(Riceviamo dall'amico Piero Meaglia, e volentieri pubblichiamo. M.B.)
LA
POLITICA VISTA DAL BASSO: DIFENDERSI DAL POTERE
Piero Meaglia
Una
premessa: il principio di diffidenza come valore della democrazia
Sovente
si legge che la democrazia si fonda sulla fiducia, e che “ha
bisogno di fiducia” (Norberto Bobbio, La democrazia ha bisogno
di fiducia, La Stampa, 31/10/1993. Avanzo una proposta: la
democrazia si fonda, o meglio deve fondarsi, anche sulla
“diffidenza”. Su molta diffidenza.
Propongo
di assumere il principio di diffidenza come uno dei valori sui quali
la democrazia deve fondarsi. Lo deve perché anche in una democrazia
i cittadini debbono difendersi dal potere. Quindi, la diffidenza
verso il potere come “molla”, come ressort che muove la
democrazia e la conserva in buona salute.
Non
bisogna confondere la diffidenza con la sfiducia. La sfiducia rende i
cittadini disinteressati e passivi e, quali “cittadini non
educati”, li consegna indifesi nelle mani del potere. La diffidenza
invece, non sempre ma sovente, spinge i cittadini ad interessarsi, a
cercare con fatica e rischio informazioni precise, a diventare
“cittadini educati”, e soprattutto attivi, a rovesciare la
precedente passività in lotta.
Una
lotta per “partecipare”, per tentare di influire sulle decisioni
del potere, come richiede la democrazia. Ma anche e prima di tutto
una lotta per difendersi dal potere, come vuole il liberalismo.
Vorrei sottolineare questo punto: la diffidenza è puro liberalismo.
Chi ha in mano il potere è portato ad abusarne e ad avanzare “fino
a quando non trova dei limiti”: perciò è naturale e necessario
diffidarne.
Il
principio di diffidenza è puro liberalismo. Ho citato Montesquieu. E
Benjamin Constant ha scritto: “Ogni buona costituzione è un atto
di sfiducia [defiance]”: essa “prescrive dei limiti all’autorità,
che sarebbe inutile prescriverle se la supponessimo dotata di una
infallibile saggezza e di una eterna moderazione” (citato da Mauro
Barberis, Benjamin Constant, il Mulino, Bologna, 1988, p.
157). Nella lettera n. 38 il Federalist enuncia le massime della
“diffidenza repubblicana” (Il federalista, Bologna, il Mulino,
1980, p. 292, che così traduce l’espressione republican
jealousy). Thomas Jefferson afferma che “il governo libero è
fondato sulla diffidenza [jealousy], non sulla fiducia” (Draft
of Kentucky Resolution of 1798, che cito da F.A. Hayek, La
società libera, Formello, RM, Seam, 1998, p. 317. Altre
traduzioni rendono diversamente il termine jealousy).
La
partecipazione attraverso i comitati locali di cittadini
Questi
cenni sul principio di diffidenza sono solo una premessa al tema di
queste note: i comitati locali di cittadini. O meglio, la
partecipazione “dal basso” attraverso questi comitati. Ho fatto
questa premessa perché è proprio il principio di diffidenza una
delle molle della partecipazione attraverso i comitati. I cittadini
che si uniscono in comitati fanno spesso l’esperienza del potere:
del potere che occulta le informazioni, che colpisce con ritorsioni,
che costringe i cittadini a enormi sforzi per ottenere informazioni.
Il potere che non si riesce assolutamente a smuovere. Il muro di
gomma con il quale si scontrano i cittadini. Le risorse del potere,
contrapposte alle esigue risorse di cittadini, esigue in termini di
tempo, soldi, competenza. I comitati fanno presto l’esperienza
della potenza del potere e dell’inermità dei cittadini. Ne
consegue spesso il sentimento di una disperata impotenza. Forse il
sentimento più diffuso fra i comitati. Ma ne consegue anche il
sentimento di diffidenza. Un sentimento che non induce a deporre le
armi: suggerisce solo di adottare, nella propria azione, un realismo
che prima questi cittadini non possedevano.
