitarismo a metà, esattamente come una cosa perfetta a metà è in realtà imperfetta. Si potrebbe allora argomentare che il fascismo è non un totalitarismo, ma una forma di autoritarismo repressivo e poliziesco. Ma dicendo questo si cancellerebbe quella distinzione fra destra illiberale conservatrice e destra illiberale fascista che ha segnato la storia europea della seconda metà degli anni Trenta e della prima metà degli anni Quaranta. Come dare un significato, senza questa distinzione, a contrapposizioni di figure politiche quali quelle tra Franco e José Antonio in Spagna, tra Pétain e Doriot in Francia, tra Dolfuss e Seyss-Inquart in Austria, tra Horthy e Szalasi in Ungheria, tra Re Carol e Codreanu in Romania? Concependo il fascismo non come totalitarismo, ma come autoritarismo repressivo e poliziesco (magari riservando la categoria di totalitarismo al solo comunismo) si recupererebbe una coerenza nelle definizioni, ma su un piano astratto a partire dal quale si perderebbe ogni capacità di individuare concrete differenze storiche, e quindi ogni valenza storiografica.

Renzo De Felice è riuscito a differenziare il fascismo dalla destra illiberale conservatrice connettendo questa ad un tradizionalismo premoderno, e quello ad una prospettiva modernizzatrice di promozione dello sviluppo tecnico e di costruzione di un più elevato tipo d’uomo. Così differenziato dalla destra illiberale conservatrice, il fascismo è al pari di essa, secondo De Felice, un sistema politico ed ideologico non totalitario, mentre totalitario è il nazismo. La conseguenza di questa impostazione, consapevolmente tratta da De Felice, è che fascismo e nazismo sono due sistemi politici ed ideologici eterogenei, e che non è quindi possibile costruire una nozione di fascismo che includa tutte le potenze che hanno combattuto sotto tale vessillo la Seconda Guerra Mondiale. Si ritorna però, con queste tesi di De Felice, ad una categorizzazione storiografica priva di presa sulla storia concreta. Nella storia concreta, infatti, fascisti e nazisti si sono sentiti parte di una stessa corrente politica, di una stessa etica totalitaria, e di uno stesso assalto militare alla conquista dell’Eurasia, e la storiografia deve rendere ragione della storia concreta, non smentirla. Occorre dunque rendere ragione dell’unitarietà del fenomeno fascista e della sua caratterizzazione totalitaria.

A questo proposito sono fondamentali gli studi di Emilio Gentile, il più penetrante interprete contemporaneo del fascismo. Gentile ha convincentemente argomentato, da una parte, che per
comprendere il fascismo occorre recuperare la sua connessione con la categoria di totalitarismo e, dall’altra parte, che ai fini di tale comprensione occorre individuare la forma specifica di tale connessione. Il totalitarismo caratterizza il fascismo non come forma organizzazione sociale e politica compiutamente realizzata, ma come suo imprescindibile elemento motivazionale e propulsivo. Nei vari fascismi storicamente esistiti, cioè, l’assetto dei poteri non è mai compiutamente totalitario, quanto meno perché ogni fascismo si consolida al potere e diventa regime con il sostegno di decisivi interessi capitalistici, dei quali quindi deve accettare le logica dell’autoreferenzialità economica refrattaria a qualsiasi comando politico totalitario. Nel fascismo italiano, in particolare, il sistema dei poteri lascia uno spazio di autonomia ad alcuni di essi (come si è visto sopra, quelli della Chiesa, degli industriali e di settori militari legati al Re), sottraendoli alla logica di pura esecuzione del comando politico centralizzato alla quale sono invece sottomessi gli altri. Tra questi e quelli, però, non c’è una coesistenza statica, ma una tensione derivante dalla spinta innovativa del comando politico. Così nel 1931 Mussolini invia una spedizione squadristica a sfasciare alcune sedi dell’Azione cattolica, per costringere la Chiesa cattolica a ridurre i suoi spazi organizzati di formazione dei giovani, e avvicinarsi così ad un monopolio educativo del regime. Così negli anni Trenta viene creata la nuova Aviazione come Arma esclusivamente fascista contrapposta alla Marina regia, e nell’Esercito c’è un sordo conflitto tra uomini del Duce e uomini del Re nel controllo delle carriere degli ufficiali. Così Mussolini interviene talvolta nelle sfera economica per imporvi scelte politiche contrastate dalla Confindustria, come la rivalutazione della lira nel 1926. C’è insomma una