Seconda parte del mio saggio del 2007 sul linguaggio della sinistra radicale. La prima parte è qui.
(M.B.)
6.
Continuando ad esaminare le discussioni relative alla “piccola crisi” del governo Prodi, leggiamo un articolo di Gennaro Migliore, capogruppo di Rifondazione alla Camera, pubblicato sul Manifesto.
Gennaro Migliore “Noi non vogliamo mollare. E voi?” (Il Manifesto 01-03-07).
“Quanto siete disposti a cedere in nome del governo? Quanto siete disposti a cambiare? Quanto siete già cambiati?”.
Sono queste, grossomodo, le domande che hanno circondato l’azione politica del mio partito nel corso degli ultimi eventi. Domande che ci hanno interrogato da più parti: dalle pagine dei giornali, borghesi o radicali, come dalle singole voci dei militanti o dei tanti uomini e donne che abbiamo incontrato all’indomani del trauma simbolico e concreto dell’interruzione, o meglio, della strana crisi del governo Prodi. Domande che hanno tradotto la volontà diffusa di esorcizzare un dato di realtà, facendo addirittura smarrire o, come nell’articolo di Ida Dominijanni sul Manifesto di sabato scorso, lasciando sullo sfondo la materialità del passaggio di fronte al quale ci troviamo
Il secondo governo Prodi si è formato in virtù di due condizioni essenziali: ha raccolto il diffuso sentimento contro Berlusconi e le destre; ha provato ad interpretare le domande e le esperienze di differenti soggettività manifestatesi nella lunga stagione dei movimenti, passando attraverso le primarie e raccontandosi nelle quasi trecento pagine del programma dell’Unione. Ecco, credo, se non ci fosse stata la seconda condizione il solo antiberlusconismo non avrebbe retto alle urne, il precario equilibrio numerico che, fin dai dati elettorali (al Senato la CdL ha preso più voti dell’Unione e solo grazie alla legge elettorale si è verificato uno stretto margine di vantaggio in seggi) ci ha detto che c’era una grande resistenza ai propositi di cambiamento dl centrosinistra. Non avrebbe retto e avrebbe lasciato lo spazio necessario al ritorno dei vecchi riti democristiani: larghe intese, governo istituzionale, grande coalizione e chi più ne ha più ne aggiunga.
Rifondazione è stata parte fondamentale della seconda condizione, ovvero del tentativo di costruire lo spazio pubblico in cui la politica si deve cimentare con la sua fonte di legittimazione, deve (o dovrebbe) uscire dal palazzo. E’ sicuramente questo il motivo per cui siamo così invisi alle mosche cocchiere del “riformismo”, a quelli che “la politica è una cosa seria, lasciateci lavorare”.
Le domande, talvolta le intimazioni, che vengono dalla sinistra le trovo fondate su argomentazioni che contestano questo nostro tentativo di fondo. Sia quelle che provengono da una cultura frontista, in cui il “sacrificio” del governo è, a mio modo di vedere, un’inutile resa alla realpolitik, sia quelle che ci descrivono come “antropologicamente incompatibili” con questa contraddizione.
Fra costoro c’è il mio vecchio compagno di partito Turigliatto. A Franco non contesto, come fanno in tanti, le sue convinzioni, ma l’aver impedito che le nostre democratiche decisioni avessero un effetto concreto. Gli contesto di aver rotto un patto di solidarietà e di aver stravolto il corso di una decisione che la comunità alla quale apparteneva aveva preso, non certo a cuor leggero. Quando c’era il Pci, voi del manifesto dovevate tacere, sparire dal dibattito. Esagerare nei paragoni rende caricaturali le critiche. Qui è la decisione di un singolo che rende diversa l’azione di tutti gli altri.