Partiti,
movimenti e comitati
Molti
studiosi e intellettuali ritengono che per rafforzare la democrazia e
accrescere la partecipazione occorre ricostruire i partiti, i partiti
di massa, più o meno pesanti. Quando si chiedono come aumentare la
partecipazione, si rispondono: purtroppo negli ultimi decenni i
partiti sempre meno sono luoghi e strumenti di partecipazione dal
basso. Occorre dunque ricrearli, ricostituirli. Si veda, per un
esempio recente, il libro di Valentina Pazè Cittadini senza
politica, politica senza cittadini, Torino, Edizioni Gruppo
Abele, 2016, dove l’autrice auspica la nascita del partito
“rappresentativo-deliberativo”, che però è “qualcosa di
simile [al] classico partito di massa novecentesco” (pp. 88-89).
Appunto
il Novecento: il secolo durante il quale la partecipazione dei
cittadini alla politica, l’attività per influire sul potere e
prenderne parte si è manifestata come adesione a un partito e
attività dentro il partito. Scrive Kelsen che “la moderna
democrazia si fonda interamente sui partiti politici. “. I
partiti raggruppano gli uomini di una stessa opinione “per
garantire loro un effettivo influsso sulla gestione degli affari
pubblici” (Kelsen, La democrazia. Bologna, il Mulino, 1981, p. 55),
perché “l’individuo isolato non ha politicamente nessuna
esistenza reale non potendo esercitare un reale influsso sulla
formazione della volontà dello Stato” (ivi, p. 56).
Pare
che gli unici luoghi della partecipazione siamo i partiti. Non è
così. C’è un’altra e diffusissima forma di partecipazione:
quella che si esprime attraverso i comitati locali di cittadini. Gli
studiosi “non vedono” i comitati. Vedono e studiano i partiti,
non i comitati. Eppure i comitati esistono e sono tanti. Così li
definisce Donatella Della Porta: “gruppi organizzati, ma debolmente
strutturati, formati da cittadini che si riuniscono su base
territoriale e utilizzano prevalentemente forme id protesta per
opporsi a interventi che ritengono danneggerebbero la qualità della
vita sul territorio o chiedere miglioramenti di essa” (Comitati
di cittadini e democrazia urbana, a cura di D. Della Porta,
Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004, p. 7).
Anche
gli studiosi della partecipazione al di fuori dei partiti spesso non
centrano l’obiettivo. Molti di loro studiano i “movimenti”. Nei
loro studi la partecipazione pare svolgersi in due forme
organizzative: da un lato i partiti, dall’altro i movimenti. Un
esempio per tutti: ne La partecipazione politica, Bologna, il
Mulino, 2002, Francesco Raniolo tratta nel capitolo V della parte
seconda i partiti, e nel capitolo IV i “gruppi e movimenti”. Ma
basta scorrere le pagine per comprendere che per l’autore la
partecipazione di base avviene nella forma dei “movimenti”.
Tipico di questa forma di partecipazione è il movimento “no
global”. Ma i comitati non sono i movimenti. I comitati sono
locali, si formano spesso in piccoli Comuni, sovente come reazione a
qualche intervento che essi temono possa nuocere all’ambiente e
alla loro salute: una discarica, una grande strada, una cava, ecc.
Mentre i movimenti sono più ampi, sovente diffusi su tutto il
territorio nazionale, e a volte sono internazionali proprio come fu
il movimento antiglobalizzazione. E la loro azione è ampiamente
seguita dai mass media.
Altri
autori studiano sì i comitati, ma quelli urbani, che operano nelle
grandi città. Gli autori del libro curato da Della Porta si
concentrano infatti sui comitati di sette grandi città. Invece, ci
sono moltissimi comitati di cittadini diffusi nei piccoli Comuni più
o meno lontani dalle grandi città, nella prima o seconda cintura
delle grandi città, spesso più lontano, nella “provincia” se
non nella campagna. Le cave e le discariche non vengono realizzate
nel centro di Torino, ma nei campi coltivati intorni a piccoli
Comuni. Vivo a Chivasso, nella pianura della seconda cintura
torinese, a venticinque chilometri da Torino. Scrivo da quindici anni
su un giornale locale, diffuso fino a circa quaranta / cinquanta
chilometri da Torino, in tanti minuscoli paesi di mille, duemila,
tremila abitanti. In quindici anni non ricordo un solo paese nel
quale non sia nato un comitato. In tutti, ma proprio tutti questi
paesi, è stato tentato o realizzato qualche intervento
ambientalmente impattante, che ha suscitato la reazione degli
abitanti che per prima cosa hanno formato un comitato. Fin qui, nella
“lontana” provincia, i giornalisti dei grandi giornali, anche
quelli delle redazioni torinesi, fin qui non si spingono, forse
temendo che hic sunt leones.
