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domenica 6 settembre 2020

Fra Antropocene e Capitalocene

Fra Antropocene e Capitalocene

(lettere al futuro, 2)

Marino Badiale



1. La scoperta dell’Antropocene

La nozione di Antropocene è diventata un tema di riflessione di grande importanza nel dibattito culturale moderno. Introdotta nel 2000 dal premio Nobel per la chimica Paul Crutzen, essa intende indicare il fatto che la specie umana è ormai divenuta un fattore di modifica delle dinamiche del pianeta, paragonabile quindi alle forze naturali che hanno agito, da milioni o miliardi di anni, sul pianeta stesso. La nozione di Antropocene viene proposta come una effettiva nuova epoca geologica, che pone termine all’Olocene, iniziato con la fine dell’ultima glaciazione. Su questa proposta la comunità scientifica non ha ancora preso una decisione finale, ma il termine, come si è detto, si è ormai imposto nel dibattito culturale, toccando ambiti molto vari, dall’arte alla filosofia e alla politica [1]. In attesa di una decisione da parte delle organizzazioni scientifiche competenti su questo piano, l’inizio dell’Antropocene è assegnato, da diversi autori, a diversi momenti della storia, che spaziano dalla scoperta dell’agricoltura agli anni ‘50 del Novecento. Mi sembra che le datazioni più lontane tendano a nascondere la novità rappresentata dalla modernità, e personalmente condivido l’opinione di chi propone per l’inizio dell’Antropocene una data posteriore appunto all'inizio dell'età moderna. Un altro rilievo importante da fare è che la nozione di Antropocene potrebbe apparire, sul piano assiologico, abbastanza neutrale, cioè come un dato di fatto che non si caratterizza né in senso positivo né in senso negativo. La preoccupazione per le conseguenze dell’attività umana sul mondo, e la sensazione diffusa che la specie umana stia distruggendo le stesse condizioni oggettive della propria esistenza, hanno però l’effetto di togliere questa apparente neutralità, per cui la discussione sulla nozione di Antropocene si carica quasi sempre di una forte preoccupazione per le sorti della biosfera e della specie umana al suo interno. In sostanza, la nozione di Antropocene fornisce un inquadramento generale ai dibattiti sull’ecologia e sui problemi ambientali, e aggiunge ad essi la coscienza del fatto che tali problematiche coinvolgono ormai l’intero pianeta, la casa comune degli esseri umani, che si trovano di fronte alla possibilità di catastrofi senza paragoni nella propria storia.


2. Critiche alla nozione di Antropocene

Fra le molte questioni legate alla nozione di Antropocene, intendo soffermarmi, in questo scritto, su quella sollevata da alcuni autori che criticano tale nozione in un’ottica marxista [2]. Le argomentazioni di questi autori insistono sul fatto che la nozione di cui stiamo discutendo mette al centro una concezione di “umanità” intesa come un tutto indifferenziato, occultando i rapporti sociali e la loro dinamica, e rendendo in sostanza incomprensibile la traiettoria distruttiva e autodistruttiva lungo la quale è avviata la nostra società. Per essere più specifici, gli autori di cui stiamo parlando sollevano obiezioni che riguardano da una parte le origini dei cambiamenti che caratterizzano la nostra epoca, dall’altra le loro conseguenze.

Per quanto riguarda le origini, i critici marxisti della nozione di Antropocene sostengono che parlare dell’influsso sulla Terra dell’attività umana astrattamente intesa sia fuorviante rispetto alle reali dinamiche storiche: se guardiamo all’effettiva evoluzione storica del rapporto fra l’essere umano e il suo ambiente, è del tutto evidente che la crescita esponenziale dell’impronta umana sul pianeta è legata a una specifica organizzazione economica e sociale, cioè a quello che chiamiamo capitalismo. Le società premoderne hanno sicuramente influito sulle dinamiche della biosfera, talvolta con esiti negativi, ma mai con l’impatto che è tipico della nostra società. Tutto ciò è legato a caratteristiche intrinseche al modo di produzione capitalistico, che è l’unico, fra i modi di produzione succedutisi nella storia, che abbia la crescita continua come condizione di esistenza, così da essere spinto per sua logica interna all’incessante superamento di ogni limite. Tutto questo, secondo i critici, viene messo in ombra dalla nozione di Antropocene.


