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lunedì 31 agosto 2020

La politica vista dal basso (P.Meaglia)

(Riceviamo dall'amico Piero Meaglia, e volentieri pubblichiamo. M.B.)


LA POLITICA VISTA DAL BASSO: DIFENDERSI DAL POTERE

Piero Meaglia


Una premessa: il principio di diffidenza come valore della democrazia

Sovente si legge che la democrazia si fonda sulla fiducia, e che “ha bisogno di fiducia” (Norberto Bobbio, La democrazia ha bisogno di fiducia, La Stampa, 31/10/1993. Avanzo una proposta: la democrazia si fonda, o meglio deve fondarsi, anche sulla “diffidenza”. Su molta diffidenza.

Propongo di assumere il principio di diffidenza come uno dei valori sui quali la democrazia deve fondarsi. Lo deve perché anche in una democrazia i cittadini debbono difendersi dal potere. Quindi, la diffidenza verso il potere come “molla”, come ressort che muove la democrazia e la conserva in buona salute.

Non bisogna confondere la diffidenza con la sfiducia. La sfiducia rende i cittadini disinteressati e passivi e, quali “cittadini non educati”, li consegna indifesi nelle mani del potere. La diffidenza invece, non sempre ma sovente, spinge i cittadini ad interessarsi, a cercare con fatica e rischio informazioni precise, a diventare “cittadini educati”, e soprattutto attivi, a rovesciare la precedente passività in lotta.  

Una lotta per “partecipare”, per tentare di influire sulle decisioni del potere, come richiede la democrazia. Ma anche e prima di tutto una lotta per difendersi dal potere, come vuole il liberalismo. Vorrei sottolineare questo punto: la diffidenza è puro liberalismo. Chi ha in mano il potere è portato ad abusarne e ad avanzare “fino a quando non trova dei limiti”: perciò è naturale e necessario diffidarne.  

Il principio di diffidenza è puro liberalismo. Ho citato Montesquieu. E Benjamin Constant ha scritto: “Ogni buona costituzione è un atto di sfiducia [defiance]”: essa “prescrive dei limiti all’autorità, che sarebbe inutile prescriverle se la supponessimo dotata di una infallibile saggezza e di una eterna moderazione” (citato da Mauro Barberis, Benjamin Constant, il Mulino, Bologna, 1988, p. 157). Nella lettera n. 38 il Federalist enuncia le massime della “diffidenza repubblicana” (Il federalista, Bologna, il Mulino, 1980, p. 292, che così traduce l’espressione republican jealousy). Thomas Jefferson afferma che “il governo libero è fondato sulla diffidenza [jealousy], non sulla fiducia” (Draft of Kentucky Resolution of 1798, che cito da F.A. Hayek, La società libera, Formello, RM, Seam, 1998, p. 317. Altre traduzioni rendono diversamente il termine jealousy).

 

La partecipazione attraverso i comitati locali di cittadini

Questi cenni sul principio di diffidenza sono solo una premessa al tema di queste note: i comitati locali di cittadini. O meglio, la partecipazione “dal basso” attraverso questi comitati. Ho fatto questa premessa perché è proprio il principio di diffidenza una delle molle della partecipazione attraverso i comitati. I cittadini che si uniscono in comitati fanno spesso l’esperienza del potere: del potere che occulta le informazioni, che colpisce con ritorsioni, che costringe i cittadini a enormi sforzi per ottenere informazioni. Il potere che non si riesce assolutamente a smuovere. Il muro di gomma con il quale si scontrano i cittadini. Le risorse del potere, contrapposte alle esigue risorse di cittadini, esigue in termini di tempo, soldi, competenza. I comitati fanno presto l’esperienza della potenza del potere e dell’inermità dei cittadini. Ne consegue spesso il sentimento di una disperata impotenza. Forse il sentimento più diffuso fra i comitati. Ma ne consegue anche il sentimento di diffidenza. Un sentimento che non induce a deporre le armi: suggerisce solo di adottare, nella propria azione, un realismo che prima questi cittadini non possedevano.