I
mass media seguono inoltre con grande attenzione l’attività di
soggetti chiamati movimenti ma che non sono movimenti: sono comitati
cittadini, sorti in città capoluogo di Regione o di Provincia, come
il No Mose di Venezia e il No Dal Molin di Vicenza, o reti di
comitati locali, come il Movimento No Tav della Valsusa e il No Tap
pugliese. Sono le star dei movimenti, che televisioni, giornali
e social portano all’attenzione di un pubblico nazionale. Sono
ammirati ma anche un po’ invidiati dagli sconosciuti e
trascuratissimi comitati di provincia.
L’impotenza
dei comitati: risorse troppo scarse
Ho
parlato di disperata impotenza dei comitati. Si può osservare questa
impotenza da diversi punti di vista, esaminando le diverse attività
dei comitati e gli ostacoli che essi incontrano. Ostacoli tutti
riconducibili a un solo punto: essi si scontrano col potere, e il
potere è immensamente più forte di loro. Non solo il potere
politico o gli amministratori locali: più ancora pericoloso è il
potere economico, vale a dire le aziende contro le quali i comitati
combattono. Un comitato di poche persone non può farcela contro il
grande gruppo industriale che vuole realizzare un impianto impattante
nella zona. Né può farcela il piccolo Comune a volte condivide la
battaglia dei comitati.
I
comitati raramente hanno tra i propri membri tecnici e professionisti
in grado di valutare il progetto presentato da un grande gruppo
industriale. Mentre il gruppo industriale si è fatto elaborare il
progetto da un rinomato e costoso studio di progettisti, composto da
numerosi tecnici, geologi, ingegneri, chimici, ecc.; mentre il
piccolo Comune può contare quasi solo sul proprio minuscolo ufficio
tecnico, che si occupa per lo più di edilizia e urbanistica, e ha
scarse risorse per pagarsi anche un solo tecnico esterno. Ancora
peggio stanno i comitati. Le loro risorse economiche sostanzialmente
non esistono. Sono costretti a fare collette per affittare un locale
dove organizzare una serata informativa, per fare i volantini, per
pagare al Comune il suolo pubblico sul quale collocare i banchetti
per la raccolta firme. Per non parlare dei casi in cui i comitati
dovrebbero presentare ricorso al TAR. È quasi sempre impossibile
mettere insieme le 4 o 5 migliaia di euro per avviare l’azione
legale. Dico “avviare” perché nel corso del procedimento le
spese possono aumentare. Se il ricorso al TAR viene vinto, la società
proponente e l’ente pubblico autorizzatore si appellano al
Consiglio di Stato: i comitati dovrebbero allora affrontare ulteriori
spese legali, e tante volte rinunciano.
C’è
una ragione della povertà dei comitati: chi si attiva nei comitati è
quasi sempre gente comune e che non dispone di grandi cifre. I
cittadini facoltosi del luogo raramente si espongono. I
professionisti tecnici che potrebbe aiutare i comitati non vogliono
urtarsi con le amministrazioni pubbliche e con le società promotrici
dei progetti.
Altrettanto
scarsa è la risorsa tempo: i comitati sono generalmente composti da
persona che lavorano e hanno famiglia. Per partecipare all’attività
dei comitati devono sacrificare il loro poco tempo libero e
trascurare la famiglia, che a sua volta finisce per imporre loro una
pausa almeno temporanea, ma talvolta definitiva. Contro di loro, i
membri dei comitati hanno persone che, nella società proponenti,
operano retribuiti a tempo pieno per la redazione dei progetti, o
persone che, negli enti pubblici autorizzatori, esaminano retribuiti
a tempo pieno i progetti sottoposti loro.
I
comitati contro il potere invisibile
Tanto
per richiamare un grande tema come quello del potere invisibile: in
proposito Bobbio ha aperto una strada, un capitolo di teoria della
democrazia. Ma nemmeno Bobbio poteva arrivare a rendersi conto della
realtà dei “piccoli posti”, del livello o piano “di sotto”.
