sabato 23 maggio 2026

Riflessioni su un genocidio

 

Riflessioni su un genocidio


Marino Badiale




1. Premessa: le condizioni di un genocidio

Questo scritto nasce dalla convinzione che il genocidio della popolazione palestinese della Striscia di Gaza, perpetrato dallo Stato di Israele nel biennio ottobre 2023-ottobre 2025, rappresenti uno snodo decisivo per la coscienza dell’umanità contemporanea, con particolare riguardo ai paesi occidentali. Questo evento cruciale può essere esaminato in riferimento a vari aspetti del mondo contemporaneo. Uno di essi è naturalmente quello della geopolitica, che esamina i rapporti di forza fra le diverse potenze in lotta nell’arena mondiale e le strategie che innervano le azioni dei vari attori, locali e globali, operanti sulla scena mediorientale. Su questi aspetti si è già scritto moltissimo, e non ho nulla da aggiungere rispetto a quanto elaborato dal composito ambiente culturale e politico che potremmo definire “anti-sistemico”. Questo significa che non parlerò delle cause economiche e geopolitiche degli eventi in questione, non perché non siano importanti ma perché do per acquisita un’interpretazione generale del conflitto israelo-palestinese nei termini dell’esigenza, per l’egemone USA, di conservare il controllo della cruciale area mediorientale e la conseguente necessità di appoggio illimitato all’alleato israeliano.

In questo intervento vorrei affrontare un tema diverso, cioè quello della temperie ideologico-culturale che ha reso possibile, almeno nei paesi occidentali, una sostanziale accettazione di ogni azione dello Stato di Israele. Le oligarchie politiche dei paesi occidentali hanno fattivamente appoggiato lo Stato di Israele, da molto tempo prima del genocidio e durante il suo svolgimento, salvo ovviamente qualche distinguo puramente verbale e ineffettuale. I popoli degli stessi paesi hanno mostrato, nei decenni, una sostanziale indifferenza verso gli avvenimenti mediorientali. Solo dopo un anno o più di massacri la mobilitazione filo-palestinese ha iniziato ad avere dimensioni ragguardevoli, e questa mobilitazione probabilmente ha rappresentato uno dei vettori di forza che hanno portato ad una tregua. Come era prevedibile, la tregua ha portato a un oscuramento della situazione palestinese, e quindi alla parziale smobilitazione del movimento filopalestinese, che ha perso il carattere di massa ed è tornato a essere l’impegno di piccole minoranze.

Mi sembra che queste vicende recenti confermino la sostanziale impunità di cui gode Israele ormai da decenni, e che il complesso degli eventi del conflitto in Palestina renda pressante gli interrogativi che questo intervento vuole affrontare: da dove arriva questa sostanziale impunità di Israele? Quali sono le sue “condizioni di possibilità”? E soprattutto, come si può superare questa situazione?

Se è chiara, come dicevo sopra, la generale esigenza strategica statunitense di controllo dell’area mediorientale tramite l’alleato israeliano, i problemi che mi pongo in questo scritto sono due: quello di comprendere le mediazioni attraverso le quali tale esigenza si traduce in costruzioni ideologiche diffuse che rendono accettabile, fra la popolazione dei paesi occidentali, la sostanziale impunità di Israele, e quello di iniziare una critica radicale di tali costruzioni ideologiche.


2. La religione dell’olocausto

La mia tesi è che una tale basilare costruzione ideologica, che permea da decenni lo “spirito del tempo” nei paesi occidentali, sia quella che potremmo chiamare “religione della vittima”, un atteggiamento spirituale che, rispetto al tema di cui stiamo parlando, diventa “religione dell’olocausto”. Uso il termine “religione” perché mi sembra che tali costruzioni ideologiche presentino tutte le caratteristiche di una fede religiosa secolarizzata. I principi cardine della “religione dell’olocausto” sono ben noti: in primo luogo, il genocidio ebraico è il Male Assoluto della storia umana, un evento di violenza assoluta, unica, imparagonabile a qualsiasi altra vicenda storica; in secondo luogo, di riflesso, il popolo ebraico che ha subito tale violenza è la Vittima Assoluta, e in quanto tale ha un “credito morale eterno” nei confronti del resto dell’umanità e in particolare del popolo tedesco, responsabile del nazismo che ha portato al genocidio. Questi principi delimitano i confini di ciò che in Occidente è “rispettabile” nel dibattito politico-culturale. Non rispettare tali confini espone all’accusa di “antisemitismo”, che è l’equivalente di una scomunica. I dogmi della religione dell’olocausto sono diventati, in vari paesi e in vari modi, obblighi di legge, per cui la scomunica di cui si diceva può comportare conseguenze legali. La religione dell’olocausto, oltre ai dogmi sopra enunciati, ha ovviamente una sua liturgia, usualmente denominata “politica della memoria”: film, romanzi, spettacoli televisivi, interventi nelle scuole, viaggi scolastici ad Auschwitz, sono tutte pratiche liturgiche il cui scopo è estendere e rafforzare la presa del dogma religioso sulla popolazione.