Partiti, movimenti e comitati

Molti studiosi e intellettuali ritengono che per rafforzare la democrazia e accrescere la partecipazione occorre ricostruire i partiti, i partiti di massa, più o meno pesanti. Quando si chiedono come aumentare la partecipazione, si rispondono: purtroppo negli ultimi decenni i partiti sempre meno sono luoghi e strumenti di partecipazione dal basso. Occorre dunque ricrearli, ricostituirli. Si veda, per un esempio recente, il libro di Valentina Pazè Cittadini senza politica, politica senza cittadini, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 2016, dove l’autrice auspica la nascita del partito “rappresentativo-deliberativo”, che però è “qualcosa di simile [al] classico partito di massa novecentesco” (pp. 88-89).

Appunto il Novecento: il secolo durante il quale la partecipazione dei cittadini alla politica, l’attività per influire sul potere e prenderne parte si è manifestata come adesione a un partito e attività dentro il partito. Scrive Kelsen che “la moderna democrazia si fonda interamente sui partiti politici. “.  I partiti raggruppano gli uomini di una stessa opinione “per garantire loro un effettivo influsso sulla gestione degli affari pubblici” (Kelsen, La democrazia. Bologna, il Mulino, 1981, p. 55), perché “l’individuo isolato non ha politicamente nessuna esistenza reale non potendo esercitare un reale influsso sulla formazione della volontà dello Stato” (ivi, p. 56).

Pare che gli unici luoghi della partecipazione siamo i partiti. Non è così. C’è un’altra e diffusissima forma di partecipazione: quella che si esprime attraverso i comitati locali di cittadini. Gli studiosi “non vedono” i comitati. Vedono e studiano i partiti, non i comitati. Eppure i comitati esistono e sono tanti. Così li definisce Donatella Della Porta: “gruppi organizzati, ma debolmente strutturati, formati da cittadini che si riuniscono su base territoriale e utilizzano prevalentemente forme id protesta per opporsi a interventi che ritengono danneggerebbero la qualità della vita sul territorio o chiedere miglioramenti di essa” (Comitati di cittadini e democrazia urbana, a cura di D. Della Porta, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004, p. 7).

Anche gli studiosi della partecipazione al di fuori dei partiti spesso non centrano l’obiettivo. Molti di loro studiano i “movimenti”. Nei loro studi la partecipazione pare svolgersi in due forme organizzative: da un lato i partiti, dall’altro i movimenti. Un esempio per tutti: ne La partecipazione politica, Bologna, il Mulino, 2002, Francesco Raniolo tratta nel capitolo V della parte seconda i partiti, e nel capitolo IV i “gruppi e movimenti”. Ma basta scorrere le pagine per comprendere che per l’autore la partecipazione di base avviene nella forma dei “movimenti”. Tipico di questa forma di partecipazione è il movimento “no global”. Ma i comitati non sono i movimenti. I comitati sono locali, si formano spesso in piccoli Comuni, sovente come reazione a qualche intervento che essi temono possa nuocere all’ambiente e alla loro salute: una discarica, una grande strada, una cava, ecc. Mentre i movimenti sono più ampi, sovente diffusi su tutto il territorio nazionale, e a volte sono internazionali proprio come fu il movimento antiglobalizzazione. E la loro azione è ampiamente seguita dai mass media.

Altri autori studiano sì i comitati, ma quelli urbani, che operano nelle grandi città. Gli autori del libro curato da Della Porta si concentrano infatti sui comitati di sette grandi città. Invece, ci sono moltissimi comitati di cittadini diffusi nei piccoli Comuni più o meno lontani dalle grandi città, nella prima o seconda cintura delle grandi città, spesso più lontano, nella “provincia” se non nella campagna. Le cave e le discariche non vengono realizzate nel centro di Torino, ma nei campi coltivati intorni a piccoli Comuni. Vivo a Chivasso, nella pianura della seconda cintura torinese, a venticinque chilometri da Torino. Scrivo da quindici anni su un giornale locale, diffuso fino a circa quaranta / cinquanta chilometri da Torino, in tanti minuscoli paesi di mille, duemila, tremila abitanti. In quindici anni non ricordo un solo paese nel quale non sia nato un comitato. In tutti, ma proprio tutti questi paesi, è stato tentato o realizzato qualche intervento ambientalmente impattante, che ha suscitato la reazione degli abitanti che per prima cosa hanno formato un comitato. Fin qui, nella “lontana” provincia, i giornalisti dei grandi giornali, anche quelli delle redazioni torinesi, fin qui non si spingono, forse temendo che hic sunt leones.