Faccio
un esempio. Un cittadino, o un gruppo di cittadini ritiene di subire
un danno da un qualche intervento vicino a casa sua. Mettiamo un
danno ambientale. Per prima cosa cerca di informarsi e presenta in
Comune domanda di accesso civico generalizzato (se ne conosce
l’esistenza: quanti di noi sanno che esiste?) per avere copia del
progetto dell’intervento o opera. Passano i 30 giorni e il Comune
non gli risponde. O gli risponde che non ha capito la domanda. O che
il richiedente non ha diritto ad avere quei documenti. O che il
“controinteressato” non è d’accordo.
Allora
il cittadino presenta ricorso al Responsabile della Trasparenza e
della Corruzione del Comune (se sa che esiste), che in genere è il
segretario comunale scelto dal sindaco: nemmeno il Responsabile della
trasparenza risponde nei successivi 20 giorni. Oppure rigetta il
ricorso.
Allora
il cittadino vorrebbe appellarsi al difensore civico provinciale,
ammesso che ne conosca l’esistenza (quanti di noi sanno che esiste
un difensore civico provinciale?), ma scopre che nello statuto di
Città Metropolitana di Torino il difensore civico provinciale non
c’è più: è stato abbattuto da destre e sinistra unite in sede di
passaggio da Provincia a Città Metropolitana.
Resta
il difensore civico regionale, ammesso che il cittadino ne conosca
l’esistenza (nessun ufficio comunale lo informa dell’esistenza di
tale istituto): il bravissimo difensore civico regionale, oberato di
lavoro, fa quel che può, e in genere, bene che vada, manda una
letterina con richiesta di chiarimenti al Comune, letterina che in
genere non sortisce risultati.
Ai
cittadini resta solo più una strada: il ricorso al TAR. Costa alcune
migliaia di euro e tutto finisce lì: il cittadino non è nemmeno
riuscito ad acquisire la documentazione, per avendo la volontà di
ottenerla. Fine della storia. Ma in realtà per gli attivisti
dei comitati non ancora finita, e le sorprese a volte arrivano dopo,
quando scoprono che non hanno fatto un buon affare a inimicarsi il
sindaco di un piccolo Comune e la cricca che lo circonda. Se in
futuro dovranno “andare in Comune” per chiedere un documento o
per avviare una banale pratica edilizia, potrebbero scoprire che gli
uffici tirano stranamente in lungo. Può apparire sorprendente, ma
nei piccoli centri i cittadini non si vogliono esporre anche perché
hanno paura.
Il
rapporto fra partiti e comitati
Sovente
i comitati chiedono aiuto ai partiti politici: al partito o ai
partiti che sentono più vicini e sensibili alle loro istanze. Ai
partiti i comitati chiedono di procurare informazioni che i propri
membri non riescono a ottenere nonostante che ne abbiano diritto; che
nei consigli comunali, provinciali, regionali e in parlamento
trasmettano al potere le loro domande; che diano risonanza alle loro
battaglie intervenendo nei mass media. Si forma così una sorta di
alleanza fra comitati e partiti o partito.
Spesso
l’alleanza inizia bene e soddisfa entrambi gli alleati. Ma
altrettanto spesso la luna di miele non dura a lungo. I comitati
cominciano ad accusare i partiti di appoggiare solo alcune battaglie
dei comitati e altre no, di appoggiarle con troppa cautela, di tenere
troppo conto delle alleanze politiche a discapito delle loro lotte,
di privilegiare gli obiettivi politici e elettorali rispetto alle
battaglie dei comitati che per un certo periodo i partiti avevano
condiviso e combattuto insieme. In breve, i comitati accusano i
partiti di tradimento. E così alla diffidenza verso il potere si
aggiunge quella verso i partiti “traditori”.
A
me pare che, quando adottano questo atteggiamento, i comitati
mostrano di non comprendere le differenze fra partiti e comitati, fra
la natura dei partiti e la natura dei comitati. Queste molteplici
differenze sono riconducibili a una sola: i partiti lottano per
conquistare il potere, i comitati no. I partiti vogliono conquistare
il potere e se non vi riescono cercano almeno di influenzarlo. I
comitati invece cercano solo di influenzarlo, non di conquistarlo: di
influenzarlo per fargli prendere o non prendere un determinato
provvedimento. E per conquistare il potere frequentemente i partiti
fanno proprio che i comitati condannano. I partiti abbandonano un
obiettivo molto importante per i comitati – ad esempio il contrasto
a una grande opera - se non porta più voti, se ne porta troppo pochi
rispetto all’impegno richiesto, se accantonarlo ne porta di più,
se calcolano che abbandonarlo farà loro perdere solo un numero
esiguo di voti; se abbandonarlo è necessario per conservare alleanze
con altri partiti, a livello locale e / o nazionale; se metterlo da
parte riduce l’opposizione del potere economico o di altri poteri
che possono ostacolarne l’accesso al potere; se accantonarlo rende
loro più facile ottenere il favore di finanziatori privati.
