Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento degli amici Paolo Di Remigio e Fausto Di Biase (M.B.)
In Italia, negli ultimi vent’anni, mentre la sanità pubblica
subiva gli artigli del liberalismo, l’istruzione pubblica è stata sommersa da
una marea di provvedimenti della medesima origine, dalle conseguenze non letali
certo, ma tali da depauperare in profondità la vita spirituale. E come è ancora
vivo il ricordo degli ossessivi articoli sulla malasanità che con la loro
risonanza coprivano i tagli spietati al numero dei posti-letto e del personale,
così sembra ancora di udire l’accusa che giornalisti ed esperti lanciavano dal
pulpito di una pedagogia fantasticante contro l’intera categoria degli
insegnanti: di essere colpevole di inettitudine didattica, di limitarsi a
verbose lezioni frontali senza preoccuparsi delle competenze. L’accusa, pur infondata,
ha travolto gli accusati, perché si nutriva del desiderio profondo di sognare
anziché pensare, assistere a spettacoli anziché studiare libri, giocare anziché
imparare – e da cui trae alimento l’illusione comune che ci si possa istruire sognando,
assistendo a spettacoli e giocando. Così da un ventennio, mentre l’apparato
industriale veniva smantellato, le infrastrutture si sbriciolavano, gli
ospedali chiudevano, la scuola, quasi tutta all’inseguimento del miraggio della
didattica fantasticante, divertiva e dispensava da ogni impegno personale. Costringendo
la didattica vera a contentarsi delle briciole di tempo e di energia, la scuola
matura ormai solo i frutti disgustosi dell’ignoranza; ma l’accusa non si placa,
finché pezzo dopo pezzo l’istituzione non sia smantellata; per questo
giornalisti disinformati e pedagogisti prezzolati continuano a spacciare il
disastro del nuovo per ostinazione del vecchio, il risultato delle riforme per l’effetto
dell’insufficienza della loro applicazione.