I mass media seguono inoltre con grande attenzione l’attività di soggetti chiamati movimenti ma che non sono movimenti: sono comitati cittadini, sorti in città capoluogo di Regione o di Provincia, come il No Mose di Venezia e il No Dal Molin di Vicenza, o reti di comitati locali, come il Movimento No Tav della Valsusa e il No Tap pugliese.  Sono le star dei movimenti, che televisioni, giornali e social portano all’attenzione di un pubblico nazionale. Sono ammirati ma anche un po’ invidiati dagli sconosciuti e trascuratissimi comitati di provincia.

L’impotenza dei comitati: risorse troppo scarse

Ho parlato di disperata impotenza dei comitati. Si può osservare questa impotenza da diversi punti di vista, esaminando le diverse attività dei comitati e gli ostacoli che essi incontrano. Ostacoli tutti riconducibili a un solo punto: essi si scontrano col potere, e il potere è immensamente più forte di loro. Non solo il potere politico o gli amministratori locali: più ancora pericoloso è il potere economico, vale a dire le aziende contro le quali i comitati combattono. Un comitato di poche persone non può farcela contro il grande gruppo industriale che vuole realizzare un impianto impattante nella zona. Né può farcela il piccolo Comune a volte condivide la battaglia dei comitati.

I comitati raramente hanno tra i propri membri tecnici e professionisti in grado di valutare il progetto presentato da un grande gruppo industriale. Mentre il gruppo industriale si è fatto elaborare il progetto da un rinomato e costoso studio di progettisti, composto da numerosi tecnici, geologi, ingegneri, chimici, ecc.; mentre il piccolo Comune può contare quasi solo sul proprio minuscolo ufficio tecnico, che si occupa per lo più di edilizia e urbanistica, e ha scarse risorse per pagarsi anche un solo tecnico esterno. Ancora peggio stanno i comitati. Le loro risorse economiche sostanzialmente non esistono. Sono costretti a fare collette per affittare un locale dove organizzare una serata informativa, per fare i volantini, per pagare al Comune il suolo pubblico sul quale collocare i banchetti per la raccolta firme. Per non parlare dei casi in cui i comitati dovrebbero presentare ricorso al TAR. È quasi sempre impossibile mettere insieme le 4 o 5 migliaia di euro per avviare l’azione legale. Dico “avviare” perché nel corso del procedimento le spese possono aumentare. Se il ricorso al TAR viene vinto, la società proponente e l’ente pubblico autorizzatore si appellano al Consiglio di Stato: i comitati dovrebbero allora affrontare ulteriori spese legali, e tante volte rinunciano.

C’è una ragione della povertà dei comitati: chi si attiva nei comitati è quasi sempre gente comune e che non dispone di grandi cifre. I cittadini facoltosi del luogo raramente si espongono. I professionisti tecnici che potrebbe aiutare i comitati non vogliono urtarsi con le amministrazioni pubbliche e con le società promotrici dei progetti.

Altrettanto scarsa è la risorsa tempo: i comitati sono generalmente composti da persona che lavorano e hanno famiglia. Per partecipare all’attività dei comitati devono sacrificare il loro poco tempo libero e trascurare la famiglia, che a sua volta finisce per imporre loro una pausa almeno temporanea, ma talvolta definitiva. Contro di loro, i membri dei comitati hanno persone che, nella società proponenti, operano retribuiti a tempo pieno per la redazione dei progetti, o persone che, negli enti pubblici autorizzatori, esaminano retribuiti a tempo pieno i progetti sottoposti loro.

I comitati contro il potere invisibile

Tanto per richiamare un grande tema come quello del potere invisibile: in proposito Bobbio ha aperto una strada, un capitolo di teoria della democrazia. Ma nemmeno Bobbio poteva arrivare a rendersi conto della realtà dei “piccoli posti”, del livello o piano “di sotto”.

