martedì 19 luglio 2016

domenica 17 luglio 2016

martedì 12 luglio 2016

Un'analisi di Mimmo Porcaro

Convincente come sempre:


http://www.socialismo2017.it/2016/07/12/che-roba-contessa-brexit-e-dintorni/#more-281


Trovo geniale la citazione da "Contessa" di Pietrangeli: fa capire con palmare evidenza il percorso della sinistra, che prima derideva "contesse" e affini e ora si è ad esse tranquillamente sostituita nell'odio contro "quei quattro ignoranti", colpevoli di scioperare (all'epoca) o di votare "Leave".

lunedì 4 luglio 2016

Considerazioni a partire da Brexit

1.Breve riassunto
Il referendum inglese sull'UE rappresenta un punto di svolta, che non poteva non generare un dibattito sostenuto. Abbiamo cercato di documentarlo in questi giorni sul blog. È probabile che il prossimo futuro ci riservi altri mutamenti politici significativi (la decisione di ripetere il ballottaggio per le elezioni presidenziali austriache va in questa direzione). In un momento simile si può forse provare a fare il punto di quanto fin qui elaborato, per capire se le ipotesi che ci hanno mosso finora hanno retto al confronto con la realtà.
Da quando Fabrizio ed io abbiamo cominciato ad occuparci di questi temi, cinque anni fa (“Liberiamoci dall'euro” uscì appunto nel luglio 2011) abbiamo elaborato alcune convinzioni, disseminate in vari scritti, che si possono sintetizzare come segue:

1) Euro e UE sono la forma particolare assunta sul nostro continente dalle politiche neoliberiste. Sono il modo in cui i ceti dirigenti europei hanno cercato, finora riuscendoci, di realizzare le politiche neoliberiste di attacco ai ceti subalterni. Tali politiche sono connaturate al modo come euro e UE sono state costruite, e non possono essere contrastate se non con lo smantellamento di euro e UE. L'Unione Europea si abbatte e non si cambia.
2) Le politiche neoliberiste targate UE portano alla distruzione di tutte le conquiste ottenute dai ceti subalterni europei nel trentennio seguito alla fine della seconda guerra mondiale.
3) Questa distruzione, questo feroce attacco ai redditi, ai diritti, alla vita dei ceti subalterni non può che suscitare reazioni di contrasto e di rifiuto.
4) Per contenere queste reazioni i ceti dirigenti devono ridurre gli spazi della democrazia.
5) Queste dinamiche aprono un grande spazio di azione politica ad una forza anticapitalistica che cerchi di difendere diritti e redditi dei ceti subalterni, e assieme ad essi la democrazia, introducendo elementi di rottura con l'attuale organizzazione sociale. Una tale forza politica dovrà avere il rifiuto di euro e UE come elemento caratterizzante.
6) In mancanza di forze politiche antisistemiche che si pongano su questo piano, la reazione anti-euro e anti-UE verrà egemonizzata da forze reazionarie che non si pongono realmente su un piano antisistemico.

Questi punti fondamentali ci sembrano confermati da tutte le vicende recenti, dalla Grecia all'Austria all'Inghilterra. Purtroppo, la possibilità che abbiamo indicato al punto 5) è rimasta tale: non è sorta una autentica forza politica antisistemica. In questo modo si è realizzata la previsione di cui al punto 6): ormai lo spazio politico della lotta contro euro/UE è stato occupato da forze politiche di destra che non esprimono convincenti posizioni antisistemiche, e anzi spesso esprimono posizioni liberiste (e magari razziste). Le forze anticapitalistiche hanno perso un'occasione storica, dimostrando la propria essenziale inutilità. Naturalmente, sappiamo bene che non tutti sono uguali, e che nell'ambito dell'estrema sinistra alcuni hanno espresso posizioni molto sensate, come abbiamo documentato nel nostro blog: ci basti qui citare il gruppo di “Sollevazione”; quello di “Contropiano”, singole personalità come Giorgio Cremaschi, Ugo Boghetta, Mimmo Porcaro.
Il fatto che, nonostante tutti gli sforzi e tutta l'intelligenza profusa dalle persone e organizzazioni appena nominate, i risultati pratici siano pressoché nulli, è indice di come simili posizioni siano in sostanza irricevibili, nell'ambiente della sinistra più o meno radicale. Non si tratta a mio avviso di semplici errori di analisi, ma della natura più profonda di un intero ambiente politico e culturale, che si ammanta di radicalità ma in sostanza trae la propria ragion d'essere non da una autentica spinta al mutamento sociale ma da meccanismi di riconoscimento identitario e tribale.

Comunque sia, ormai il danno è fatto ed è sostanzialmente irrimediabile. La battaglia politica più importante dell'immediato futuro, in relazione a euro/UE, è rappresentata dalle elezioni presidenziali francesi, e la sfida, con ogni probabilità, sarà fra un esponente dell'establishment e Marine Le Pen. La sinistra antisistemica, come sempre, potrà solo scegliere fra andare in aiuto all'establishment (in nome di antifascismo antirazzismo ecc.ecc.), oppure stare alla finestra a guardare Marine Le Pen combattere la battaglia che avrebbe dovuto essere la sua.