pulsione a sottomettere al comando politico aree che non gli sono ancora sottomesse, vale a dire una pulsione alla realizzazione del totalitarismo politico, che è caratterizzante del fascismo come tale. Il fascismo, insomma, è tale se, dando luogo ad un sistema di poteri non totalitario, lo pensa orientato ad evolversi secondo una teleologia totalitaria, non importa quanto capace di operare effettivamente in senso trasformativo, e quanto invece puramente velleitaria. Questa teleologia totalitaria del fascismo come sistema politico ed ideologico fa sì che esso si caratterizzi come totalitarismo nelle sfera dell’ideologia, e come tradizionalismo nelle sua concreta sfera socioeconomica, con una continua tensione, flebile o aspra a seconda dei frangenti storici, tra questi due suoi momenti. L’ideologia illiberale e totalitaria del fascismo (illiberale in quanto totalitaria, altrimenti il suo illiberalismo sarebbe quello della destra tradizionalmente autoritaria), non è che l’altra faccia caratterizzante del fascismo stesso, il cesarismo. Cesarismo significa che la totalità sociale può essere unificata da fini condivisi soltanto in un punto di essa, cioè nell’individualità di un uomo dotato, per un suo carisma personale, della capacità di esprimere da solo, e lui solo, il bene comune. “Cesarismo” viene ovviamente da Giulio Cesare, che guidò Roma verso obiettivi di grandezza illuminati dal suo intuito divino, non dalle leggi né dalle attribuzioni di qualsiasi magistratura da lui ricoperta, tanto che a chi gli offrì durante i Saturnali una corona regale rispose “non sum rex, sum Caesar”. Il cesarismo si è riprodotto in età moderna come napoleonismo, di cui Hegel ha colto il senso definendo Napoleone “lo Spirito del mondo a cavallo”. E si riproduce nel fascismo come principio del Duce, nelle sue diverse versioni. Se il Duce è l’uomo che esprime nella sua volontà la “volontà generale” di Rousseau, esprimendo così l’organicità del vincolo di tutti nella nazione, il liberalismo non ha più senso. Non ha senso, cioè, far scaturire dal libero confronto di idee e opzioni divergenti decisioni politiche orientate al bene comune, dato che al bene comune guida la sola volontà del Duce. Non ha senso il pluralismo liberale in se stesso, perché se la nazione è comunità organica, le spinte divergenti insite nel pluralismo liberale possono soltanto indebolirne la fibra e infine distruggerla, proprio come un organismo fisico andrebbe incontro alla morte se fegato, polmoni e cuore funzionassero in maniera pluralistica, cioè ognuno autonomamente dagli altri. La necessità di realizzare il suo principio cesaristico, ovviamente indicata e promossa dal suo Duce, ispira in ogni fascismo una ben radicata pulsione a costruire il totalitarismo politico, con ricorrenti pressioni intrusive in quei settori dove vigono logiche autonome dal comando politico (economiche, religiose o altro che siano). Il totalitarismo politico che caratterizza il fascismo vive nella sua sfera ideologica, e non diventa mai, se non in modo parziale o in circostanze particolari come la guerra, un effettivo principio di disciplina politica dei poteri sociali. Ciò non toglie che sia un elemento importante, perché la sua ricorrente pressione sui poteri sociali crea nuovi stili comportamentali, e perché in particolari momenti storici in cui i poteri sociali autonomi diventano contingentemente confliggenti ed indeboliti rispetto al comando politico, può arrivare a sopraffarli. Nell’Italia del 1943, ad esempio, quando la Corte, gli Stati maggiori ed i capitalisti passano dalla parte degli Alleati, il fascismo si fa forza repubblicana, milizia armata e organizzazione spoliatrice. Il totalitarismo politico a cui perviene nella concretezza storica non va oltre l’esperienza negativa, e asservita all’occupazione tedesca del paese, della RSI. In vicende come questa (e nelle analoghe vicende di altri paesi europei) il fascismo svela il suo invalicabile limite storico, dato dalla sua genesi nelle utopie astratte di ceti medi svincolati dai processi di produzione della ricchezza sociale, cioè quello di non poter concretizzare la sua ideologia del totalitarismo politico se non come distruzione senza ricostruzione del tessuto sociale, e di non poter costruire opere di utilità e coesione sociale (come qualche volta è riuscito a fare) se non mettendo da parte nei fatti il totalitarismo politico, che d’altra parte nel fascismo è l’unico antidoto alla corruzione morale.