Faccio un esempio. Un cittadino, o un gruppo di cittadini ritiene di subire un danno da un qualche intervento vicino a casa sua. Mettiamo un danno ambientale. Per prima cosa cerca di informarsi e presenta in Comune domanda di accesso civico generalizzato (se ne conosce l’esistenza: quanti di noi sanno che esiste?) per avere copia del progetto dell’intervento o opera. Passano i 30 giorni e il Comune non gli risponde. O gli risponde che non ha capito la domanda. O che il richiedente non ha diritto ad avere quei documenti. O che il “controinteressato” non è d’accordo.

Allora il cittadino presenta ricorso al Responsabile della Trasparenza e della Corruzione del Comune (se sa che esiste), che in genere è il segretario comunale scelto dal sindaco: nemmeno il Responsabile della trasparenza risponde nei successivi 20 giorni. Oppure rigetta il ricorso.

Allora il cittadino vorrebbe appellarsi al difensore civico provinciale, ammesso che ne conosca l’esistenza (quanti di noi sanno che esiste un difensore civico provinciale?), ma scopre che nello statuto di Città Metropolitana di Torino il difensore civico provinciale non c’è più: è stato abbattuto da destre e sinistra unite in sede di passaggio da Provincia a Città Metropolitana.

Resta il difensore civico regionale, ammesso che il cittadino ne conosca l’esistenza (nessun ufficio comunale lo informa dell’esistenza di tale istituto): il bravissimo difensore civico regionale, oberato di lavoro, fa quel che può, e in genere, bene che vada, manda una letterina con richiesta di chiarimenti al Comune, letterina che in genere non sortisce risultati.

Ai cittadini resta solo più una strada: il ricorso al TAR. Costa alcune migliaia di euro e tutto finisce lì: il cittadino non è nemmeno riuscito ad acquisire la documentazione, per avendo la volontà di ottenerla. Fine della storia.  Ma in realtà per gli attivisti dei comitati non ancora finita, e le sorprese a volte arrivano dopo, quando scoprono che non hanno fatto un buon affare a inimicarsi il sindaco di un piccolo Comune e la cricca che lo circonda. Se in futuro dovranno “andare in Comune” per chiedere un documento o per avviare una banale pratica edilizia, potrebbero scoprire che gli uffici tirano stranamente in lungo. Può apparire sorprendente, ma nei piccoli centri i cittadini non si vogliono esporre anche perché hanno paura.

 

Il rapporto fra partiti e comitati

Sovente i comitati chiedono aiuto ai partiti politici: al partito o ai partiti che sentono più vicini e sensibili alle loro istanze. Ai partiti i comitati chiedono di procurare informazioni che i propri membri non riescono a ottenere nonostante che ne abbiano diritto; che nei consigli comunali, provinciali, regionali e in parlamento trasmettano al potere le loro domande; che diano risonanza alle loro battaglie intervenendo nei mass media. Si forma così una sorta di alleanza fra comitati e partiti o partito.

Spesso l’alleanza inizia bene e soddisfa entrambi gli alleati. Ma altrettanto spesso la luna di miele non dura a lungo. I comitati cominciano ad accusare i partiti di appoggiare solo alcune battaglie dei comitati e altre no, di appoggiarle con troppa cautela, di tenere troppo conto delle alleanze politiche a discapito delle loro lotte, di privilegiare gli obiettivi politici e elettorali rispetto alle battaglie dei comitati che per un certo periodo i partiti avevano condiviso e combattuto insieme. In breve, i comitati accusano i partiti di tradimento. E così alla diffidenza verso il potere si aggiunge quella verso i partiti “traditori”.

A me pare che, quando adottano questo atteggiamento, i comitati mostrano di non comprendere le differenze fra partiti e comitati, fra la natura dei partiti e la natura dei comitati. Queste molteplici differenze sono riconducibili a una sola: i partiti lottano per conquistare il potere, i comitati no. I partiti vogliono conquistare il potere e se non vi riescono cercano almeno di influenzarlo. I comitati invece cercano solo di influenzarlo, non di conquistarlo: di influenzarlo per fargli prendere o non prendere un determinato provvedimento. E per conquistare il potere frequentemente i partiti fanno proprio che i comitati condannano. I partiti abbandonano un obiettivo molto importante per i comitati – ad esempio il contrasto a una grande opera - se non porta più voti, se ne porta troppo pochi rispetto all’impegno richiesto, se accantonarlo ne porta di più, se calcolano che abbandonarlo farà loro perdere solo un numero esiguo di voti; se abbandonarlo è necessario per conservare alleanze con altri partiti, a livello locale e / o nazionale; se metterlo da parte riduce l’opposizione del potere economico o di altri poteri che possono ostacolarne l’accesso al potere; se accantonarlo rende loro più facile ottenere il favore di finanziatori privati.