2.Rabbiosi difensori del nulla
Aggiungo due parole a proposito dello spettacolo dell'intellighentzia di sinistra che sputa rabbia sul popolo inglese che osa votare “Leave”. Non voglio insistere sul senso di disgusto generato dai tanti articoli razzisti e offensivi che mi è capitato di leggere. Su questo hanno detto le cose essenziali Giannuli e Erspamer.
Vorrei fare un'altra considerazione. Non sono per principio contrario alle élite, quindi non ho problemi a pensare che un intellettuale, ancorché di sinistra, si senta parte di una élite distaccata dal popolo. Il vero problema è quale idea di futuro hanno in mente le élite, e come pensano ragionevolmente di arrivarci. Detto altrimenti, il punto è se le élite hanno un progetto di società che consenta a tutti di vivere una vita decente, di realizzarsi come esseri umani, o quantomeno un progetto di società che preveda un movimento di allargamento delle possibilità di una vita decente. Qual è allora l'idea di società futura che hanno in mente gli intellettuali che hanno criticato il popolo inglese per aver osato votare “Leave”? In nome di cosa il popolo inglese avrebbe dovuto invece fare quello che intimavano le oligarchie europee? Hanno, queste oligarchie e gli intellettuali mainstream, un'idea di come uscire dalla crisi economica? Visti i risultati, sembra di no. Hanno un'idea di come provvedere all'incombente crisi ecologica, della quale il cambiamento climatico è probabilmente solo il primo passo? Anche qui, visti i risultati, si direbbe di no. Hanno mai fatto qualcosa per combattere la crescita delle ineguaglianze, denunciata come un pericolo per la tenuta delle nostre società da intellettuali non certo bolscevichi come il premio Nobel per l'economia J.Stiglitz? Anche qui, la risposta è facile. Queste oligarchie, assieme alla loro corte di intellettuali di destra e di sinistra, non hanno in realtà nessun progetto, nessuna idea di futuro. Non si rendono nemmeno conto della crisi incipiente della nostra civiltà, perché essi (oligarchi e intellettuali da salotto) sono al momento ben protetti, grazie al loro potere e al loro denaro. La reazione degli intellettuali di regime (di destra e di sinistra, ma in questo caso soprattutto di sinistra) contro il popolo inglese è in definitiva tanto più disgustosa quanto più evidente appare come essa si basi sulla sostanziale accettazione di una organizzazione sociale che non ha un futuro e che ci può portare solo ad una crisi di civiltà, le cui avvisaglie sono già piuttosto evidenti. Rabbiosi difensori del nulla, verranno ricordati solo come esempi di servilismo, superficialità, corruzione intellettuale.
(Marino Badiale)


Questo articolo è pubblicato anche sul "Appello al popolo": http://www.appelloalpopolo.it/?p=16119


domenica 3 luglio 2016

Miseria dell'europeismo (P.Di Remigio)

(Riceviamo da Paolo Di Remigio e volentieri pubblichiamo questo testo, già apparso su "Appello al popolo" M.B.)




MISERIA DELL'EUROPEISMO


Mentre l'estremismo islamico dispone i suoi adepti a sfidare la morte, gli eroi del sogno europeo sfidano in questi giorni non solo la realtà, ma perfino il ridicolo. L'europeismo è la più giovane delle ideologie. Come tutte le ideologie, esso è un modo per santificare con l'aureola dell'universalità interessi particolari. Ideologia è infatti una visione che non sa staccarsi dallo spirito fazioso, che afferma come bene un'esigenza opposta a un'altra esigenza da annullare come male. Questo bene affermato dall'ideologia è così la contraddizione di essere tutta la vera realtà e di non esserlo, ma di avere il residuo del male al di là di sé, di essere assoluto e di essere relativo. L'ideologia risolve questa contraddizione evitando di conoscere l'esigenza che smentisce la sua universalità e attribuendole a priori le idee contrarie alle proprie. Le sfugge così la risposta razionale alla contraddizione, che il bene va concepito non come innocenza prima della caduta, ma come virtù che conosce il male e la nullità del male; e le resta preclusa la filosofia, il pensiero fedele al logos eracliteo, che organizza il quadro in cui gli opposti armonizzano in una compatibilità sensata, la cui universalità non è omogeneità, ma sistema.


