(Riceviamo e volentieri pubblichiamo, M.B.)
Il
disastro della nuova scuola e il compito di restaurare l’istruzione
pubblica
Paolo Di Remigio, Fausto Di Biase
Le
riforme attuate nella scuola italiana ed europea negli ultimi
trent’anni contrastano in modo così risoluto con la natura della
didattica da poter essere comprese soltanto come effetti del
contemporaneo rivolgimento politico. Sconfitto l’«impero del
male», l’oligarchia economica occidentale, quella che ispira i
documenti degli organismi internazionali e parla attraverso i
giornali, ha potuto finalmente rompere l’alleanza più onerosa,
quella con le masse; ha dunque indebolito gli Stati e sottratto loro
il controllo delle banche centrali per indebitarli e abbattere la
spesa sociale, e ha introdotto la mobilità dei capitali, delle merci
e delle persone per colpire il lavoro. Il diffondersi della
disoccupazione ha falcidiato i salari, precarizzato i contratti dei
lavoratori e annientato le loro organizzazioni. Sindacalisti e
politici di sinistra hanno però conservato la loro professione –
cambiando schieramento: li ha captati l’oligarchia perché la loro
influenza sui lavoratori li rendeva utili a sopire le resistenze. Da
allora progressisti e rivoluzionari dissimulano con la lotta contro
l’eterno fascismo e per i diritti umani la loro complicità in un
attacco al lavoro pari soltanto a quello avvenuto durante il vero
fascismo[1].