Intendiamoci, c’è una logica in questi comportamenti dei partiti, o almeno c’è una giustificazione alla quale i partiti possono appellarsi per rispondere alle critiche dei comitati. Per esempio, un partito con una forte ispirazione ambientalista potrà dire ai comitati: per realizzare in grande il nostro vasto programma ambientalista devo andare al potere, e per andare e restare al potere devo necessariamente dismettere ambizioni di purezza assoluta, da weberiana etica della convinzione (o dei principi come la chiama Bobbio), e adottare quella della responsabilità (o delle conseguenze, come la chiama sempre Bobbio), che impone di accedere a compromessi e sacrificare obiettivi parziali e locali per poter raggiungere quelli generali. C’è una logica in questa argomentazione utilizzabile e utilizzata dai partiti, una logica che non deve venire sottovalutata o giudicata un goffo tentativo di giustificare i “tradimenti”.

A volte i comitati delusi dai partiti li accusano di pensare solo alla “poltrona”. Anche questa critica è in parte sbagliata e ingenerosa. Per realizzare i loro obiettivi e programmi, compresi quelli che sono caldamente condivisi dai comitati, i partiti devono necessariamente conquistare le “poltrone”, in parlamento e nel governo, e una volta conquistate devono conservarle. Devono conquistarle e conservarle non solo per realizzare i loro programmi ma anche per impedire agli avversari di realizzare i loro. Kelsen scrive che i partiti raggruppano gli uomini di una stessa opinione “per garantire loro un effettivo influsso sulla gestione degli affari pubblici”. Ma per influire sulla gestione degli affari pubblici i partiti debbono riuscire a sedere sulle deprecate “poltrone”. Weber distingue due tipi di partito: quelli che sono “organizzazioni di patronato degli uffici, che mirano a conquistare i posti di potere, di governo, e da lì distribuiscono ai seguaci altri posti nell’apparato dello stato, e quelli che “sono fondati su un’intuizione del mondo, intesi cioè all’attuazione di ideali”. Ma, dopo aver fatto la distinzione, Weber riconosce che di regola i partiti “sono l’una cosa e l’altra cosa insieme”: perseguono degli ideali e al tempo stesso puntano a occupare posti di potere e al “patronato degli uffici”. Si comprende bene la ragione: per attuare i loro ideali i partiti devono impadronirsi del potere e conservarlo (Max Weber, Economia e società, Milano, Edizioni di Comunità, 1980, vol. IV, pp. 507-508).

Però resta il fatto che partiti e comitati hanno logiche diverse. I comitati mirano a raggiungere obiettivi, che consistono generalmente nel far prendere o non prendere al potere determinate decisioni. I partiti mirano al potere, e le decisioni su questo o quell’obiettivo diventano strumenti per la conquista e la conservazione del potere. Gli obiettivi divengono secondari rispetto alla conquista e alla conservazione del potere.

Naturalmente, in queste osservazioni sulla condotta degli uomini politici non c’è nulla di nuovo né di originale. Sono note le realistiche considerazioni di Schumpeter, secondo il quale le decisioni dei politici sono i “sottoprodotti” (by-products) della lotta per il potere: “la decisione dei problemi politici è, dal punto dell’uomo politico, non il fine ma solo la materia dell’attività parlamentare”. E’ vero che la funzione sociale dell’attività parlamentare è quella di produrre leggi, ma per comprendere come ciò avvenga “bisogna partire dalla lotta di concorrenza per il potere e riconoscere che la funzione sociale è assolta, per così dire, incidentalmente; nello stesso senso il cui la produzione è incidentale rispetto alla realizzazione di un profitto”. Più ancora incisivamente: “il metodo democratico crea legislazione e amministrazione come sottoprodotti della lotta di concorrenza per il potere politico” (p. 273) (Joseph A. Schumpeter, Capitalism, Socialism and Democracy, 1942, trad. id. Capitalismo, Socialismo e Democrazia, Milano, Etas Libri, 1994, pp. 266, 269, 273).