Se si capisce che il fascismo è stato tutto questo, si capisce anche che nel nostro orizzonte storico non esiste un pericolo di risorgenza del fascismo, mancandone tutti gli elementi. Manca ogni omogeneità di costumi sociali e schemi mentali dei ceti medi, che sono frantumati e differenziati dalle loro diverse collocazioni in una società piena di interne sconnessioni. Manca la nazione come luogo di appartenenza e radice identitaria. Manca il primato della politica, che è oggi ridotta ad attività di sensali parassitari dell’economia, per cui l’autorappresentazione di una classe nella politica, quale è stato il fascismo, è impensabile. Mentre il capo di allora, il Duce, aveva un seguito di massa in quanto percepito, nell’ottica del cesarismo, come la guida infallibile della nazione al di sopra dei comuni mortali, il capo di oggi è percepito dai comuni mortali come uno di loro, connotato dalla loro stessa meschinità, che ha riscattato in virtù dei grandi successi ottenuti con la sua furbizia, così riscattandola in loro. Un capo simile (della cui immagine ideale, s’intende, l’uomo politico Silvio Berlusconi è solo una delle realizzazioni possibili) non potrebbe mai irregimentare gli italiani in un ordine guerriero, né, tanto meno, potrebbe far loro affrontare una guerra vera, come fece il fascismo. Il suo governo potrebbe certo suscitare violenza contro le sempre più ampie sacche di emarginazione prodotte dalla sua politica, ma non potrebbe esercitarla sotto forma di bastonature squadristiche e condanne di tribunali speciali nei confronti di una dissidenza politica borghese. Un altro aspetto dal quale si percepisce la differenza fra l’attuale situazione italiana e il fascismo è quello legato al ruolo della Lega Nord. E’ fin troppo facile, infatti, rilevare che l’importanza, per la politica berlusconiana, di un partito anti-italiano come la Lega Nord fa a pugni con ogni pretesa di assimilare il berlusconismo ad un movimento nazionalista come il fascismo. La rilevanza della Lega Nord va compresa e valutata attentamente. Si tende infatti, specie negli ambienti intellettuali, a sottovalutare la sua azione in senso lato culturale, e a prenderla in considerazione solo sul piano politico, per via degli evidenti aspetti di rozzezza, incultura, grossolanità intellettuale ed umana dei suoi esponenti, a tutti i livelli. Ma la storia è fatta anche dagli incolti, rozzi e grossolani. Ciò che la Lega Nord sta realmente facendo, con le sue manifestazioni “culturali” (nel senso che alla parola dà l’antropologia) è quello di creare e diffondere un nuovo senso comune, basato sulla chiusura in piccoli orizzonti e piccole comunità, sull’esclusione di chiunque sia percepito esterno alla comunità (compresi, per esempio, i portatori di handicap), sulla creazione di capri espiatori, sulla legittimazione (per il momento soltanto verbale) della violenza. Il fatto che contenuti di questo tipo siano agiti ripetutamente in parole, slogan, discorsi, manifestazioni, e rappresentino ormai un aspetto permanente della vita politica del paese, crea appunto legittimazione di un senso comune che ne faccia il proprio fondamento. Questo senso comune, con la sua carica di violenza ed esclusione, è in sostanza una delle premesse di una possibile guerra civile e di una conseguente dissoluzione del paese. Pur avendo molti aspetti in comune col fascismo, il carattere localistico e anti-nazionale del leghismo lo rende lontanissimo da quello.


