mercoledì 6 febbraio 2019

Continuando una discussione

(Rispondo all'intervento di Domenico Lombardini, che a sua volta rispondeva a questo. Su temi affini c'è anche un intervento di Paolo Di Remigio. M.B.)



Caro Domenico,
grazie innanzitutto per il tuo intervento. Il fatto che quello che scrivo stimoli qualcuno a esporre riflessioni come le tue mi fa pensare che scrivere possa avere qualche utilità. Provo a rispondere alle tue osservazioni. Come puoi immaginare, non sono d’accordo con le tue conclusioni. Credo però che ci sia una larga base di consenso fra di noi, e voglio iniziare cercando di esplicitarla: mi sembra che siamo d’accordo sul fatto di mettere da parte ogni prospettiva messianica di creazione sulla terra del regno della perfetta giustizia, che si chiami comunismo o altro; siamo inoltre d’accordo sul fatto che occorre concentrarsi sul tentativo di miglioramento concreto della condizione degli esseri umani. Non ha senso proporsi la giustizia compiuta e finale, ma ha senso cercare di rendere il mondo più giusto possibile, compatibilmente con le nostre forze e in generale con le condizioni oggettive. Mi sembra che questa base di accordo, se non ho sbagliato la mia valutazione, sia la cosa più importante. Il dissenso riguarda il fatto che tu ritieni che questa base di accordo possa o debba essere fondata in un senso al di là del mondo. La critica principale che posso fare alla tua posizione è che essa mi sembra intimamente contraddittoria. Tu citi il Wittgenstein del Tractatus, ed è facile gioco ricordarti la sua chiusura: su ciò di cui non si può parlare si deve tacere. È questa l’unica conclusione coerente con le tue (e sue) premesse. Se il senso del mondo è così drasticamente fuori del mondo, non è possibile parlarne, e soprattutto non è possibile fondare su di esso alcunché. Non è possibile affermare che “individuare e collocare il senso fuori dal mondo sia la soluzione ai nostri mali”. Nel momento in cui affermi questo, stai riportando l’oggetto del tuo discorso (il senso, Dio) nel mondo. Ti stai contraddicendo. La contraddizione, mi sembra, nasce dal fatto che non guardi quello che stai facendo: tu stai dicendo che occorre una trascendenza per fondare quel po’ di giustizia e di senso che è possibile nella nostra vita. Ma questo significa che il tuo punto di partenza è la giustizia e il senso che tu vuoi fondare, e la trascendenza è solo uno strumento per questo. Ma allora è la trascendenza che è fondata sulla giustizia che tu trovi dentro di te, non viceversa. Ed essendo fondata su ciò che tu trovi dentro di te, e proiettata come universale senza nessuna opera di mediazione, perde quella universalità che vorresti attribuirle.
In conclusione, la mia proposta è semplicemente di partire da ciò da cui entrambi effettivamente partiamo, cioè dal senso di giustizia che troviamo dentro di noi, e che ci arriva da una storia personale e collettiva. È questo che abbiamo. Proiettare tutto ciò nel cielo di una trascendenza assoluta mi pare non sia di nessun aiuto. Potresti naturalmente obiettare che senza un fondamento trascendente la mia posizione cade nel nichilismo. Io non lo credo, e ritengo che la storia della filosofia occidentale, da Platone a Hegel, sia una risposta a questa obiezione. Ma sviluppare questa idea significa iniziare un’altra discussione, che forse possiamo fare di persona.