Le considerazioni di Schumpeter possono apparire rigide e unilaterali, bisognose di problematizzazioni. Ma se esse non bastassero, dovrebbe bastare una osservazione più decisiva: nei nostri sistemi politici i partiti sono il potere, mentre i comitati sono contropoteri. I partiti occupano i posti di comando nello Stato e delle amministrazioni locali, e se non hanno avuto pieno successo vi entrano come minoranze e opposizioni. Lì prendono decisioni o contribuiscono a prenderle.  I comitati sono sovente contrari a queste decisioni. Sono i contropoteri contro il potere. Partiti e comitati spesso si scontrano, anche se spesso collaborano.

 

I cittadini sono tutti disinteressati e passivi?

Bobbio ha elencato il “cittadino non educato” fra le promesse non mantenute della democrazia. Si tratta dei cittadini disinteressati e passivi, per i quali la scienza politica usava la categoria di “apatia”.

Ma Bobbio è in fondo indulgente. Ben più severe, persino un po’ sprezzanti, sono le descrizioni diffuse anche in serissimi libri di serissimi studiosi. In un’opera recente Gianfranco Pasquino dedica un paragrafo ai “cittadini deficitari”, quelli che non si interessano, non si informano, non partecipano: “il deficit democratico si trova anche nei cittadini. I disinteressati, i poco informati, gli astensionisti sono cittadini democraticamente deficitari… Non mi parrebbe corretto definire ‘deficit democratico’ questa situazione. I cittadini che non compiono le azioni necessarie per soddisfare le loro aspirazioni sono responsabili del deficit democratico persino più delle strutture del regime democratico e più dei comportamenti delle autorità (Minima politica, Torino, Utet, 2020, p. 95).

Caro professor Pasquino, ci provi lei… Provi a organizzare e guidare un comitato. Non nel centro di una grande città, dove si unirebbero professionisti, tecnici, professori, ingegneri, ex amministratori, ecc. Ma nei piccoli Comuni a quaranta chilometri dalle metropoli. Qui i cittadini che si informano e partecipano si trovano, certo che si trovano. Tra duemila o tremila residente una decina per formare un comitato si trovano. Poi però questi cittadini incontrano le difficoltà che ho ricordato, e che si riassumono nella loro disperata impotenza. Da un lato l’impotenza e la solitudine dei deboli, dei senza potere; dall’altro lo strapotere dei potenti, dei detentori del potere politico e di quello economico. Da un lato l’esiguità delle risorse dei comitati: poco tempo, pochi soldi, poca competenza, mancanza di tempo per studiare e diventare almeno un po’ competenti, grandissima difficoltà a trovare dei tecnici, degli esperti, dai quali farsi aiutare. Dall’altra, oltre al muro di gomma di amministratori e politici, lo strapotere delle grandi imprese capitalistiche, in grado di mobilitare, a sostegno dei loro progetti plotoni di avvocati, ingegneri, geologi, architetti, professori universitari compiacenti, e per le quali sborsare qualche migliaia di euro per un ricorso al TAR, oppure anche meno per depositare in tribunale una querela temeraria e una  domanda di risarcimento danni equivale a bersi un caffè al bar.

Non manca la partecipazione di cittadini. Non mancano i cittadini partecipanti. Manca l’efficacia della loro partecipazione. La verità è che i cittadini partecipanti sono anche impotenti, e non per colpa loro. Del resto, correttamente Pasquino scrive che non basta che il popolo voglia esercitare il potere: bisogna che “sia messo in condizione di esercitarlo”. Occorre che l’azione del popolo sia “efficace”. Però qui Pasquino pensa a come dare, attraverso opportuni meccanismi elettorali, “più potere agli elettori”. Mentre, a mio avviso, bisognerebbe cominciare a dare “più potere ai cittadini”. Cioè organizzare le istituzioni in modo tale da concedere ai comuni cittadini il potere di influire sulle loro decisioni. Questo potrebbe essere il compito di intellettuali e studiosi.