4. Una breve considerazione sul nazismo
Nella sezione precedente abbiamo delineato alcuni caratteri generali dei fascismi europei e ci siamo soffermati in particolare sul fascismo italiano. Non è nostra intenzione analizzare qui le differenze specifiche fra i vari fascismi. Ci sembra però importante, per la rilevanza del tema, sottolineare rapidamente un aspetto secondo noi fondamentale dell'altra grande realizzazione storica del fascismo europeo, cioè il nazismo. Noi interpretiamo il nazismo come il punto culminante della fase imperialistica della storia dei paesi occidentali. Il nazismo è una forma di totalitarismo politico, e presenta quindi gli stessi caratteri che abbiamo sopra descritti in riferimento al fascismo, ma nel caso del nazismo la forma totalitaria ha come suo contenuto principale ed essenziale l’imperialismo. L’imperialismo naturalmente nasce prima del nazismo, nasce dalla realtà politica ed economica dell’Europa del secondo Ottocento, che ovviamente non ha nulla di totalitario. Esso rappresenta però un momento di crisi di tale realtà, una crisi che può essere definita come crisi della civiltà occidentale, perché, pur nascendo come effetto di dinamiche ad essa interne, l’imperialismo implica necessariamente l’adesione a opzioni politiche e ideali, come il colonialismo e il razzismo, che sono in contraddizione con i valori fondanti della civiltà occidentale [4]. L’imperialismo è quindi uno dei due poli di una contraddizione la cui dinamica agisce nella parte finale del XIX secolo e in buona parte del XX. Vogliamo dire con questo che i valori fondanti della civiltà occidentale (la libertà individuale, i diritti umani, i diritti dei popoli, e così via), così brutalmente negati dalle politiche imperialistiche occidentali, non rappresentavano solo una copertura ipocrita di quelle stesse politiche (il che non vuol dire, naturalmente, che essi non abbiano svolto anche questa funzione): rappresentavano un punto di riferimento per chi a quelle pratiche si opponeva, una sorgente continua di forze spirituali di contrasto all’imperialismo, insomma l’altro polo di una contraddizione che ha agito storicamente. Gli esempi di come quei valori di libertà si siano concretizzati in realtà storico-politiche sono innumerevoli: si può pensare al movimento di opinione pubblica internazionale che già all’inizio del Novecento combatte lo sfruttamento brutale e omicida al quale viene sottoposto il Congo belga, oppure a come il pensiero di Lenin faccia proprio il principio, tipico della civiltà occidentale, dell’autodeterminazione dei popoli, e come su questa base il movimento comunista internazionale sostenga poi le lotte di liberazione dei popoli colonizzati, o infine a come, nel secondo dopoguerra, tali lotte di liberazione suscitino nei paesi occidentali ampi movimenti di opinione pubblica a loro sostegno. Ma il punto in cui questa effettualità storica dei principi della civiltà occidentale si vede più chiaramente sta forse nel fatto che le lotte di liberazione che, nel secondo dopoguerra, portano alla fine degli imperi coloniali, avvengono proprio sulla base di principi ideali e riferimenti culturali tipici della civiltà occidentale, o da essa derivati: i gruppi dirigenti di tali lotte si ispirano in sostanza o a forme di nazionalismo rivoluzionario o a forme di marxismo rivoluzionario, o a una miscela dei due (anche se il marxismo non è interno alla civiltà occidentale, ne è comunque un suo figlio, ribelle ma legittimo) . A questo punto possiamo allora capire in che senso il nazismo rappresenta il punto culminante dell’imperialismo: nel senso che il nazismo risolve la contraddizione fra imperialismo, colonialismo e razzismo da una parte, e principi della civiltà occidentale dall’altra, e la risolve sopprimendo il secondo corno della contraddizione. La Germania nazista rappresenta l’esempio perfetto di uno Stato che assume compiutamente la dimensione dell’imperialismo, del colonialismo e del razzismo come proprio fondamento e per far ciò sopprime integralmente i principi della civiltà occidentale. Nel nazismo i principi dell’imperialismo, del colonialismo e del razzismo diventano principi universali. Si potrebbe in questo senso parlare del nazismo come di una forma di “imperialismo assoluto”: una ideologia, una politica, una forma di organizzazione sociale che si sforza di dispiegare integralmente e compiutamente nella società umana i principi dell’imperialismo, del colonialismo e del razzismo e di rimuovere ogni possibile ostacolo a tale dispiegamento. Di conseguenza, il nazismo non ha nessuna remora a ridurre a colonia l’intera Europa sotto il suo dominio e a trattare i popoli europei nello stesso modo in cui questi hanno trattato i popoli coloniali, rendendo chiaro anche agli europei l’orrore del colonialismo. La guerra antinazista per necessità oggettiva è una guerra che delegittima il colonialismo e l’imperialismo. La vittoria contro il nazismo è quindi la vittoria contro il gravissimo pericolo di regressione umana e civile che il suo imperialismo assoluto rappresentava, è la vittoria dei quei principi della civiltà occidentale (libertà degli individui e dei popoli) che rappresentano valori umani universali. Non a caso, è con la fine della Seconda Guerra Mondiale che si avvia il processo di decolonizzazione che porterà alla fine degli imperi coloniali di Francia e Inghilterra.