Intendiamoci,
c’è una logica in questi comportamenti dei partiti, o almeno c’è
una giustificazione alla quale i partiti possono appellarsi per
rispondere alle critiche dei comitati. Per esempio, un partito con
una forte ispirazione ambientalista potrà dire ai comitati: per
realizzare in grande il nostro vasto programma ambientalista devo
andare al potere, e per andare e restare al potere devo
necessariamente dismettere ambizioni di purezza assoluta, da
weberiana etica della convinzione (o dei principi come la chiama
Bobbio), e adottare quella della responsabilità (o delle
conseguenze, come la chiama sempre Bobbio), che impone di accedere a
compromessi e sacrificare obiettivi parziali e locali per poter
raggiungere quelli generali. C’è una logica in questa
argomentazione utilizzabile e utilizzata dai partiti, una logica che
non deve venire sottovalutata o giudicata un goffo tentativo di
giustificare i “tradimenti”.
A
volte i comitati delusi dai partiti li accusano di pensare solo alla
“poltrona”. Anche questa critica è in parte sbagliata e
ingenerosa. Per realizzare i loro obiettivi e programmi, compresi
quelli che sono caldamente condivisi dai comitati, i partiti devono
necessariamente conquistare le “poltrone”, in parlamento e nel
governo, e una volta conquistate devono conservarle. Devono
conquistarle e conservarle non solo per realizzare i loro programmi
ma anche per impedire agli avversari di realizzare i loro. Kelsen
scrive che i partiti raggruppano gli uomini di una stessa opinione
“per garantire loro un effettivo influsso sulla gestione degli
affari pubblici”. Ma per influire sulla gestione degli affari
pubblici i partiti debbono riuscire a sedere sulle deprecate
“poltrone”. Weber distingue due tipi di partito: quelli che sono
“organizzazioni di patronato degli uffici, che mirano a conquistare
i posti di potere, di governo, e da lì distribuiscono ai seguaci
altri posti nell’apparato dello stato, e quelli che “sono fondati
su un’intuizione del mondo, intesi cioè all’attuazione di
ideali”. Ma, dopo aver fatto la distinzione, Weber riconosce che di
regola i partiti “sono l’una cosa e l’altra cosa insieme”:
perseguono degli ideali e al tempo stesso puntano a occupare posti di
potere e al “patronato degli uffici”. Si comprende bene la
ragione: per attuare i loro ideali i partiti devono impadronirsi del
potere e conservarlo (Max Weber, Economia e società, Milano,
Edizioni di Comunità, 1980, vol. IV, pp. 507-508).
Però
resta il fatto che partiti e comitati hanno logiche diverse. I
comitati mirano a raggiungere obiettivi, che consistono generalmente
nel far prendere o non prendere al potere determinate decisioni. I
partiti mirano al potere, e le decisioni su questo o quell’obiettivo
diventano strumenti per la conquista e la conservazione del potere.
Gli obiettivi divengono secondari rispetto alla conquista e alla
conservazione del potere.
Naturalmente,
in queste osservazioni sulla condotta degli uomini politici non c’è
nulla di nuovo né di originale. Sono note le realistiche
considerazioni di Schumpeter, secondo il quale le decisioni dei
politici sono i “sottoprodotti” (by-products) della lotta per il
potere: “la decisione dei problemi politici è, dal punto dell’uomo
politico, non il fine ma solo la materia dell’attività
parlamentare”. E’ vero che la funzione sociale dell’attività
parlamentare è quella di produrre leggi, ma per comprendere come ciò
avvenga “bisogna partire dalla lotta di concorrenza per il potere e
riconoscere che la funzione sociale è assolta, per così dire,
incidentalmente; nello stesso senso il cui la produzione è
incidentale rispetto alla realizzazione di un profitto”. Più
ancora incisivamente: “il metodo democratico crea legislazione e
amministrazione come sottoprodotti della lotta di concorrenza per il
potere politico” (p. 273) (Joseph A. Schumpeter, Capitalism,
Socialism and Democracy, 1942, trad. id. Capitalismo,
Socialismo e Democrazia, Milano, Etas Libri, 1994, pp. 266, 269,
273).
