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venerdì 1 dicembre 2017

La Banca centrale negli USA, parte seconda (P.Di Remigio)

(Riceviamo e volentieri pubblichiamo la seconda parte dello scritto di Paolo Di Remigio sulla storia della Banca centrale negli Usa. La prima parte si trova qui. M.B.)




La nascita della Federal Reserve

Paolo Di Remigio

I primi elementi[1] del Sistema della riserva federale, la banca centrale degli Stati Uniti, furono posti nel 1863, quando il Congresso statunitense con il ‘National Banking Act’ e il ‘National Currency Act’ determinò la centralità finanziaria di New York. Alcuni centri bancari, come Chicago, St. Louis o Boston, furono designati come città della riserva nelle cui banche nazionali le banche regionali potevano tenere il 25% delle loro riserve minime obbligatorie in forma di depositi e banconote. Le banche nazionali di New York ebbero però uno status speciale e fu loro richiesto di tenere il 25% delle loro riserve di valuta legale in forma di monete o lingotti d’oro o d’argento. La legge designava la sola New York come ‘città della riserva centrale’, cioè la riconosceva come centro monetario nazionale. Poiché le banche locali e regionali potevano guadagnare interessi collocando i loro fondi nelle banche di New York, il capitale fluiva dalle banche regionali alle banche di New York provocandone la crescita abnorme.
A New York, oltre alle grandi banche nazionali, c’era anche un gruppo, piccolo ma molto influente, di banche private internazionali che non vendevano le loro azioni al pubblico e non erano dunque limitate agli affari locali. A differenza di quelle nazionali, queste banche non potevano emettere banconote; proprio perciò erano poco regolamentate, libere di fare affari ovunque trovassero opportunità. Negli ultimi decenni del XIX secolo queste banche d’investimento divennero enormi società bancarie internazionali come J. P. Morgan, Kuhn Loeb, Lazard Frères, Drexel e poche altre, organizzando da Londra e Parigi le più ampie operazioni finanziarie per la costruzione delle ferrovie americane e per l’espansione della grande industria attraverso i confini statali.
Nel primo decennio del XX secolo da questa élite della finanza internazionale emersero due giganti, il britannico Nathaniel Lord Rothschild della N. M. Rothschild & Co. e J. Pierpont Morgan della J. P. Morgan & Co., che dapprima lavorarono in stretta collaborazione - tanto che Morgan si limitava a rappresentare in modo discreto gli interessi dei Rothschild negli Stati Uniti -, poi divennero rivali alla fine del primo decennio del XX secolo, quando diventò chiaro che l’impero britannico era in declino irreversibile e Morgan cercò di costituire il proprio impero finanziario.
Alla fine degli anni ‘90 dell’Ottocento Morgan diventò il più potente banchiere del mondo, organizzando insieme a August Belmont, il rappresentante dei Rothschild negli Stati Uniti, il panico finanziario del 1893 per annichilire il ruolo monetario dell’argento, così abbondante negli Stati Uniti da non poter essere controllato dai banchieri, e per imporre il Gold Standard agli Stati Uniti. Approfittando inoltre dei fallimenti provocati dalla crisi di cui erano stati promotori, Morgan e Rothschild acquistarono a prezzi stracciati le più importanti società ferroviarie, così da poter controllare l’intera economia americana; nel frattempo, per coprire le loro manipolazioni, creavano e diffondevano con i loro giornali i miti della democrazia, dell’individualismo e del libero mercato.
Sconfitta la fazione dell’argento, a Morgan e al ristretto circolo di banche di New York e Londra sue alleate era aperta la strada per impossessarsi delle stesse finanze degli Stati Uniti: nel 1907 Morgan e Rockefeller organizzarono una nuova ondata di panico che avrebbe portato al ‘Federal Reserve Act’.