[1] Si veda per esempio M.Badiale, M.Bontempelli, La sinistra rivelata, Massari 2007, in particolare alle pagine 169-175.
[2] Maggiori dettagli in M.Badiale, M.Bontempelli, La sinistra rivelata, cit.
[3] Questi primi due contenuti separano in maniera netta il totalitarismo fascista da quello comunista.
[4] Ci riferiamo qui alla nozione di “civiltà occidentale” che abbiamo analizzato in M.Badiale, M. Bontempelli, Civiltà occidentale, Il Canneto 2010.












1 commento:

  1. Veramente difficile commentare questo lungo articolo, un vero e proprio saggio. Condivido la spina dorsale del ragionamento. Vorrei solo aggiungere qualche considerazione.
    La prima è questa: singolare, particolare, universale. Con questa triade di Hegel occorre, secondo me, affrontare il tema del capitalismo italiano.
    Ci sono elementi universali, dell’universo che io chiamo Impero d’Occidente. Cioè un sistema imperialistico trans-nazionale, nella accezione di Screpanti per capirci. Con la differenza che Screpanti individua un livello ancora più generale, quello globale. Ma all’interno di quello globale, come le scatole cinesi, c’è quello occidentale, reso uniforme come cultura e ideologia.
    Spiegare l’Italia con le categorie universali è però fuorviante. Cioè, è importante riconoscere l’adesione al capitalismo imperialista occidentale. Nello stesso tempo, come è ovvio, ci sono particolarità.
    La definizione di “capitalismo mafioso” mi sembra perfetta. Solo che le particolarità non sono quelle di privatizzare tutto. Quello è un fenomeno reale, che appartiene però alla universalità (perché si verifica in tutto l’Impero d’Occidente).
    Mario Mineo è stato un comunista siciliano, un intellettuale contro corrente. Nel blog di Salvatore Lo Leggio si possono trovare articoli su questo personaggio. In particolare vi segnalo questo: Mario Mineo. La borghesia mafiosa (http://salvatoreloleggio.blogspot.it/search?q=Mineo). Ne riporto un brano.
    “Per Mineo il disegno di formare nel Sud una borghesia imprenditoriale diffusa era fallito: fino a metà Novecento aveva dominato indisturbato il blocco agrario; negli anni successivi, del boom e dell’emigrazione, era nata una borghesia parassitaria che, per via politica, si accaparrava risorse (lavori pubblici, ruoli negli uffici, appalti, finanziamenti), che era in prima linea nella speculazione fondiaria ed edilizia e nei posti chiave delle grandi professioni. In Sicilia questa borghesia, per genesi, modo di essere, forma, era “mafiosa”, ove per mafia non va inteso un tipo di mentalità o di organizzazione criminale (quella che in passato era stata strumento della grande proprietà nelle campagne), ma un fenomeno sociale complesso e pervasivo, interno alla modernizzazione capitalistica.”
    Penso che sia molto utile alla discussione. Credo che questo modello si sia esteso a tutta la società italiana e ne costituisce la sua “particolarità”.

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