Le
considerazioni di Schumpeter possono apparire rigide e unilaterali,
bisognose di problematizzazioni. Ma se esse non bastassero, dovrebbe
bastare una osservazione più decisiva: nei nostri sistemi politici i
partiti sono il potere, mentre i comitati sono contropoteri. I
partiti occupano i posti di comando nello Stato e delle
amministrazioni locali, e se non hanno avuto pieno successo vi
entrano come minoranze e opposizioni. Lì prendono decisioni o
contribuiscono a prenderle. I comitati sono sovente contrari a
queste decisioni. Sono i contropoteri contro il potere. Partiti e
comitati spesso si scontrano, anche se spesso collaborano.
I
cittadini sono tutti disinteressati e passivi?
Bobbio
ha elencato il “cittadino non educato” fra le promesse non
mantenute della democrazia. Si tratta dei cittadini disinteressati e
passivi, per i quali la scienza politica usava la categoria di
“apatia”.
Ma
Bobbio è in fondo indulgente. Ben più severe, persino un po’
sprezzanti, sono le descrizioni diffuse anche in serissimi libri di
serissimi studiosi. In un’opera recente Gianfranco Pasquino dedica
un paragrafo ai “cittadini deficitari”, quelli che non si
interessano, non si informano, non partecipano: “il deficit
democratico si trova anche nei cittadini. I disinteressati, i poco
informati, gli astensionisti sono cittadini democraticamente
deficitari… Non mi parrebbe corretto definire ‘deficit
democratico’ questa situazione. I cittadini che non compiono le
azioni necessarie per soddisfare le loro aspirazioni sono
responsabili del deficit democratico persino più delle strutture del
regime democratico e più dei comportamenti delle autorità (Minima
politica, Torino, Utet, 2020, p. 95).
Caro
professor Pasquino, ci provi lei… Provi a organizzare e guidare un
comitato. Non nel centro di una grande città, dove si unirebbero
professionisti, tecnici, professori, ingegneri, ex amministratori,
ecc. Ma nei piccoli Comuni a quaranta chilometri dalle metropoli. Qui
i cittadini che si informano e partecipano si trovano, certo che si
trovano. Tra duemila o tremila residente una decina per formare un
comitato si trovano. Poi però questi cittadini incontrano le
difficoltà che ho ricordato, e che si riassumono nella loro
disperata impotenza. Da un lato l’impotenza e la solitudine dei
deboli, dei senza potere; dall’altro lo strapotere dei potenti, dei
detentori del potere politico e di quello economico. Da un lato
l’esiguità delle risorse dei comitati: poco tempo, pochi soldi,
poca competenza, mancanza di tempo per studiare e diventare almeno un
po’ competenti, grandissima difficoltà a trovare dei tecnici,
degli esperti, dai quali farsi aiutare. Dall’altra, oltre al muro
di gomma di amministratori e politici, lo strapotere delle grandi
imprese capitalistiche, in grado di mobilitare, a sostegno dei loro
progetti plotoni di avvocati, ingegneri, geologi, architetti,
professori universitari compiacenti, e per le quali sborsare qualche
migliaia di euro per un ricorso al TAR, oppure anche meno per
depositare in tribunale una querela temeraria e una domanda di
risarcimento danni equivale a bersi un caffè al bar.
Non
manca la partecipazione di cittadini. Non mancano i cittadini
partecipanti. Manca l’efficacia della loro partecipazione. La
verità è che i cittadini partecipanti sono anche impotenti, e non
per colpa loro. Del resto, correttamente Pasquino scrive che non
basta che il popolo voglia esercitare il potere: bisogna che “sia
messo in condizione di esercitarlo”. Occorre che l’azione del
popolo sia “efficace”. Però qui Pasquino pensa a come dare,
attraverso opportuni meccanismi elettorali, “più potere agli
elettori”. Mentre, a mio avviso, bisognerebbe cominciare a dare
“più potere ai cittadini”. Cioè organizzare le istituzioni in
modo tale da concedere ai comuni cittadini il potere di influire
sulle loro decisioni. Questo potrebbe essere il compito di
intellettuali e studiosi.