Ma in conclusione, sono io a fare qualche domanda. Vale o no la pena di provare a cambiare la politica oggi? E’ proprio poco aver contribuito ad un clima nel quale nessuno sta zitto e alla crescita di una grande domanda di partecipazione? Durante il primo governo Prodi, quello del 96, i sindacati erano paralizzati e di movimenti neanche l’ombra. Oggi c’è la Fiom nella manifestazione del 4 novembre. Ci sono tutti i sindacati che, nel mezzo della crisi, ci fanno sapere che le pensioni non si possono massacrare. Ci sono i comitati di Vicenza (a proposito, lì c’era scritto “Prodi ripensaci” e non “Prodi vattene”) e quelli della Valle Susa. Noi stiamo lì in mezzo, senza prendere parola per altri, ma cercando di passare dalla rappresentazione alla espressione della soggettività. Senza dubbio siamo “impigliati” in questo tentativo: rompere la dicotomia non già tra partiti e movimenti o tra puri e compromessi, ma tra alto e basso, tra inclusi ed esclusi. Abbiamo preso i 12 punti consapevoli della difficoltà. Non vogliamo mollare. E voi?
Analizziamo ora passo per passo il contenuto di questo articolo.
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lunedì 4 maggio 2015
venerdì 1 maggio 2015
Rumore molesto/1
Ripubblico, in due puntate, un saggio del 2007. Si tratta del mio contributo ad un'opera a più mani, curata da Roberto Massari, "I Forchettoni rossi". Occorre naturalmente situare lo scritto nel contesto dell'epoca, che era quello del secondo governo Prodi, sostenuto in Parlamento da una nutrita rappresentanza di Rifondazione. Il mondo della "sinistra radicale" era attraversato da forti tensioni dovute al sostanziale appoggio che il governo Prodi forniva alle iniziative belliche USA, dalla guerra in Afghanistan all'ampliamento della base di Vicenza. Nelle discussioni su questi temi appariva evidente, a mio parere, il carattere vuoto e retorico di gran parte dei discorsi pronunciati nell'ambito della "sinistra radicale". Cercai in questo saggio di analizzare questo vuoto e questa retorica, perché, al di là delle occasioni contingenti, mi sembravano, e mi sembrano tuttora, uno degli elementi che bloccano la costruzione di un autentico soggetto sociale e politico di resistenza antisistemica.
(M.B.)
1. Le parole dei politici non hanno alcun significato razionale, se non quello di rappresentare messaggi in codice interni al ceto politico. I politici o dicono menzogne, o dicono sciocchezze, o si lanciano messaggi tra di loro. Questo fatto deve essere considerato un dato di partenza per ogni discussione sulla politica contemporanea. Esso appare in qualche modo acquisito dal senso comune. Nessuno sembra fare più caso alle promesse dei politici, nessuno pensa che l’impegno formalmente preso da uno di loro abbia qualche valore dopo un anno, un mese, o anche dopo cinque minuti. Per comprendere questi fatti, occorre capire che la nozione di politica ha cambiato completamente significato. Fino a qualche decennio fa la politica era l’attività umana che governava e indirizzava la polis, che lo facesse in senso conservatore o progressista, moderato o radicale, riformista o rivoluzionario. Oggi non è più la politica a governare e indirizzare la polis, ma l’economia, una economia che finalizza l’intera vita sociale al profitto. Estromessa dall’ambito suo proprio, la politica si riduce a semplice amministrazione delle ricadute sociali dell’economia del profitto. Rinunciando a indirizzare la vita sociale, la politica si è ridotta a puro scontro di cordate di amministratori, finalizzato unicamente alla crescita di potere (e danaro) della propria cordata.
Questo non significa, si badi bene, che la politica sia autonoma dalla realtà sociale. Al contrario, è proprio nella sua autoreferenzialità che la politica è funzionale alla logica profonda della fase attuale dell’economia capitalistica. Infatti, come abbiamo detto, la fase contemporanea è quella in cui l’economia del profitto si estende a tutti gli ambiti della realtà sociale, piegandoli alla propria logica. La politica autoreferenziale non fa che giocare i propri giochi di potere, usando le carte che questa situazione le fornisce, e abbandonando così l’intera realtà sociale all’invasione devastante della logica del profitto. L’autoreferenzialità della politica è dunque, nella situazione attuale, la migliore garanzia del procedere indisturbato dell’economia capitalistica [1].