Per quanto riguarda l’altro punto, quello delle conseguenze, i critici rilevano come sia fuorviante parlare degli effetti dei mutamenti epocali cui stiamo assistendo, se non si evidenzia come essi saranno fortemente differenziati. Essi colpiranno infatti fortemente zone del Sud del mondo le cui popolazioni hanno meno disponibilità di risorse per farvi fronte, e che, inoltre, hanno meno contribuito a tali mutamenti. Anche in riferimento ai paesi avanzati, è chiaro che gli effetti saranno differenziati secondo il ceto sociale, perché chi dispone di ricchezza e potere riuscirà senz’altro ad affrontare con maggiore efficacia i molti problemi che sorgeranno, mentre i ceti subalterni difficilmente potranno disporre di qualche forma di scudo protettivo.

Sulla base di queste argomentazioni, gli autori in questione suggeriscono quindi di abbandonare la nozione di “Antropocene” e di sostituirla con quella di “Capitalocene”.


3. La servitù volontaria

La obiezioni sopra riportate mi sembrano nella sostanza corrette, ed espressive di alcune importanti verità. Non mi sembrano però risolutive, cioè tali da decidere in maniera definitiva la questione se sia più corretto parlare di Antropocene oppure di Capitalocene. Questo perché, a mio parere, esse dicono la verità ma non dicono tutta la verità. La verità che esse trascurano è quella che si potrebbe indicare come la “servitù volontaria” dell’umanità al capitale [3]. La sostanza è semplice: il capitale si è ormai costituito come orizzonte totale della vita umana, informando di sé natura e società. Ciò significa da una parte che la stessa personalità è foggiata secondo la logica del capitale, e, dall’altra, che quest’ultimo appare un dato intrascendibile. Quello che si vede nella realtà del mondo contemporaneo è una diffusa accettazione del rapporto sociale capitalistico, inteso appunto come dato intrascendibile, ed una spinta universale a ricavare da questa realtà, mai posta in discussione, i maggiori vantaggi per sé. Di qui i dati fenomenici di consumismo, arrivismo, egoismo, distruzione di autentica relazionalità intersoggettiva, tante volte descritti, e che possono appunto intendersi come manifestazioni di una universale “servitù volontaria” dell’umanità. Per vedere con più chiarezza tale servitù, occorre rendersi conto che, come osserva Massimo Bontempelli in un inedito di recente pubblicato su questo blog [4], il capitalismo attuale è, nello stesso tempo, enormemente forte ed enormemente fragile. La sua forza sta nella situazione umana che abbiamo appena descritto, quella che ha portato F.Jameson ad affermare, con una battuta meritatamente famosa, che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Ovviamente, questo deriva proprio dal fatto che ormai il capitalismo è divenuto il mondo stesso, per gli esseri umani catturati nella loro “servitù volontaria”. Per capire invece la grande debolezza dell’attuale organizzazione sociale, basta pensare come sarebbe in realtà facile oggi mandare in crisi il capitalismo, almeno nei paesi occidentali. Sarebbe infatti sufficiente che la maggioranza della popolazione (il famoso 99%) si rifiutasse di acquistare qualsiasi merce nuova immessa sul mercato, che si tratti di un nuovo biscotto o un nuovo smartphone o un nuovo servizio in internet. Il capitalismo attuale ha bisogno dell’innovazione continua per sfruttare il più possibile la domanda solvibile, e il rifiuto generalizzato delle nuove merci manderebbe in crisi questo meccanismo. Se poi a tale rifiuto si accompagnasse una piccola riduzione dei consumi, tale da non mettere in questione la qualità della vita, è abbastanza evidente che il sistema capitalistico verrebbe privato di una domanda in continua crescita e entrerebbe in crisi. Si noti che nel fare questo nessuno rischierebbe nulla, né la repressione poliziesca né una visita della Gestapo.

È necessaria qui un precisazione, per evitare possibili incomprensioni: quanto appena prospettato non è e non vuole essere una proposta politica di una strategia di lotta anticapitalistica. Per poter pensare a qualcosa del genere, sono necessarie una serie di condizioni preliminari oggi del tutto assenti: strati sociali numericamente rilevanti interessati alla lotta anticapitalistica, un partito politico che sia espressione di tali strati, una discussione all’interno di tale partito sulla strategia di lotta. Se fossero presenti tali condizioni, le azioni sopra descritte potrebbero diventare un aspetto della lotta anticapitalistica. In mancanza di tali condizioni, quanto sopra descritto è un esperimento mentale che vuole solo mostrare in che senso si può affermare che il capitalismo attuale presenta una curiosa miscela di punti di forza e punti di debolezza.