Questa nuova religione contemporanea copre i crimini di Israele in vari modi: in primo luogo, traccia una linea divisoria fra l’area sacra del Male Assoluto e l’area profana dei tanti mali della storia umana, ai quali appartengono anche le violenze di Israele, che quindi appaiono meno rilevanti e significative rispetto al Male Assoluto. In secondo luogo, qualsiasi opposizione alle violenze di Israele, in quanto violenze operate dalle Vittime del Male Assoluto, appare come un attacco a tali Vittime, ed è quindi imputabile di contiguità col Male Assoluto stesso. Vale a dire che qualsiasi critica allo Stato di Israele o all’ideologia sionista può essere accusata di contiguità con l’antisemitismo, e quindi può essere classificata come infetta dal Male Assoluto: in questo modo essa viene espulsa dall’area del discorso pubblico accettabile, ed eventualmente può essere legalmente repressa. In terzo luogo, è solo Israele, e la Diaspora che lo supporta, a decidere cosa è antisemitismo e cosa no. La religione dell’olocausto, cioè, ha come conseguenza che chi opera violenze e crimini decide se le critiche a tali violenze e crimini hanno diritto di esistenza nel discorso pubblico accettabile oppure no.

Si può osservare, infine, che è soprattutto la pretesa a un credito morale eterno, ad una assoluzione preventiva eterna, a costituire la premessa spirituale del genocidio. È importante sottolineare che non c’è nulla di specificamente ebraico in questo. Qualsiasi individuo e qualsiasi gruppo umano che godesse di una assoluzione preventiva eterna rispetto ai propri atti, finirebbe per compiere atti orribili.


3. Per una critica della religione dell’olocausto

Per combattere l’orrore del genocidio occorre allora combattere la religione dell’olocausto e la sua politica della memoria. Occorre respingere punto per punto la visione della storia che è sottesa alla religione dell’olocausto. Si tratta ovviamente di un compito immane, visto che la religione dell’olocausto è da decenni una componente essenziale dello “spirito del tempo”, almeno nei paesi occidentali. In questo scritto devo limitarmi ad indicare alcuni punti che mi sembrano essenziali.

1. Il nazismo è il colonialismo applicato all’Europa.

In primo luogo, per criticare la religione dell’olocausto occorre criticare la visione del nazismo in essa implicita, e sostituirla con un’altra, che si porterà dietro una “politica della memoria” completamente diversa. Nella visione ufficiale l’antisemitismo e il genocidio ebraico sono gli aspetti fondamentali del nazismo, che ne fanno qualcosa di unico e non paragonabile ad altri eventi storici. Occorre allora compiere l’azione “blasfema”, nei confronti della religione dell’olocausto, di negare questa visione diffusa. Non si tratta di inventarsi nuove teorie, ma di riprendere il filo (interrotto nella coscienza di massa) delle classiche interpretazioni marxiste del nazismo. Intendo cioè sostenere che per combattere la sacralizzazione di Israele occorre ricominciare a parlare di nazismo nei modi in cui ne hanno sempre parlato i marxisti: ovvero, in primo luogo, come un’impresa imperialistica e colonialistica, in quanto tale necessariamente razzista, omicida, sterminista. Il punto fondamentale, nel nazismo, non è l’antisemitismo, ma è l’unione di imperialismo e colonialismo. La differenza specifica del nazismo rispetto alle forme precedenti di imperialismo e colonialismo è stata chiarita da intellettuali non occidentali come Aimé Césaire: si tratta del fatto che col nazismo, per la prima volta, le pratiche imperialistiche e coloniali sono applicate ai popoli europei. Il nazismo è “colonialismo applicato all’Europa”, ed è questo il punto decisivo per comprenderne le dinamiche, non l’antisemitismo. La Seconda Guerra Mondiale non si combatte per decidere il destino degli ebrei, la Germania non invade la Polonia per uccidere gli ebrei, ma per crearsi un impero coloniale nell’Est europeo (polacco e russo), sterminando, cacciando o schiavizzando le popolazioni native (gli slavi, e certo anche gli ebrei). È all’interno di questo progetto imperialistico e coloniale che si attua il genocidio ebraico, conseguenza dell’antisemitismo nazista. Antisemitismo nazista e genocidio del popolo ebraico sono fatti storici, ma non sono i fatti decisivi per la comprensione del nazismo.