I difetti così evidenti dei politici attuali derivano da questa situazione di fondo, e non sono quindi emendabili con un semplice cambiamento delle persone. In particolare, da qui derivano le caratteristiche del linguaggio dei politici.
Nel dopoguerra i vari partiti politici erano ancora espressione dei diversi gruppi sociali e ne rappresentavano gli interessi. In questa situazione, il linguaggio pubblico dei politici non poteva staccarsi completamente dalla realtà: nel momento in cui c’è un riferimento sociale esterno alla politica, al quale in qualche modo occorre rendere conto del proprio operato, il linguaggio deve conservare un po’ di concretezza. Ma negli ultimi decenni, come s’è detto, la politica perde ogni riferimento a realtà sociali esterne e diventa totalmente autoreferenziale. I politici non esprimono più, se non per finzione retorica, interessi estranei alla propria sfera. D’altra parte, le dinamiche sociali ed economiche che hanno operato nei paesi occidentali negli ultimi decenni, riassunte normalmente sotto il concetto un po’ impreciso di “globalizzazione” [2], comportano una enorme accelerazione dei processi di mutamento dell’economia, e quindi della società. Cambia continuamente, ad un ritmo molto più veloce che in precedenza, l’ambiente nel quale si svolgono le lotte di potere dei politici. Il politico è dunque lanciato in una giungla nella quale succedono continuamente cose nuove: nuovi pericoli e, certo, anche nuove opportunità di potere e di carriera. In questa situazione, occorre essere sempre pronti a schivare i nuovi pericoli e a cogliere le nuove opportunità. Ma per fare questo non si può essere legati dai vincoli di impegni assunti in precedenza. Ora, quando un politico prende la parola in pubblico corre appunto il rischio di impegnarsi in qualcosa: se dice di essere favorevole all’idea x, o sostiene che è bene aiutare il gruppo sociale y, prende degli impegni che può essere gravoso mantenere, se solo un mese, un giorno o cinque minuti dopo scopre che è più conveniente, nelle lotte di potere, sostenere l’idea z o il gruppo sociale w.
L’unico modo per evitare questo grave rischio è allora non dire mai nulla, cioè usare un linguaggio completamente privo di contenuti razionali. Ai politici serve un linguaggio malleabile, manipolabile, piegabile all’esigenza del momento. I politici hanno bisogno di un linguaggio-argilla, che non faccia resistenza. Ora, ciò che fa resistenza alla manipolazione sono i contenuti razionali. Occorre quindi svuotare il linguaggio di ogni contenuto razionale. Come si fa? I contenuti razionali del linguaggio sono veicolati essenzialmente in due modi: dal collegamento delle parole con la realtà, e dalla logica. Rapporto con la realtà e logica danno rigidità agli impegni assunti e impediscono che il linguaggio diventi un’argilla plasmabile a seconda dell’interesse del momento. Se nostro figlio ci chiede di acquistargli un cane da tenere in casa, e noi gli diciamo che si può fare purché egli si assuma la responsabilità di badare all’animale, questo impegno ha un senso rigido perché le parole “cane” e “badare al cane” hanno un legame preciso con la realtà: un cane è un essere ben determinato, che fa una serie di cose (come mangiare e defecare) che implicano una serie di azioni in cui consiste il “badare al cane”. Stesso discorso per la logica: se nostro figlio esce con 20 euro per fare la spesa e torna a casa con uno scontrino di 15 euro e 3 euro di resto, noi gli chiediamo che fine hanno fatto gli altri 2 euro, e vogliamo una risposta precisa. La logica è rigida.
Se questo è chiaro, è anche chiaro cosa occorre fare per ridurre il linguaggio allo stato di argilla manipolabile a piacere: occorre eliminare il contatto del linguaggio con la realtà, e occorre eliminare la logica.