“Nimby”:
un pigro luogo comune
I
comitati locali di cittadini sono nimby: è uno dei tanti luoghi
comuni ripetuti da giornalisti intellettualmente pigri e abitudinari.
Così come i titoli degli articoli di politica devono contenere
sempre le parole “caos”, “scontro”, “tempesta”, ecc.,
così i comitati devono venire obbligatoriamente bollati come
“nimby”.
L’accusa
di nimbismo non è quasi mai vera. Quando nasce un comitato locale
per opporsi a un intervento ritenuto pericoloso per l’ambiente e
per la salute, all’inizio a volte la parola d’ordine è: “non
qui”. Ma bisogna capire le ragioni del “non qui”. Occorre
soprattutto capire il contesto ambientale e sanitario nel quale
vivono i cittadini che dicono “non qui”. In molte parti del
nostro paese - la provincia e la campagna della Pianura Padana è uno
di queste - il territorio è già “pieno”. Non ci sta più nulla.
Ci sono Comuni del Basso Vercellese e Biellese nei quali al di fuori
del piccolo centro trovi tre, quattro, cinque grandi cave che col
tempo si trasformano in discariche. E il Comune accanto, confinante?
È la stessa cosa. E quello al di là del Comune confinante? È la
medesima cosa. Dove dovrebbero andare a vivere gli esseri umani? Ecco
perché chiedono: “non qui”.
In
realtà, in questi territori è difficile rimanere a lungo nimby.
Anche il cittadino inizialmente nimby si accorge presto che nel
Comune accanto i cittadini si trovano nella medesima condizione, e
che anche lì esiste un comitato. Per loro diventa difficile dire:
quella discarica non fatela qui. Vorrebbe dire fatela là, cioè a
qualche centinaio di metri di distanza dove vivono parenti e amici.
Non solo: la consapevolezza che anche nei Comuni vicini è la
stessa cosa, spinge naturalmente i membri dei comitati a chiedersi il
perché di questa situazione, a studiare i processi industriali e
l’organizzazione istituzionale e sociale, in fine il “modello di
sviluppo” che provoca i danni che essi subiscono. Cominciano a
chiedersi: “non qui, ma dove?”. Poi: “Perché accade questo? Si
potrebbe fare diversamente?”. Infine: “Studiamo e invitiamo degli
esperti, degli studiosi, e organizziamo con loro dei dibattiti
pubblici”. A questo punto i comitati sono andati molto oltre il
nimbismo. Forse sono stato fortunato, ma, in un quindicennio di
attività giornalistica e ambientalista, comitati nati e rimasti
nimby non ne ho ancora incontrati.
Molte
meglio di me hanno saputo esprimersi Marino Badiale e Massimo
Bontempelli: “In Italia uno dei modi in cui si manifesta la
nocività dello sviluppo è quello di progetti economici che tendono
a invadere e distruggere il territorio con strutture e opere di vario
tipo. Questa invasività e queste devastazioni sono inevitabili,
all’interno dell’odierno meccanismo dello sviluppo. Infatti lo
sviluppo non può fare a meno dell’accumulazione di realtà fisiche
sul territorio (strutture produttive, infrastrutture edilizie come
autostrade e aeroporti, strutture commerciali, mezzi di trasporto,
rifiuti che occorre smaltire in qualche modo). Ma il territorio
italiano è saturo (altrove la situazione può essere diversa):
l’Italia è un paese piccolo e sovrappopolato, il cui territorio è
stato da tempo invaso dalle realtà fisiche legate allo sviluppo. Non
essendoci più spazio libero, le nuove strutture fisiche necessarie
per lo sviluppo possono inserirsi solo in una realtà fisica e
sociale già organizzata, mettendone in crisi gli equilibri. In
parole povere, le nuove strutture devono invadere la vita quotidiana
degli abitanti del territorio, sconvolgendola (Marino Badiale e
Massimo Bontempelli, Per salvare la vita. 28 tesi contro la barbarie
[tesi 26], 2008 (
http://www.rivistaindipendenza.org/Teoria%20nazionalitaria/tesi.htm
e altri siti).