2.Tutte le vittime sono uguali.

Un altro aspetto da rifiutare, nella religione dell’olocausto, è la sua politica selettiva della memoria. Occorre mettere in primo piano il fatto che la violenza imperialistica della Germania nazista (e dei suoi alleati come Giappone e Italia) ha provocato decine di milioni di vittime: più di 20 milioni solo fra i cittadini dell’URSS. Altri milioni nel corso della lunga occupazione giapponese della Cina, morti sui quali in Occidente non ci si è mai soffermati molto. E anche parlando solo dei campi di concentramento, in essi sono morte tante altre persone, oltre agli ebrei: per esempio milioni di prigionieri di guerra sovietici. Fra tutte queste vittime, fra tutti questi milioni di morti, si è scelto per decenni di porre tutta la luce, tutta l’attenzione sui sei milioni di morti ebrei. La cosa poteva avere un senso esclusivamente se il genocidio ebraico fosse stato assunto a simbolo di tutta l’altra violenza, se dire “mai più” avesse significato “nessun popolo deve mai più subire nulla di simile” e non “gli ebrei non devono mai più subire nulla di simile”. È chiaro che le cose non sono andate così: invece di un rifiuto universalistico della violenza imperialistica e colonialistica che ha portato a violenze ed orrori culminati nel genocidio ebraico, si è avuta una gerarchizzazione selettiva della condizione di vittima, che è stata essenzialmente ristretta al popolo ebraico ed è stata assunta come condizione ereditaria, per poter essere usata a perpetua scusante di ogni crimine dello Stato di Israele, creando così le “condizioni di possibilità” del genocidio di Gaza. Rifiutare la “religione dell’olocausto” implica rifiutare tale politica selettiva della memoria e sostenere la costruzione di una politica universalistica della memoria.


3. Il sionismo: un’impresa coloniale

È ben noto che religione dell’olocausto è divenuta uno dei pilastri dell’ideologia sionista (nonostante quest’ultima nasca ben prima), perché la creazione dello Stato ebraico in Palestina appare come una forma di risarcimento per le Vittime Assolute, e quindi come una conseguenza inevitabile della sconfitta dell’antisemitismo nazista. Per criticare questo nesso, occorre utilizzare rigorosamente la caratterizzazione del nazismo come estrema e più radicale impresa imperialista e colonialista. È facile capire che ogni impresa coloniale comporta una qualche forma di razzismo nei confronti della popolazione nativa, perché dire che i nativi sono “non-completamente-umani” è il modo migliore per giustificare il fatto che gli si porta via la terra e li si rende servi, in un modo o nell’altro. Ma questo implica logicamente la possibilità della violenza, perché, una volta creata una categoria di esseri “non-completamente-umani”, nei loro confronti cadono i limiti che in ogni cultura tengono a bada la violenza contro gli umani.

Il nazismo rappresenta il culmine della vicenda coloniale europea, il momento in cui il colonialismo europeo diventa “autofagico”, si rivolge contro la stessa Europa. E la sconfitta del nazismo rappresenta la fine della legittimità degli imperi coloniali. Se questa caratterizzazione è corretta, l’eredità della lottta antinazista sta nelle lotte anticoloniali che si sono susseguite nel secondo dopoguerra, e che hanno portato alla fine degli imperi coloniali europei.