L’eliminazione del contatto con la realtà è legata ad un altro aspetto del linguaggio dei politici (e dei media): il parlare d’altro. Se infatti si deve parlare, e non si può mai parlare della realtà, dei problemi veri, è chiaro che bisogna parlare dell’irreale e dei problemi falsi: bisogna inventarsi discussioni e problematiche assolutamente slegate dalla realtà, per riempire i propri discorsi. Questa deviazione costante e massiccia permette di definire il complesso del discorso pubblico in cui siamo immersi come una enorme “arma di distrazione di massa”.
Un linguaggio al quale siano sottratti logica e rapporto con la realtà è un linguaggio nel quale non si possono esprimere argomentazioni razionali. Si possono però esprimere opinioni. Se facciamo attenzione al linguaggio pubblico che ci viene proposto da giornali e televisioni (cioè il linguaggio dei politici, ma non solo), vediamo che quasi sempre esso ci propone opinioni, e mai o quasi mai argomentazioni razionali. Purtroppo questa è una caratteristica del linguaggio dei media che sembra penetrata nel senso comune, per cui oggi, anche nei contesti comunicativi non direttamente dipendenti dai media (per esempio in internet), è molto difficile sviluppare discussioni nelle quali si confrontino argomentazioni razionali.
Proseguendo l’analisi, ricordiamo che ai politici interessano unicamente le lotte di potere interne ai gruppi dominanti (politici ed economici). Gli unici contenuti reali che essi intendono esprimere, quando prendono la parola, sono quelli relativi a tali lotte: attacchi ai gruppi di potere avversi, segnali ai propri alleati, richieste di fette maggiori della torta. Sono questi i contenuti reali del loro linguaggio.
Riassumendo, nel linguaggio dei politici ci aspettiamo di trovare mancanza totale di legami con la realtà esterna al loro mondo, spostamenti rispetto ai problemi veri, mancanza di logica, e i riferimenti alle lotte interne ai ceti dominanti come unico contenuto reale.
Un’ultima osservazione: un linguaggio di questo tipo non veicola contenuti razionali, come s’è detto. Si configura piuttosto come un rumore, e anzi come un rumore molesto, perché occupando l’intero spazio della comunicazione pubblica rende difficile o impossibile il dialogo razionale. È faticoso comunicare in un ambiente rumoroso. Il rumore molesto dei politici (e più in generale, l’intero discorso dei media) ha in ultima analisi proprio questa funzione: impedire il dialogo razionale fra le persone [3].
Nel resto di questo saggio mostreremo esempi di questo tipo di linguaggio, traendoli dal settore della cosiddetta “sinistra radicale”, cioè dell’area dell’estrema sinistra che ha scelto l’allenza col centrosinistra e a partire dal 2006 appoggia il governo Prodi. E’ interessante esaminare quest’area, che in questo libro è stata etichettata con l’espressione “forchettoni rossi”, perché la trasformazione dei suoi aderenti da critici radicali del capitalismo e della guerra a zelanti sostenitori di un governo liberista in politica economica e favorevole alle guerre in politica estera è stata rapidissima. Cercherò di mostrare come tale trasformazione sia stata possibile anche grazie ad un linguaggio svuotato di razionalità e di realtà.
(M.B.)
1. Le parole dei politici non hanno alcun significato razionale, se non quello di rappresentare messaggi in codice interni al ceto politico. I politici o dicono menzogne, o dicono sciocchezze, o si lanciano messaggi tra di loro. Questo fatto deve essere considerato un dato di partenza per ogni discussione sulla politica contemporanea. Esso appare in qualche modo acquisito dal senso comune. Nessuno sembra fare più caso alle promesse dei politici, nessuno pensa che l’impegno formalmente preso da uno di loro abbia qualche valore dopo un anno, un mese, o anche dopo cinque minuti. Per comprendere questi fatti, occorre capire che la nozione di politica ha cambiato completamente significato. Fino a qualche decennio fa la politica era l’attività umana che governava e indirizzava la polis, che lo facesse in senso conservatore o progressista, moderato o radicale, riformista o rivoluzionario. Oggi non è più la politica a governare e indirizzare la polis, ma l’economia, una economia che finalizza l’intera vita sociale al profitto. Estromessa dall’ambito suo proprio, la politica si riduce a semplice amministrazione delle ricadute sociali dell’economia del profitto. Rinunciando a indirizzare la vita sociale, la politica si è ridotta a puro scontro di cordate di amministratori, finalizzato unicamente alla crescita di potere (e danaro) della propria cordata.