 “Nimby”: un pigro luogo comune

I comitati locali di cittadini sono nimby: è uno dei tanti luoghi comuni ripetuti da giornalisti intellettualmente pigri e abitudinari. Così come i titoli degli articoli di politica devono contenere sempre le parole “caos”, “scontro”, “tempesta”, ecc., così i comitati devono venire obbligatoriamente bollati come “nimby”.

L’accusa di nimbismo non è quasi mai vera. Quando nasce un comitato locale per opporsi a un intervento ritenuto pericoloso per l’ambiente e per la salute, all’inizio a volte la parola d’ordine è: “non qui”. Ma bisogna capire le ragioni del “non qui”. Occorre soprattutto capire il contesto ambientale e sanitario nel quale vivono i cittadini che dicono “non qui”. In molte parti del nostro paese - la provincia e la campagna della Pianura Padana è uno di queste - il territorio è già “pieno”. Non ci sta più nulla. Ci sono Comuni del Basso Vercellese e Biellese nei quali al di fuori del piccolo centro trovi tre, quattro, cinque grandi cave che col tempo si trasformano in discariche. E il Comune accanto, confinante? È la stessa cosa. E quello al di là del Comune confinante? È la medesima cosa. Dove dovrebbero andare a vivere gli esseri umani? Ecco perché chiedono: “non qui”.

In realtà, in questi territori è difficile rimanere a lungo nimby. Anche il cittadino inizialmente nimby si accorge presto che nel Comune accanto i cittadini si trovano nella medesima condizione, e che anche lì esiste un comitato. Per loro diventa difficile dire: quella discarica non fatela qui. Vorrebbe dire fatela là, cioè a qualche centinaio di metri di distanza dove vivono parenti e amici.  Non solo: la consapevolezza che anche nei Comuni vicini è la stessa cosa, spinge naturalmente i membri dei comitati a chiedersi il perché di questa situazione, a studiare i processi industriali e l’organizzazione istituzionale e sociale, in fine il “modello di sviluppo” che provoca i danni che essi subiscono. Cominciano a chiedersi: “non qui, ma dove?”. Poi: “Perché accade questo? Si potrebbe fare diversamente?”. Infine: “Studiamo e invitiamo degli esperti, degli studiosi, e organizziamo con loro dei dibattiti pubblici”. A questo punto i comitati sono andati molto oltre il nimbismo. Forse sono stato fortunato, ma, in un quindicennio di attività giornalistica e ambientalista, comitati nati e rimasti nimby non ne ho ancora incontrati.

Molte meglio di me hanno saputo esprimersi Marino Badiale e Massimo Bontempelli: “In Italia uno dei modi in cui si manifesta la nocività dello sviluppo è quello di progetti economici che tendono a invadere e distruggere il territorio con strutture e opere di vario tipo. Questa invasività e queste devastazioni sono inevitabili, all’interno dell’odierno meccanismo dello sviluppo. Infatti lo sviluppo non può fare a meno dell’accumulazione di realtà fisiche sul territorio (strutture produttive, infrastrutture edilizie come autostrade e aeroporti, strutture commerciali, mezzi di trasporto, rifiuti che occorre smaltire in qualche modo). Ma il territorio italiano è saturo (altrove la situazione può essere diversa): l’Italia è un paese piccolo e sovrappopolato, il cui territorio è stato da tempo invaso dalle realtà fisiche legate allo sviluppo. Non essendoci più spazio libero, le nuove strutture fisiche necessarie per lo sviluppo possono inserirsi solo in una realtà fisica e sociale già organizzata, mettendone in crisi gli equilibri. In parole povere, le nuove strutture devono invadere la vita quotidiana degli abitanti del territorio, sconvolgendola (Marino Badiale e Massimo Bontempelli, Per salvare la vita. 28 tesi contro la barbarie [tesi 26], 2008 ( http://www.rivistaindipendenza.org/Teoria%20nazionalitaria/tesi.htm  e   altri siti).

 

Che fare? Una proposta agli studiosi

Proviamo a tirare le fila e a avanzare una proposta. Per favorire e rinvigorire la partecipazione politica, molti studiosi rimpiangono il partito di massa, il partito pesante, e ne auspicano la rinascita.