Ma la creazione di uno Stato ebraico in Palestina, fatta contro la volontà della popolazione nativa, e realizzata con il trasferimento di ebrei di vari paesi, è una impresa coloniale voluta dalle grandi potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale. Si tratta quindi non della rottura col passato imperialista e colonialista dell’Occidente, culminato nel nazismo, ma al contrario di una sua estrema filiazione. Lungi dall’essere espressione dei valori della lotta antinazista, la creazione dello stato di Israele è cioè in piena continuità con quel passato di violenza coloniale che trovò la sua più atroce espressione nel nazismo.

In quanto progetto coloniale il sionismo riproduce tutti gli aspetti disumanizzanti, nei confronti dei nativi, tipici di ogni forma di colonialismo. I crimini del sionismo sono conseguenze inevitabili del progetto sionista, che è quello di fondare uno Stato ebraico in una terra abitata da una popolazione che non è ebrea e non desidera far parte di uno Stato ebraico. In questa situazione, la realizzazione del progetto sionista implica necessariamente una delle seguenti azioni, o una loro combinazione:

1. La dittatura del popolo eletto, cioè l’accoglimento di una parte della popolazione nativa in posizione subordinata.

2. La pulizia etnica.

3. Il genocidio.

La concreta politica dello Stato di Israele è passata nei decenni dall’una all’altra di queste possibili azioni, iniziando con la pulizia etnica al tempo della creazione dello Stato, passando attraverso la dittatura militare imposta alle popolazioni dei territori occupati dopo la Guerra dei Sei Giorni e arrivando al genocidio con la recente guerra contro i civili di Gaza. A questo proposito occorre forse spendere qualche parola sul concetto di “dittatura militare”. È noto che uno dei punti fondamentali della propaganda filoisraeliana è la nozione di Israele come “unica democrazia del Medio Oriente”. Il punto è che si tratta di una “democrazia del popolo dei signori”, cioè di una democrazia non universalistica, che quindi non è una vera democrazia. Democrazia vorrebbe infatti dire “potere del popolo”, e nei tempi moderni questo significa che il popolo soggetto a un potere statale ha diritto di controllo sul potere stesso, innanzitutto tramite il voto. Ora, da poco meno di sessant’anni, i palestinesi dei territori occupati sono sottoposti a un potere che incide pesantemente sulle loro vite (per esempio, creando sempre nuove colonie israeliane) ma rispetto al quale essi non hanno nessun potere di controllo. I cittadini israeliani votano e, in linea di principio, potrebbero votare partiti decisi a fermare la creazione di colonie in Cisgiordania. I palestinesi della Cisgiordania non possono farlo. Perciò il potere israeliano nei loro confronti è un potere sul quale essi non hanno nessun controllo o contrappeso, è cioè un potere tirannico, dittatoriale. E non si tratta di una situazione contingente: l’occupazione israeliana dura da quasi sessant’anni, più della metà della vita dello Stato di Israele. Abbiano cioè a che fare con uno Stato che esiste da circa ottant’anni e che negli ultimi suoi sessant’anni di esistenza ha esercitato un potere dittatoriale su una popolazione che non ha nessun mezzo di difesa da esso, e in particolare nessun diritto di voto su di esso. Di fronte a queste considerazioni, la definizione di Israele come Stato democratico sembra non reggere. D’altra parte, questa situazione non è un fatto casuale, un imprevedibile effetto collaterale: esso è conseguenza logica del progetto sionista, che è quello, ripetiamolo, di fondare uno Stato ebraico in una terra abitata da una popolazione che non desidera far parte di tale Stato. L’occupazione militare di terre abitate dai palestinesi è allora necessaria, all’interno del progetto sionista, e quindi è necessaria la dittatura militare nei confronti delle popolazioni occupate. La caratterizzazione dello Stato di Israele come dittatura militare sui palestinesi è cioè intrinseca alla natura stessa del progetto sionista, almeno finché esisteranno palestinesi in Palestina.