L'ideologia si presta a diventare un'arma nel contrasto sociale perché nega il diritto del differente. Il socialismo nega il diritto del talento particolare, il liberalismo nega il diritto dell'uguaglianza; entrambi sfuggono al compito di organizzare la compatibilità dell'uguaglianza con il talento, di far confluire l'égalité e la liberté nella fraternité. Rispetto al socialismo e al liberalismo, che hanno qualcosa di sublime in quanto l'esigenza che fanno valere con troppa esclusività è comunque elemento necessario di ogni società, l'europeismo si presenta subito come un misero aborto; gli manca infatti quella minima coerenza, vanto di ogni ideologia, con cui può acquisire la maschera della razionalità: esso si presenta da subito come la contraddizione di negare le frontiere spacciandole per un rudimento arcaico e di affermarle contro Stati sentiti come pericolosi rivali (la Cina, l'India ecc.), di essere cioè cosmopolita quando ha in mente le nazioni europee, di dimenticare il cosmopolitismo e abbracciare il nazionalismo quando ha in mente Stati extra-europei. Prima ancora che un'ideologia l'europeismo è uno stato di ebbrezza.


Essendo però ideologia, il sogno europeo deve opporsi a un male, deve negare il diritto di una realtà all'esistenza: l'europeismo nega il diritto dello Stato sovrano. In questo negare conserva il sentimento di essere nel bene e di rimanere nell'universalità, perché crede di negare non una realtà prima, un bene, ma soltanto un male, una negazione. Gli Stati sono infatti totalità esclusive; come totalità essi sono negativi in quanto restringono l'arbitrio degli individui – in questa critica l'europeismo è identico al liberalismo –, come esclusivi gli Stati sono negativi in quanto sono conflittuali – qui inclina al pacifismo. Così però l'europeismo fa propri gli errori del liberalismo e del pacifismo. Come il liberalismo, trascura che l'individuo presuppone la protezione della personalità e della proprietà, che la protezione implica obbedienza nei confronti di chi protegge, che dunque la libertà in senso pregnante, anziché arbitrio nell'ambito privato, è propriamente una forma di obbedienza, l'obbedienza dell'individuo alle leggi dello Stato in quanto le riconosce giuste. Quando poi gli imputa la guerra, l'europeismo commette lo stesso errore del pacifismo: non solo dimentica che la guerra è una delle forme della violenza, soppressa la quale resta la violenza in generale che può contenere forme ancora più orribili, ma soprattutto nega alla guerra ogni valore morale uguagliando scioccamente il soldato all'assassino, cioè presuppone la guerra come il male assoluto, dimenticando che ogni collettività può garantirsi la libertà e garantirla agli individui, solo se è capace di difenderli, e che più orribile della guerra è l'asservimento; il rifiuto della guerra spinto fino al pacifismo fanatico che nega allo schiavo il diritto alla ribellione è disprezzo della dignità dell'uomo non meno del culto della violenza: se questo riduce l'uomo alla sua pura biologia, il pacifista, con una riduzione simile, subordina la libertà alla nuda vita.


Lo Stato afferma la sua sovranità, cioè la sua libertà e quella dei cittadini che ne deriva, elevando muri e difendendoli; dunque limita il diritto di entrare nel suo territorio e di uscirne. L'universalismo europeista desidera il bene e lo concepisce come estensione dei diritti; dunque esige l'abbattimento dei muri. Poiché desidera il bene, ma non lo pensa, all'europeismo sfugge che ogni diritto è un effetto dello Stato sovrano e svanisce con l'indebolirsi del potere statale, che, in altri termini, la libertà dell'individuo è annullata non soltanto dallo Stato tirannico, ma in modo ancora più profondo dal venir meno dello Stato; infatti un diritto non è una beneficenza privata, ma è reale solo se può essere posto il corrispondente dovere, se dunque è effettiva la legalità. Così, estendere diritti è sempre anche estensione dei doveri: l'attuazione del diritto all'immigrazione, l'attuazione del diritto del capitale a spostarsi ovunque implicano per i lavoratori il dovere di accettare nuovi concorrenti, quindi di rassegnarsi a redditi più esigui, a tempi di disoccupazione più lunghi, ad aumenti dell'imposizione fiscale per allargare l'assistenza pubblica o, peggio, al degrado delle sue prestazioni, in definitiva possono comportare la disgregazione della vita sociale. È impensabile dunque che un'estensione dei diritti possa verificarsi tramite l'indebolimento della sovranità senza provocare effetti dirompenti.


Una vecchia abitudine contratta nel loro lungo passato cattolico e ormai inconsapevole spinge i popoli dell'Europa meridionale a disprezzare la realtà etica e ad anelare al suo altro, a lasciarsi privare del bene ingannati dalla prospettiva del meglio. L'europeismo ha saputo sfruttare questa antica debolezza, così da suscitare sogni e illusione nei progressisti e nei rivoluzionari, ancor più che nei conservatori di cui serve gli interessi immediati: gli è bastato sguazzare in un vuoto sentimentalismo parolaio che ha l'impudenza di fare appello alla gioventù proprio mentre ne tradisce le prospettive e la rimanda all'elemosina dei vecchi. Ne segue il paradosso che l'europeismo è più forte proprio dove provoca più danni. Se però la sua forza poggia ormai soprattutto sull'ingenuità, allora si può sperare che si avvicini il momento del disinganno.