Però anche i comitati di cittadini sono importanti strumenti di partecipazione, quindi soggetti della democrazia. Sono inoltre contropoteri che difendono il cittadino contro altri e più porti poteri, e come tali sono importanti istituti di liberalismo.

Ma i comitati di cittadini hanno pochissimo potere. Ne hanno poco non, o non solo, per eventuali limiti soggettivi, ma anche e soprattutto perché le istituzioni, l’ordinamento giuridico, la società nel suo complesso, concedono loro ben poco potere. Anzi, ne ostacolano l’azione: rendono loro difficile e costoso acquisire la documentazione in possesso degli uffici pubblici, rendono costosa in termini di tempo e denaro la loro azione sul territorio, rendono quasi impossibile l’accesso alla giustizia amministrativa, civile e penale.

Che cosa possono fare gli studiosi delle scienze sociali, giuristi, politologi, sociologi? Possono – se ritengono il tema importante - concettualizzare l’attività dei comitati, conferire loro dignità teorica, sotto il profilo della teoria politica e di quella giuridica. Un tentativo compiuto, ad esempio, da Salvatore Settis, che rinvia alla nozione di actio popularis del diritto rimano (Azione popolare. Cittadini per il bene comune, Torino, Einaudi, 2012, pp. 221-228). Possono – ripeto: se considerano il fenomeno dei comitati importante per la democrazia – concettualizzare il fenomeno come da oltre un secolo le scienze sociali e giuridiche studiano gli altri soggetti dell’azione collettiva, in particolare i partiti politici, e più recentemente i “movimenti”. Ricominciando forse delle osservazioni di Tocqueville sulla partecipazione locale negli Stati Uniti d’America di quasi due secoli fa: Tocqueville considerava le “associazioni civili” locali non solo come strumenti di partecipazione aggiuntiva a quelle nei partiti politici, ma anche “contropoteri” sostitutivi degli antichi poteri locali aristocratici (La democrazia in America, ad esempio: libro primo, parte seconda, capitolo IV, e Libro secondo, parte seconda, capitolo V).

Ma soprattutto gli studiosi possono studiare modifiche e innovazioni istituzionali e normative tali da favorire la partecipazione nei comitati: un facile, rapido, gratuito e completo accesso agli atti; la concessione ai comitati di locali per riunirsi gratuitamente o con poca spesa; l’accesso ai mezzi di comunicazioni delle istituzioni locali, come i siti e le pubblicazioni periodiche dei Comuni; l’azzeramento dei costi che incontra la loro attività (come il pagamento del suolo pubblico); il rafforzamento dei difensori civici e in generale degli istituti presso i quali i comitati possano far valere le loro ragioni; la protezione dalle querele temerarie e dalle domande intimidatorie di risarcimento danni; un effettivo accesso alla giustizia… e così via. Sembra poco: ma sarebbe già moltissimo per i comitati.  Gli studiosi potrebbero poi inoltrare le proposte ai politici, che vuole dire ai partiti: e qui si vedrebbe se i partiti vogliono favorire la partecipazione anche al di fuori di se stessi, o se non amano la concorrenza.



Sull'autore: 

Piero Meaglia vive a Chivasso, in provincia di Torino, e scrive sul settimanale locale “La Voce del Canavese”.

E’ socio di Pro Natura Torino e svolge attività ambientalista nel Basso Canavese.

Si è laureato in Storia del pensiero politico presso l’Università di Torino, dove ha conseguito il dottorato di ricerca nella medesima disciplina con una tesi sul pensiero politico di Tocqueville.

Oltre ad alcuni articoli, ha pubblicato due libri: Le regole del gioco. Bobbio e la democrazia, San Domenico di Fiesole (FI), Edizioni Cultura della Pace, 1994 e Il potere dell’elettore. Elezioni e diseguaglianza politica nel governo democratico, Troina (EN), Città Aperta Edizioni, 2006.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


1 commento:

  1. Le considerazioni di Meaglia mi sembrano molto originali e importanti, fondamentali direi, frutto anche di un lavoro sul campo che dura ormai da anni. Varrebbe la pena di approfondire l'argomento, secondo me.

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