4. Sionismo e antisemitismo

Come tutte le fedi fanatiche, anche la religione dell’olocausto copre le proprie contraddizioni accusando di malvagità coloro che la criticano. L’accusa ovvia è quella di antisemitismo. È allora interessante notare che il sionismo condivide alcuni assunti fondamentali con l’antisemitismo. Sostenendo che gli ebrei sono un popolo che deve costituire un proprio Stato etnico in Palestina, il sionismo implica che i cittadini ebrei di Francia, Germania, Inghilterra, Polonia ecc. non sono cittadini come tutti gli altri. La cosa appare del tutto evidente se si pensa che viene presentato come un fatto ovvio e naturale che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale gli ebrei sopravvissuti si trasferiscano in Palestina. Questo è certo umanamente comprensibile: persone perseguitate, vittime di atroci violenze che sfuggono a un panorama di distruzione e cercano di rifarsi una vita. Cos’altro potevano fare? La risposta però è banale. Gli ebrei sfuggiti al genocidio potevano fare quello che alla fine della guerra hanno fatto tutti gli altri profughi e prigionieri (compresi molti ebrei come Primo Levi): tornarsene ai loro paesi, alle loro case. Il sionista può replicare che le case erano distrutte, e i paesi di cui gli ebrei erano cittadini, in molti casi li avevano perseguitati. E a questo si potrebbe rispondere che le case si ricostruiscono, e che milioni di uomini e donne in tutto il mondo avevano sofferto sacrifici fino alla morte per sconfiggere il nazismo e quindi anche il suo antisemitismo. Ma non si tratta qui di discutere su cosa fosse possibile fare in quel momento. Si tratta di capire il significato delle scelte allora compiute. Scegliendo di abbandonare i loro paesi di origine per la Palestina, i fondatori dello Stato di Israele in sostanza hanno espresso il messaggio che i cittadini ebrei italiani, polacchi, francesi eccetera sono diversi dagli altri cittadini italiani polacchi francesi eccetera.. Perché un italiano polacco francese eccetera, alla fine della guerra, ha l’unico pensiero di tornarsene al proprio paese, alla propria casa, e non gli passerebbe mai per la testa di andare a fondare un altro Stato da qualche altra parte. L’idea che una minoranza, in qualsiasi modo determinata, di cittadini, per esempio italiani, se ne vada dall’Italia per fondare un altro Stato sarebbe assurda, (e significherebbe solo che quegli italiani non si sentono più tali). A nessuno verrebbe in mente che sarebbe una buona idea se i marchigiani andassero a fondare uno Stato marchigiano in Patagonia o in Scozia. O che gli italiani omosessuali andassero a fondare uno Stato per omosessuali in Paraguay. E si noti che nel caso degli omosessuali vi sono evidenti analogie con gli ebrei: anche gli omosessuali hanno subito una persecuzione secolare che è culminata con l’internamento nei lager nazisti. Il punto fondamentale del mio argomento è che la tesi sionista sulla fondazione di uno Stato ebraico nel quale radunare gli ebrei del mondo equivale all’affermazione che gli ebrei italiani polacchi francesi eccetera sono cittadini diversi dagli altri (dagli altri italiani polacchi francesi che non si sognerebbero di fondare altri Stati altrove). Ma questa è esattamente la tesi dell’antisemitismo, che infatti non vuole necessariamente lo sterminio degli ebrei, ma vuole in ogni caso separare, in un modo o nell’altro, i cittadini ebrei dagli altri cittadini (italiani polacchi francesi eccetera), appunto per la diversità dei primi. Il sionismo e l’antisemitismo concordano nel ritenere che gli ebrei non siano “veramente” italiani polacchi francesi eccetera. Il sionismo riprende le fondamentali tesi antisemite.