Questo non significa, si badi bene, che la politica sia autonoma dalla realtà sociale. Al contrario, è proprio nella sua autoreferenzialità che la politica è funzionale alla logica profonda della fase attuale dell’economia capitalistica. Infatti, come abbiamo detto, la fase contemporanea è quella in cui l’economia del profitto si estende a tutti gli ambiti della realtà sociale, piegandoli alla propria logica. La politica autoreferenziale non fa che giocare i propri giochi di potere, usando le carte che questa situazione le fornisce, e abbandonando così l’intera realtà sociale all’invasione devastante della logica del profitto. L’autoreferenzialità della politica è dunque, nella situazione attuale, la migliore garanzia del procedere indisturbato dell’economia capitalistica [1].
I difetti così evidenti dei politici attuali derivano da questa situazione di fondo, e non sono quindi emendabili con un semplice cambiamento delle persone. In particolare, da qui derivano le caratteristiche del linguaggio dei politici.
Nel dopoguerra i vari partiti politici erano ancora espressione dei diversi gruppi sociali e ne rappresentavano gli interessi. In questa situazione, il linguaggio pubblico dei politici non poteva staccarsi completamente dalla realtà: nel momento in cui c’è un riferimento sociale esterno alla politica, al quale in qualche modo occorre rendere conto del proprio operato, il linguaggio deve conservare un po’ di concretezza. Ma negli ultimi decenni, come s’è detto, la politica perde ogni riferimento a realtà sociali esterne e diventa totalmente autoreferenziale. I politici non esprimono più, se non per finzione retorica, interessi estranei alla propria sfera. D’altra parte, le dinamiche sociali ed economiche che hanno operato nei paesi occidentali negli ultimi decenni, riassunte normalmente sotto il concetto un po’ impreciso di “globalizzazione” [2], comportano una enorme accelerazione dei processi di mutamento dell’economia, e quindi della società. Cambia continuamente, ad un ritmo molto più veloce che in precedenza, l’ambiente nel quale si svolgono le lotte di potere dei politici. Il politico è dunque lanciato in una giungla nella quale succedono continuamente cose nuove: nuovi pericoli e, certo, anche nuove opportunità di potere e di carriera. In questa situazione, occorre essere sempre pronti a schivare i nuovi pericoli e a cogliere le nuove opportunità. Ma per fare questo non si può essere legati dai vincoli di impegni assunti in precedenza. Ora, quando un politico prende la parola in pubblico corre appunto il rischio di impegnarsi in qualcosa: se dice di essere favorevole all’idea x, o sostiene che è bene aiutare il gruppo sociale y, prende degli impegni che può essere gravoso mantenere, se solo un mese, un giorno o cinque minuti dopo scopre che è più conveniente, nelle lotte di potere, sostenere l’idea z o il gruppo sociale w.
L’unico modo per evitare questo grave rischio è allora non dire mai nulla, cioè usare un linguaggio completamente privo di contenuti razionali. Ai politici serve un linguaggio malleabile, manipolabile, piegabile all’esigenza del momento. I politici hanno bisogno di un linguaggio-argilla, che non faccia resistenza. Ora, ciò che fa resistenza alla manipolazione sono i contenuti razionali. Occorre quindi svuotare il linguaggio di ogni contenuto razionale. Come si fa? I contenuti razionali del linguaggio sono veicolati essenzialmente in due modi: dal collegamento delle parole con la realtà, e dalla logica. Rapporto con la realtà e logica danno rigidità agli impegni assunti e impediscono che il linguaggio diventi un’argilla plasmabile a seconda dell’interesse del momento. Se nostro figlio ci chiede di acquistargli un cane da tenere in casa, e noi gli diciamo che si può fare purché egli si assuma la responsabilità di badare all’animale, questo impegno ha un senso rigido perché le parole “cane” e “badare al cane” hanno un legame preciso con la realtà: un cane è un essere ben determinato, che fa una serie di cose (come mangiare e defecare) che implicano una serie di azioni in cui consiste il “badare al cane”. Stesso discorso per la logica: se nostro figlio esce con 20 euro per fare la spesa e torna a casa con uno scontrino di 15 euro e 3 euro di resto, noi gli chiediamo che fine hanno fatto gli altri 2 euro, e vogliamo una risposta precisa. La logica è rigida.
