(Riceviamo da Paolo Di Remigio e volentieri pubblichiamo questa traduzione del primo capitolo di un libro sulla storia delle ONG. Il testo è apparso anche su "Appello al popolo. M.B.)
L’origine delle ONG
Il libro di Engdahl,
di cui traduciamo di seguito il primo capitolo, (Geheimakte NGOs, Kopp Verlag, Rottenburg giugno 2017) documenta come le principali ONG siano strumenti
forgiati dalle oligarchie politiche ed economiche statunitensi, uno dei mezzi a
cui esse, sulla base di un esasperato nazionalismo, ricorrono per condizionare
e rovesciare i governi che ritengono non abbastanza allineati ai loro piani.
Dopo che la sequenza
di destabilizzazioni, di colpi di Stato, di assassinii politici, di abusi nei
confronti di cittadini stranieri e americani sollevò nell’America degli anni
’70 aspre polemiche che minacciavano di impacciare i liberi movimenti dei
servizi segreti, nel 1983, durante la presidenza Reagan, il direttore della CIA,
Casey, uscì dall’angolo con un colpo di genio: affidare le destabilizzazioni e
i cambiamenti di regime non più a manovre coperte dietro le quinte,
indifferenti se non ostili alla volontà dei popoli, dunque in contrasto con
l’ideologia democratica professata dagli Stati Uniti, ma ad organizzazioni ufficialmente
indipendenti dal governo che pure le aveva create e le finanziava in segreto, le
quali in nome dei diritti umani, della democrazia e della lotta alla
corruzione, creassero nei paesi da colpire avanguardie in grado di mobilitare la
piazza contro i governi. La destabilizzazione e il cambiamento dei regimi
assunsero così l’aspetto di un generoso movimento dal basso. Combatterlo avrebbe
significato porsi nel campo opposto a quello della generosità, rinnegare cioè i
diritti umani, la democrazia, la lotta alla corruzione, essere demonizzati come
un regime paria, uno Stato canaglia, autorizzare così la ‘comunità
internazionale’ al giusto intervento in difesa della popolazione angariata.
In questo modo le operazioni
imperialistiche hanno assunto un aspetto tanto convincente di rivoluzione
interna che molti sessantottini invecchiati non riescono ancora a capacitarsi
come l’esito normale delle rivoluzioni sia la formazione di protettorati atlantici
gestiti da regimi fascisti – da quello dei ‘Fratelli musulmani’ in Medio
Oriente a quello dei neonazisti in Ucraina. Con un felice richiamo letterario,
Engdahl suggerisce che Casey ha agito sul modello dell’abile diplomatico del
racconto di Edgar Allan Poe, che sfugge alle perquisizioni ponendo la lettera
rubata in un posto bene in vista anziché in un nascondiglio recondito.
Se vale l’osservazione
di Hegel secondo cui il segnale della vittoria definitiva di un partito su un
altro è lo scindersi del primo in una nuova opposizione, allora, dopo la
vittoria sul blocco orientale, il blocco occidentale si è scisso e gli USA
hanno iniziato a considerare l’Europa non più un alleato, ma un nemico virtuale
da ridurre all’impotenza prima che possa formulare pensieri di
autodeterminazione. Così la stessa Europa è finita nella morsa americana,
stretta dalle regole della UE che ne devastano l’economia, dalla NATO che ne
dirige la politica estera, dalle riforme sociali e culturali, dal terrorismo e dall’immigrazione
incontrollata che ne disgregano la società.
Le esitazioni di una
classe dirigente europea esecutrice dei diktat atlantici, intensificatesi con
il drammatico declino della sua popolarità, sono superate dallo slancio delle
organizzazioni non governative silenziosamente proliferate. Esse sembrano
obbedire soltanto a un generoso idealismo impresso nella loro essenza:
all’imperativo categorico di salvare vite umane, di aprire gli europei all’accoglienza,
di organizzare l’integrazione, di intensificare il pluralismo, di lottare
contro la corruzione e da ultimo contro i discorsi di odio. Il libro di Engdahl
mostra che tutto questo è subdola ideologia, che la sensibilità delle ONG, selettiva
e indifferente al valore della legalità, è la copertura del piano atlantico di
destabilizzazione mondiale.