4. Autorità della vittima?

Abbiamo accennato, all’inizio, al fatto che la “religione dell’Olocausto” è un caso particolare di quella che potremmo chiamare “religione della vittima”, una complessa costruzione culturale che oggi costituisce una struttura di fondo dello “spirito del tempo”, almeno nei paesi occidentali. Questo articolo vorrebbe essere, fra l’altro, un invito alla critica di tale complesso culturale per favorirne il superamento. Naturalmente, qui possiamo discuterne solo alcuni elementi. Uno di essi è l’assunzione a guide morali sacre, quindi non criticabili, di persone che hanno subito violenza in un modo o nell’altro. Anche su questo occorre, io credo, assumere una posizione radicalmente “atea”, che rifiuti tale sacralità e sviluppi un discorso che apparirà necessariamente blasfemo alle orecchie della maggioranza della popolazione, che ha assorbito la “religione delle vittime”. Il punto di partenza potrebbe essere la seguente frase, attribuita a Sartre (non ho un riferimento preciso): “non importa ciò che ti hanno fatto, ma ciò che tu fai con quello che ti hanno fatto” . L’essere vittima è un fatto assolutamente casuale, che non ha nessun legame con ciò che è o ciò che fa o ha fatto la vittima. È proprio questa assoluta casualità ciò che colpisce nelle vicende delle vittime del genocidio nazista o di altri eventi simili. Ciò significa che l’essere vittima non dice nulla su ciò che è la persona, sulle sue qualità o sui suoi difetti. Ma l’autorità, morale o intellettuale, di una persona dovrebbe dipendere da ciò che tale persona è sul piano morale o intellettuale, e da come essa manifesta questo suo essere, non dal fatto che le siano capitate delle disgrazie o che abbia subito violenze. E se ha subito violenze, è solo il modo in cui elabora quello che ha subito a determinare il suo valore morale o intellettuale. Di conseguenza, aver subito la violenza nazista di per sé non dà nessuna autorità intellettuale per parlare del nazismo, se non come testimone. Naturalmente, le testimonianze sono importati, e gli storici le usano, ma poi le elaborano all’interno di un percorso intellettuale di comprensione teorica. L’esperienza, da sola, non dice nulla. I soldati sopravvissuti a una guerra hanno esperienza della guerra stessa, ma quanti hanno realmente compreso le dinamiche profonde di quello che hanno vissuto? Solo quei pochi che hanno studiato e approfondito e riflettuto a lungo. Questo per quanto riguarda il piano dell’autorità intellettuale, dell’autorità cioè nella comprensione storica e filosofica degli eventi. Per quanto riguarda il piano dell’autorità morale, il principio è analogo: il giudizio morale su una persona lo si dà in base a ciò che quella persona fa o dice, cioè a quanto dipende da lei, non al fatto di aver subito violenza, che è qualcosa che non dipende dalla persona stessa. Se una vittima del nazismo esprime posizioni che in ultima analisi fungono da supporto al genocidio perpetrato a Gaza, tale persona, ai miei occhi, non ha nessuna autorità morale, esattamente come chi esprime le stesse posizioni senza aver subito violenza. Ognuno è quello fa, non quello che ha subito.


5. Non siamo migliori dei tedeschi

Esaminiamo adesso, per concludere, un altro dei dogmi della religione dell’Olocausto: quello della colpa inestinguibile dei popoli europei, e in particolare dei tedeschi. L’evento del genocidio ebraico, questa incursione del Male Assoluto entro la storia umana, lascia per sempre infetti i popoli che ne sono stati portatori, condannandoli ad un’eternità di espiazione, che si traduce nell’appoggio acritico a qualsiasi politica dello Stato di Israele. In questo modo la religione dell’Olocausto costruisce una netta separazione fra i popoli europei di allora, affetti dal Male Assoluto (i “volonterosi carnefici di Hitler”) e i devoti popoli europei di oggi, genuflessi di fronte alle Sacre Vittime dell’Olocausto (i “volonterosi carnefici del sionismo”, si potrebbe dire).

