giovedì 26 marzo 2020

The times they are a-changin' (sembrerebbe)

L'articolo di Mario Draghi sul Financial Times, tradotto da "Voci dall'estero", è abbastanza impressionante. Sembra davvero che l'attuale pandemia stia cambiando molte idee, ai piani alti dei ceti dominanti. Oltre all'appello al debito pubblico, che è senz'altro l'aspetto più evidente, si può osservare che Draghi non menziona nessuna istituzione europea come forza in grado di agire nell'attuale emergenza: l'articolo fa riferimento agli Stati, e l'Europa è citata in modo del tutto generico (devo quest'ultima osservazione a un post su Facebook di Andrea Zhok).


http://vocidallestero.it/2020/03/26/il-coronavirus-ci-pone-di-fronte-a-una-guerra-e-dobbiamo-mobilitarci-di-conseguenza-mario-draghi-sul-financial-times/

martedì 24 marzo 2020

Una nota ministeriale (P. Di Remigio, F. Di Biase)


Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento degli amici Paolo Di Remigio e Fausto Di Biase (M.B.)


In Italia, negli ultimi vent’anni, mentre la sanità pubblica subiva gli artigli del liberalismo, l’istruzione pubblica è stata sommersa da una marea di provvedimenti della medesima origine, dalle conseguenze non letali certo, ma tali da depauperare in profondità la vita spirituale. E come è ancora vivo il ricordo degli ossessivi articoli sulla malasanità che con la loro risonanza coprivano i tagli spietati al numero dei posti-letto e del personale, così sembra ancora di udire l’accusa che giornalisti ed esperti lanciavano dal pulpito di una pedagogia fantasticante contro l’intera categoria degli insegnanti: di essere colpevole di inettitudine didattica, di limitarsi a verbose lezioni frontali senza preoccuparsi delle competenze. L’accusa, pur infondata, ha travolto gli accusati, perché si nutriva del desiderio profondo di sognare anziché pensare, assistere a spettacoli anziché studiare libri, giocare anziché imparare – e da cui trae alimento l’illusione comune che ci si possa istruire sognando, assistendo a spettacoli e giocando. Così da un ventennio, mentre l’apparato industriale veniva smantellato, le infrastrutture si sbriciolavano, gli ospedali chiudevano, la scuola, quasi tutta all’inseguimento del miraggio della didattica fantasticante, divertiva e dispensava da ogni impegno personale. Costringendo la didattica vera a contentarsi delle briciole di tempo e di energia, la scuola matura ormai solo i frutti disgustosi dell’ignoranza; ma l’accusa non si placa, finché pezzo dopo pezzo l’istituzione non sia smantellata; per questo giornalisti disinformati e pedagogisti prezzolati continuano a spacciare il disastro del nuovo per ostinazione del vecchio, il risultato delle riforme per l’effetto dell’insufficienza della loro applicazione.

domenica 22 marzo 2020

La Commissione dell'Amore e la fine del capitalismo







La Commissione dell’Amore e la fine del capitalismo

Marino Badiale



I. Premessa
Lo stimolo diretto alla stesura di questo scritto viene dall’istituzione, da parte del Senato della Repubblica Italiana, della “Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all'odio e alla violenza” [1], ma le riflessioni che lo compongono hanno radici più lontane. Da molto tempo, infatti, mi sembra di notare nelle nostre società una tendenza alla restrizione della libertà di pensiero e di espressione, e ritengo che questo tema meriti una riflessione specifica. Si tratta di tendenze notate da vari osservatori, per esempio Massimo Fini che, intervenendo a proposito dell’istituzione della Commissione, scrive che non si possono proibire i sentimenti [2]. La mia prima reazione, quando si è cominciato a parlarne, è stata quella di trasformare la dicitura “Commissione contro l’odio” in “Commissione dell’Amore”, e associare una tale Commissione al “Ministero dell’Amore” di orwelliana memoria. Queste sono battute scherzose, naturalmente, ma accennano a un problema serio, ovvero al problema se si stiano lentamente erodendo, nei paesi avanzati, alcuni dei fondamentali principi della civiltà occidentale, e, se questo è vero, quali ne siano le cause. A questi problemi sono dedicate le riflessioni che seguono.


II. Introduzione
Il punto di partenza delle mie considerazioni, lo sfondo generale nel quale devono essere inquadrate, è la convinzione che la civiltà occidentale stia vivendo gli ultimi anni della sua storia. La sua organizzazione economica e sociale, che brevemente indichiamo col termine “capitalismo”, sta ormai distruggendo le basi naturali e sociali della sua stessa riproduzione. Si tratta di una società entrata in una fase “autofagica”[3], che porterà alla sua fine traumatica, probabilmente entro la fine di questo secolo. Ho delineato uno schizzo di queste dinamiche in alcuni interventi pubblicati in questo blog [4], interventi che riprenderò brevemente più avanti. In questo scritto intendo evidenziare un aspetto particolare ma significativo della crisi generale della civiltà occidentale, ormai incipiente. È facile infatti prevedere che la fine della civiltà occidentale coinvolgerà alcuni dei suoi valori fondamentali, se non tutti. In particolare, la crisi ambientale, che al momento si manifesta come mutamento climatico ma assumerà probabilmente forme molteplici, imporrà severe restrizioni sulla libertà delle scelte di vita individuali alle quali la società contemporanea ci ha abituati. La lotta politica del futuro sarà anche una lotta su quali restrizioni accettare e quali rifiutare. Anche in vista di tali lotte politiche future, in questo scritto intendo in primo luogo mostrare come alcuni dei valori fondamentali della civiltà occidentale siano messi in discussione già oggi, anche se in modi non del tutto espliciti. Intendo poi provare ad elaborare una spiegazione di tale fenomeno. Alla fine cercherò di trarre delle conclusioni “politiche” (in senso molto lato) dall’analisi precedente.