Se restiamo ancora per poco su questo esperimento mentale, possiamo capire meglio, dopo la debolezza, la forza del capitalismo. Infatti, proseguendo il nostro esperimento mentale, se ammettiamo che l’astensione da alcuni consumi possa bloccare il meccanismo autoriproduttivo del capitalismo, la domanda ovvia da porsi è: cosa succede dopo tale blocco? È chiaro che il risultato sarebbe una tragedia sociale, esattamente per il motivo sopra indicato: il rapporto sociale capitalistico ha ormai informato l’intera realtà sociale, per cui tutte o quasi le sfere di vita sono regolate dalla logica capitalistica. Un blocco dell’autoriproduzione del capitale significherebbe allora un blocco dell’intera vita sociale, in una situazione in cui nessuno sa come organizzare una possibile vita sociale alternativa. È per questo che rimaniamo tutti nella nostra servitù volontaria: abbiamo troppa paura di uscire dal mondo del capitale, perché al di fuori di tale mondo non sappiamo se avremo cibo, acqua, medicine, protezione.

Per tornare alla questione “Antropocene o Capitalocene?”, ciò che si potrebbe allora replicare ai critici marxisti di cui abbiamo parlato, è appunto il fatto che la grande maggioranza dell’umanità sembra aver accettato la servitù volontaria al capitale. Se è vero che la dominanza del rapporto sociale capitalistico nel mondo attuale farebbe propendere per la nozione di “Capitalocene”, il fatto che tale rapporto sociale goda dell'adesione, magari implicita o inconscia, di larga parte dell’umanità, fa pensare che la logica del capitale agganci aspetti profondi dell’essere umano, e che l’attuale fase storica sia espressiva di tali aspetti, così che sia corretto parlare di tale fase storica come di “Antropocene”.


4. La parola al futuro

In definitiva, le considerazioni fin qui sviluppate non permettono di concludere la discussione “Antropocene o Capitalocene?”. Mi sembra che questo non sia un esito negativo, e che esso rispecchi un dato di realtà. Intendo dire che la questione non si può decidere ora perché è ancora aperta. La questione vera, infatti, è se l’umanità uscirà dalla servitù volontaria al capitale oppure no, ed è una questione che si risolverà nei prossimi decenni, perché il processo di autodistruzione della società capitalistica è ormai avviato. O la grande maggioranza dell’umanità saprà liberarsi dal capitalismo, evitando le catastrofi peggiori (alcuni sviluppi catastrofici sono, mi pare, ormai inevitabili) e la fine della civiltà, oppure il capitalismo andrà fino in fondo nella sua traiettoria mortifera trascinando nel baratro la civiltà umana.

Nel primo caso l’umanità, liberatasi grazie ad uno sforzo cosciente, avrà separato la propria storia da quella del capitale, e sarà allora corretto parlare del periodo di interferenza distruttiva col pianeta come del “Capitalocene”. Nel secondo caso, se l’umanità persisterà nella propria servitù volontaria fino alla distruzione della civiltà (e di larga parte della stessa umanità) sarà inevitabile parlare di “Antropocene”. Personalmente sono convinto che l’esito finale sarà il secondo che ho descritto, ma la questione è ancora aperta. La parola al futuro.



Note

[1] Per una introduzione alla nozione di Antropocene e alle discussioni ad essa legate si vedano: E.C.Ellis, Antropocene, Giunti Editore 2020; C.Bonneuil, J.B.Fressoz, L’Événement Anthropocène, Seuil 2016 (tr.it. La terra, la storia e noi, edizioni Treccani 2019); I. Angus, Anthropocene, Asterios 2020; S.L.Lewis, M.Maslin, Il pianeta umano, Einaudi 2019.


[2] Mi riferisco qui a A.Malm e J.W.Moore, e in particolare ai seguenti testi: J.W.Moore, Ecologia-mondo e crisi del capitalismo, ombre corte 2015; J.W.Moore, Antropocene o Capitalocene? ombre corte 2017; A.Malm, Fossil capital, Verso 2016; A.Malm, L’Anthropocène contre l’histoire, La Fabrique éditions 2017.


[3] Riprendo l’espressione, ovviamente, da E. De La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, Chiarelettere 2011.


[4]http://www.badiale-tringali.it/2020/09/senza-illusioni-mbontempelli.html. Si vedano in particolare le tesi 26 e 27.


[ho fatto qualche piccola modifica in vari momenti fino al 19-9-20. M.B.]

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