giovedì 13 luglio 2017

Sulla decadenza della scuola nel neoliberismo (P.Di Remigio)

(Riceviamo da Paolo Di Remigio e volentieri pubblichiamo. M.B.)



Il Fronte Sovranista Italiano e la scuola pubblica italiana

(Paolo Di Remigio)



1. Ciò che resta della scuola pubblica è uno dei risultati del programma di trasformazione sociale perseguito con lungimirante tenacia e studiata lentezza dalle oligarchie liberali anglosassoni: a partire dagli anni '80, esse hanno riavviato la guerra fredda contro l'URSS e in un decennio l'hanno spinta al tracollo; poi hanno imposto in tutto il mondo le liberalizzazioni, cioè l'abolizione delle leggi (lacci e laccioli) che frenavano l'iniziativa economica, e le privatizzazioni, cioè l'acquisizione dei beni pubblici da parte dei monopolisti privati. L'emarginazione dello Stato dall'economia che ha reso onnipotenti le grandi concentrazioni capitalistiche transnazionali è indicata con il nome asettico di globalizzazione. Soppresse le regole con cui gli Stati regolavano il mercato così da attutirne le asimmetrie e le disfunzioni, i capitali si sono precipitati dove il costo del lavoro era più basso; chiuse le aziende in Occidente e riaperte in Oriente, incoraggiata l'immigrazione dei lavoratori dal Meridione, i lavoratori relativamente garantiti in Occidente sono stati esposti alla concorrenza di quelli non garantiti in Oriente; la disoccupazione montante cancellando la loro forza contrattuale li ha condannati alla precarietà e al pauperismo.
In Europa artefici della globalizzazione sono state le burocrazie della UE. Nel documento del Fronte Sovranista Italiano dedicato alla scuola[1]  è riportata una dichiarazione della Commissione Europea secondo cui «la UE si trova di fronte a una svolta formidabile indotta dalla mondializzazione e dalle sfide relative a un'economia fondata sulla conoscenza». Si noti come la globalizzazione appaia qui non come un programma di un soggetto politico, non come storia, ma come una fase storico-filosofica, a cui non resta che adeguarsi. Si noti ancora l'oscurità del carattere della nuova fase: ‘economia fondata sulla conoscenza’. In realtà l'economia è sempre fondata sulla conoscenza: in ogni caso raccogliere, cacciare, produrre consistono nell'applicare tecniche e le tecniche implicano la disponibilità di conoscenze. Il contesto della delocalizzazione produttiva suggerisce il significato nascosto di questa espressione impropria: poiché la tecnica si divide in una fase ideativa e in una applicativa, in un sapere e in un fare, l'espressione rivela l'intenzione di mantenere in Occidente il sapere e di dislocare in Oriente il fare.
La frase successiva, per cui l'Europa deve diventare «l’economia della conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, capace di una crescita economica duratura», intesa in riferimento esterno al mondo, oltre a denunciare la velleità imperialistica della UE, le attribuisce la volontà di un'asimmetria anziché l'obiettivo dell'equilibrio generale; ma l'asimmetria economica, lungi dal poter consentire la desiderata crescita duratura, induce le amarissime crisi. Intesa in riferimento interno, la frase annuncia la volontà di scatenare una concorrenza tra i lavoratori che producono conoscenza, per abbassare i costi delle loro retribuzioni, così da aumentare i profitti. La scuola deve provvedere al capillare assoggettamento al capitale dei lavoratori della conoscenza, così da perfezionare la proletarizzazione del ceto medio di cui sono parte.
Applicata alla scuola, la retorica dell’economia della conoscenza provoca però una contraddizione non meno grave dell'attendersi la crescita duratura dall'intensificazione della competitività. La scuola funzionale all'economia della conoscenza dovrebbe essere più licealizzata e meno professionalizzante, orientarsi, anziché all'applicazione particolare, alla teoria generale; è il generale infatti, in virtù della sua astrazione dal particolare, ad essere flessibile e applicabile ai più differenti ambiti empirici; dunque più grammatica per facilitare l'apprendimento delle lingue e procurare agilità logica, più matematica per sviluppare le capacità di astrazione e di rigore dimostrativo, più storia per sviluppare il senso della complessità, più filosofia per sviluppare il senso critico.
Nulla di tutto ciò. Ignorando il significato di ciò che dichiara, la Commissione europea pretende che il ruolo della scuola sia quello di «dare la priorità allo sviluppo delle competenze professionali e sociali, per un migliore adattamento dei lavoratori alle evoluzioni del mercato del lavoro (CEE 1997)». Una pretesa contraddittoria: se il mercato del lavoro si evolve, se ogni tecnica particolare diventa subito obsoleta ed è sostituita da un'altra tecnica particolare, è necessario insegnare meno tecniche particolari professionalizzanti condannate all'effimero, e più principi generali che restano stabili nell'evolversi della tecnologia: meno tornio, meno fresa, più matematica, più fisica, meno competenze concrete (professionali e sociali), più competenze universali, valide cioè in ogni situazione.

lunedì 10 luglio 2017

Come si cambia....

Dalla pagina facebook di Paolo Di Remigio riprendo la segnalazione di questi due interventi di Laura Boldrini.





"Come si cambia" è ovviamente il titolo di una bella canzone di Fiorella Mannoia. Ve la riproponiamo, giusto per ricordare come in Italia la musica leggera sia di livello infinitamente più alto della politica.



venerdì 7 luglio 2017

Una prospettiva keynesiana

Un articolo dell'economista tedesco J.Starbatty, tradotto dal sempre benemerito sito "Voci dall'estero". Credo che ai 29 lettori di questo blog non dica nulla di nuovo, ma è una ulteriore interessante testimonianza di come queste analisi siano diffuse. Temo che il vero problema ormai non sia capire la crisi dell'eurozona, ma trovare una risposta alla vecchia domanda di Cernysevskij e Lenin.

http://vocidallestero.it/2017/07/06/ehoc-una-prospettiva-veramente-keynesiana-sulla-crisi-delleurozona/

mercoledì 5 luglio 2017

Un genio del cinema

Una interessante riflessione del collettivo Wu Ming

http://www.wumingfoundation.com/giap/2017/07/potemkin/

La cosa che più mi stupisce è scoprire che, a quanto sembra, nel nostro paese un film come "La corazzata Potemkim" è vittima di un pregiudizio negativo per via della famosa battuta di un film di Fantozzi. La cosa fa riflettere. Un tempo i nomi di riferimento nel dibattito intellettuale erano, che so, Gramsci, Adorno, Althusser. Oggi sono Villaggio, Gaber o Fazio. Mi sembra un'ottima illustrazione di quello che intendo parlando di "declino della civiltà". Per chiudere scherzosamente, mi vien da pensare che, proseguendo di questo passo, fra non molto sarà necessario essere fra amici fidati, e guardarsi attorno con circospezione, prima di poter dire sottovoce che "La corazzata Potemkim" è un capolavoro, Eisenstein è un genio, e i film di Fantozzi sono delle cagate pazzesche.

martedì 4 luglio 2017

Sulla politica sovranista

Nel mondo (piccolo ma vivace) del sovranismo si discute di strategie politiche (alleanze, coordinamenti, partiti et similia). Su questi temi mi pare che Stefano D'Andrea, Presidente del FSI,  dica cose molto sensate, nel seguente intervento

http://appelloalpopolo.it/?p=32477