Se questo è chiaro, è anche chiaro cosa occorre fare per ridurre il linguaggio allo stato di argilla manipolabile a piacere: occorre eliminare il contatto del linguaggio con la realtà, e occorre eliminare la logica.
L’eliminazione del contatto con la realtà è legata ad un altro aspetto del linguaggio dei politici (e dei media): il parlare d’altro. Se infatti si deve parlare, e non si può mai parlare della realtà, dei problemi veri, è chiaro che bisogna parlare dell’irreale e dei problemi falsi: bisogna inventarsi discussioni e problematiche assolutamente slegate dalla realtà, per riempire i propri discorsi. Questa deviazione costante e massiccia permette di definire il complesso del discorso pubblico in cui siamo immersi come una enorme “arma di distrazione di massa”.
Un linguaggio al quale siano sottratti logica e rapporto con la realtà è un linguaggio nel quale non si possono esprimere argomentazioni razionali. Si possono però esprimere opinioni. Se facciamo attenzione al linguaggio pubblico che ci viene proposto da giornali e televisioni (cioè il linguaggio dei politici, ma non solo), vediamo che quasi sempre esso ci propone opinioni, e mai o quasi mai argomentazioni razionali. Purtroppo questa è una caratteristica del linguaggio dei media che sembra penetrata nel senso comune, per cui oggi, anche nei contesti comunicativi non direttamente dipendenti dai media (per esempio in internet), è molto difficile sviluppare discussioni nelle quali si confrontino argomentazioni razionali.
Proseguendo l’analisi, ricordiamo che ai politici interessano unicamente le lotte di potere interne ai gruppi dominanti (politici ed economici). Gli unici contenuti reali che essi intendono esprimere, quando prendono la parola, sono quelli relativi a tali lotte: attacchi ai gruppi di potere avversi, segnali ai propri alleati, richieste di fette maggiori della torta. Sono questi i contenuti reali del loro linguaggio.
Riassumendo, nel linguaggio dei politici ci aspettiamo di trovare mancanza totale di legami con la realtà esterna al loro mondo, spostamenti rispetto ai problemi veri, mancanza di logica, e i riferimenti alle lotte interne ai ceti dominanti come unico contenuto reale.
Un’ultima osservazione: un linguaggio di questo tipo non veicola contenuti razionali, come s’è detto. Si configura piuttosto come un rumore, e anzi come un rumore molesto, perché occupando l’intero spazio della comunicazione pubblica rende difficile o impossibile il dialogo razionale. È faticoso comunicare in un ambiente rumoroso. Il rumore molesto dei politici (e più in generale, l’intero discorso dei media) ha in ultima analisi proprio questa funzione: impedire il dialogo razionale fra le persone [3].
Nel resto di questo saggio mostreremo esempi di questo tipo di linguaggio, traendoli dal settore della cosiddetta “sinistra radicale”, cioè dell’area dell’estrema sinistra che ha scelto l’allenza col centrosinistra e a partire dal 2006 appoggia il governo Prodi. E’ interessante esaminare quest’area, che in questo libro è stata etichettata con l’espressione “forchettoni rossi”, perché la trasformazione dei suoi aderenti da critici radicali del capitalismo e della guerra a zelanti sostenitori di un governo liberista in politica economica e favorevole alle guerre in politica estera è stata rapidissima. Cercherò di mostrare come tale trasformazione sia stata possibile anche grazie ad un linguaggio svuotato di razionalità e di realtà.
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