venerdì 16 giugno 2017

Di Remigio su Wittgenstein, logica, nichilismo

(Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento di Paolo Di Remigio. M.B.)


Wittgenstein, logica, nichilismo 

Paolo Di Remigio

Benché appaia come un discorso sulla logica e sul linguaggio, il pensiero di Wittgenstein è profondamente nichilista. Il suo presupposto culturale è la logica-matematica sviluppatasi nel corso del 1800, che sostituisce il linguaggio naturale con un sistema di segni convenzionali, al fine di rendere inequivoche le dimostrazioni matematiche. La matematica ne ebbe bisogno da quando, con il sorgere delle geometrie non-euclidee, l'esperienza non le offriva più un riscontro percettivo; ma la verità consiste proprio in questo riscontro: la crisi della verità matematica provocò una reazione nel senso del rafforzamento della certezza. Nella scienza, infatti, non conta soltanto la verità; non meno importante è la necessità, la dimostrazione con cui si ottiene la certezza. Insomma l'importanza del rigore nelle dimostrazioni, che nei secoli moderni precedenti l'Ottocento ero stato piuttosto trascurato, fu riscoperta con la crisi della verità e questa riscoperta incoraggiò la costruzione di linguaggi artificiali che evitassero le ambiguità dei linguaggi naturali. Con questi sistemi di simboli artificiali si andò a rigorizzare la matematica, ossia a dedurne tutti i teoremi da pochi assiomi, quello che aveva già fatto Euclide nel III secolo a. C. con la matematica greca - con una differenza peggiorativa, però: gli assiomi da cui dipende la matematica moderna non hanno immediata verità, non hanno un'evidenza percettiva come lo spazio, il punto, la retta, hanno con la verità un rapporto soltanto problematico; di per sé rappresentano soltanto le ipotesi necessarie alla validità dei teoremi accettati.
La logica-matematica esaspera dunque il carattere formale della logica classica. Come la logica classica, assume contenuti non logici (di solito indicati con lettere) e si limita a esaminare i movimenti che essi assumono nelle operazioni loro esterne, che per questa esteriorità sono formali. Nella logica-matematica, cui Wittgenstein fa riferimento, i contenuti sono le proposizioni, per lo più indicate con p e q; i loro movimenti sono le operazioni esterne di negazione, congiunzione, disgiunzione, implicazione. Che le proposizioni siano assunte come contenuti non logici, spinge la logica-matematica a una formalità ancora più profonda di quella aristotelica. Questa infatti partiva non dalla proposizione, ma dal termine, e il termine elementare, cioè l'ousia (sostanza) non era affatto concepito come pura identità insondabile, ma come energheia, come attività, come movimento finalistico. Poggiando il formalismo logico, che consiste nell'esteriorità tra contenuto e operazione, su un contenuto che è anche operazione (appunto il movimento finalistico), Aristotele riesce a connettere la logica formale a principi non formali, ontologici, in cui verità e certezza si congiungono in quello che Wittgenstein chiamerebbe 'valore'. Il formalismo matematico cui Wittgenstein fa riferimento non è funzionale a questa congiunzione, è una tecnica per la dimostrazione matematica e non ha spessore filosofico. L'operazione di Wittgenstein consiste nell'attribuire un paradossale spessore filosofico alla logica-matematica; questo equivale a considerare il senza-valore come dotato di valore, ossia equivale a dire che l'unico valore è la mancanza di valore. Il mondo appare quindi come un insieme di fatti privi di valore che il linguaggio può esprimere in infiniti modi equivalenti; qualora nelle operazioni tautologiche, che permettono il passaggio da un modo proposizionale a un altro per mezzo dell'applicazione degli operatori logici, si generasse un valore (Wittgenstein non determina che cosa esso sia, ma noi possiamo farlo sulla scorta della ousia aristotelica: è un fatto che è operazione), allora si è verificato un errore logico e la proposizione ottenuta è assurda. Dunque sono privi di valore il mondo e il linguaggio (la logica) che lo raffigura. Questo di Wittgenstein è però un nichilismo consapevole - ciò lo rende interessante: che il mondo e il linguaggio siano privi di valore non implica che il valore sia in ogni caso un assurdo. Non lo è quando si rifugia nel silenzio. L'ultima tesi del trattato, la 7., 'Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere', ha il significato positivo che come il mondo ha un limite in cui confina nel non mondo, cioè nel valore, così il linguaggio ha un limiti in cui confina con il non linguaggio, ossia nel silenzio; dunque è il silenzio l'espressione del valore.

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