Ma la critica alla religione dell’olocausto va portata anche su questo punto. La prima considerazione da fare riprende la tesi esposta all’inizio, che vede il nazismo come estrema manifestazione di imperialismo e colonialismo. Di conseguenza, ammesso che abbia senso parlare di una responsabilità collettiva (e di questo bisognerebbe discutere, ma farlo adesso comporterebbe una diversione), essa non è tanto dei tedeschi, ma dell’intero Occidente, per le sue pratiche imperialiste e colonialiste che attraversano l’intera epoca moderna, accentuandosi nel corso dell’Ottocento. Ma anche restringendo il campo visuale al genocidio ebraico attuato dal nazismo, mi sembra necessario dire qui una sgradevole verità: noi occidentali contemporanei, devoti fedeli di ogni forma di religione delle vittime, non siamo migliori dei tedeschi contemporanei del genocidio ebraico. Abbiamo assistito a un genocidio facendo poco o nulla, cosa che è stata sempre rimproverata al popolo tedesco. Ma loro, i tedeschi degli anni dal ‘42 al ‘45, nel momento di concreta attuazione del genocidio, avevano, rispetto a noi, molti più ostacoli nel “fare qualcosa”. I punti essenziali a questo proposito sono due: in primo luogo, essi sapevano poco o nulla sulla realtà dei lager e del genocidio. Certo, sapevano per il regime era antisemita e chi era a contatto con cittadini ebrei sapeva che gli ebrei tedeschi sparivano (ovviamente il tedesco medio non sapeva nulla di quanto accadeva agli ebrei polacchi o sovietici). Ma rispetto a quello che accadeva agli ebrei deportati, il regime non faceva certo pubblicità. In Germania le notizie erano controllate da un regime dittatoriale che rendeva rischiosa la semplice ricerca dei fatti. Paragoniamo questa situazione con quella di noi occidentali rispetto alla quantità strabordante di informazioni che abbiamo ricevuto sulle stragi e le distruzioni a Gaza. È evidente che non c’è paragone possibile. Noi tutti in Occidente sappiamo, o abbiamo possibilità di sapere con estrema facilità, enormemente di più sul genocidio a Gaza di quanto potesse sapere il tedesco medio sul genocidio ebraico negli anni in cui questo si svolgeva.

Il secondo punto essenziale riguarda il fatto che, oltre a sapere, abbiamo possibilità di intervenire, di manifestare, di protestare, molto maggiori rispetto ai tedeschi sotto il nazismo. E infatti, quando, dopo due anni di genocidio, abbiamo cominciato a farlo, qualche effetto c’è stato. Nessun paese occidentale è una dittatura paragonabile a quella nazista, almeno finora. Certo ci sono da decenni spinte a ridurre gli spazi di libera espressione del pensiero, ed esse si sono fatte più forti proprio in risposta alle proteste per Gaza, come si è visto soprattutto in Germania e nel Regno Unito. Ma rimane comunque uno spazio per protestare, che assolutamente non esisteva nella Germania nazista.

Tutto questo ci dice che gli abitanti dei paesi occidentali, paesi i cui dirigenti politici hanno attivamente sostenuto il genocidio, sono enormemente più responsabili, verso questo genocidio, di quanto fossero i tedeschi all’epoca del genocidio ebraico.

Ma tutto questo è normale: l’essere umano medio non è un eroe, e in condizioni di crisi pensa prima di tutto a mettere al sicuro sé stesso e le persone care. Questo hanno fatto i tedeschi sotto il nazismo. Certo non sono stati eroi: nello loro larga maggioranza, non hanno messo a rischio sé stessi per proteggere gli ebrei. Ma questo è esattamente quanto si può dire dei popoli dei paesi occidentali rispetto al genocidio di Gaza: non siamo stati eroi, non siamo migliori dei tedeschi di quegli anni.

Queste considerazioni hanno una importante conseguenza: i tedeschi devono porre termine alla loro penitenza infinita. In primo luogo, i tedeschi di quegli anni hanno fatto quello che abbiamo fatto tutti, per quasi due anni, rispetto al genocidio di Gaza. In secondo luogo, se c’è una colpa, questa è dei contemporanei alla violenza verso le vittime della violenza. Non dei discendenti dei contemporanei verso i discendenti delle vittime. Nessun essere umano nato dopo il 1945 ha nessun debito nei confronti delle vittime ebraiche del genocidio, tanto meno nei confronti dei loro discendenti. I tedeschi hanno un solo obbligo morale, ed è lo stesso che abbiamo tutti noi esseri umani: essere testimoni di verità e giustizia. E la verità è che oggi c’è un popolo martirizzato, ed è il popolo palestinese, e c’è un carnefice, ed è lo Stato di Israele. E giustizia chiede che la vittima sia protetta e il carnefice contrastato. La vittima di oggi, il carnefice di oggi. Non quelli di ottant’anni fa.


Genova, gennaio-giugno 2026



Avvertenza: questo articolo riporta opinioni personali del suo autore, che non devono essere considerate necessariamente approvate o sostenute dalle istituzioni e dalle associazioni delle quali l’autore è o è stato membro.



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