Che
fare? Una proposta agli studiosi
Proviamo
a tirare le fila e a avanzare una proposta. Per favorire e
rinvigorire la partecipazione politica, molti studiosi rimpiangono il
partito di massa, il partito pesante, e ne auspicano la rinascita.
Però
anche i comitati di cittadini sono importanti strumenti di
partecipazione, quindi soggetti della democrazia. Sono inoltre
contropoteri che difendono il cittadino contro altri e più porti
poteri, e come tali sono importanti istituti di liberalismo.
Ma
i comitati di cittadini hanno pochissimo potere. Ne hanno poco non, o
non solo, per eventuali limiti soggettivi, ma anche e soprattutto
perché le istituzioni, l’ordinamento giuridico, la società nel
suo complesso, concedono loro ben poco potere. Anzi, ne ostacolano
l’azione: rendono loro difficile e costoso acquisire la
documentazione in possesso degli uffici pubblici, rendono costosa in
termini di tempo e denaro la loro azione sul territorio, rendono
quasi impossibile l’accesso alla giustizia amministrativa, civile e
penale.
Che
cosa possono fare gli studiosi delle scienze sociali, giuristi,
politologi, sociologi? Possono – se ritengono il tema importante -
concettualizzare l’attività dei comitati, conferire loro dignità
teorica, sotto il profilo della teoria politica e di quella
giuridica. Un tentativo compiuto, ad esempio, da Salvatore Settis,
che rinvia alla nozione di actio popularis del diritto rimano
(Azione popolare. Cittadini per il bene comune, Torino,
Einaudi, 2012, pp. 221-228). Possono – ripeto: se considerano il
fenomeno dei comitati importante per la democrazia –
concettualizzare il fenomeno come da oltre un secolo le scienze
sociali e giuridiche studiano gli altri soggetti dell’azione
collettiva, in particolare i partiti politici, e più recentemente i
“movimenti”. Ricominciando forse delle osservazioni di
Tocqueville sulla partecipazione locale negli Stati Uniti d’America
di quasi due secoli fa: Tocqueville considerava le “associazioni
civili” locali non solo come strumenti di partecipazione aggiuntiva
a quelle nei partiti politici, ma anche “contropoteri”
sostitutivi degli antichi poteri locali aristocratici (La
democrazia in America, ad esempio: libro primo, parte seconda,
capitolo IV, e Libro secondo, parte seconda, capitolo V).
Ma
soprattutto gli studiosi possono studiare modifiche e innovazioni
istituzionali e normative tali da favorire la partecipazione nei
comitati: un facile, rapido, gratuito e completo accesso agli atti;
la concessione ai comitati di locali per riunirsi gratuitamente o con
poca spesa; l’accesso ai mezzi di comunicazioni delle istituzioni
locali, come i siti e le pubblicazioni periodiche dei Comuni;
l’azzeramento dei costi che incontra la loro attività (come il
pagamento del suolo pubblico); il rafforzamento dei difensori civici
e in generale degli istituti presso i quali i comitati possano far
valere le loro ragioni; la protezione dalle querele temerarie e dalle
domande intimidatorie di risarcimento danni; un effettivo accesso
alla giustizia… e così via. Sembra poco: ma sarebbe già
moltissimo per i comitati. Gli studiosi potrebbero poi
inoltrare le proposte ai politici, che vuole dire ai partiti: e qui
si vedrebbe se i partiti vogliono favorire la partecipazione anche al
di fuori di se stessi, o se non amano la concorrenza.
Sull'autore:
Piero
Meaglia vive a Chivasso, in provincia di Torino, e scrive sul
settimanale locale “La Voce del Canavese”.
E’
socio di Pro Natura Torino e svolge attività ambientalista nel Basso
Canavese.
Si
è laureato in Storia del pensiero politico presso l’Università di
Torino, dove ha conseguito il dottorato di ricerca nella medesima
disciplina con una tesi sul pensiero politico di Tocqueville.
Oltre
ad alcuni articoli, ha pubblicato due libri: Le regole del
gioco. Bobbio e la democrazia, San Domenico di Fiesole (FI),
Edizioni Cultura della Pace, 1994 e Il potere dell’elettore.
Elezioni e diseguaglianza politica nel governo democratico,
Troina (EN), Città Aperta Edizioni, 2006.