domenica 23 luglio 2017
sabato 22 luglio 2017
sabato 15 luglio 2017
La sovranità ha ancora senso
Un intervento dal Financial Times, tradotto da "Voci dall'estero".
http://vocidallestero.it/2017/07/07/robert-tombs-la-sovranita-ha-ancora-senso-anche-in-un-mondo-globalizzato/
(qui l'originale)
http://vocidallestero.it/2017/07/07/robert-tombs-la-sovranita-ha-ancora-senso-anche-in-un-mondo-globalizzato/
(qui l'originale)
giovedì 13 luglio 2017
Sulla decadenza della scuola nel neoliberismo (P.Di Remigio)
(Riceviamo da Paolo Di Remigio e volentieri pubblichiamo. M.B.)
Il Fronte Sovranista Italiano e la
scuola pubblica italiana
(Paolo Di Remigio)
1. Ciò che
resta della scuola pubblica è uno dei risultati del programma di trasformazione
sociale perseguito con lungimirante tenacia e studiata lentezza dalle
oligarchie liberali anglosassoni: a partire dagli anni '80, esse hanno riavviato la guerra
fredda contro l'URSS e in un decennio l'hanno spinta al tracollo; poi hanno
imposto in tutto il mondo le liberalizzazioni,
cioè l'abolizione delle leggi (lacci e laccioli) che frenavano l'iniziativa economica, e le privatizzazioni, cioè l'acquisizione dei beni pubblici da
parte dei monopolisti privati. L'emarginazione dello Stato dall'economia che ha reso onnipotenti le
grandi concentrazioni capitalistiche transnazionali è indicata con il nome
asettico di globalizzazione. Soppresse
le regole con cui gli Stati regolavano il mercato così da attutirne le
asimmetrie e le disfunzioni, i capitali si sono precipitati dove il costo del
lavoro era più basso; chiuse le aziende in Occidente e riaperte in Oriente,
incoraggiata l'immigrazione dei lavoratori dal Meridione, i lavoratori relativamente
garantiti in Occidente sono stati esposti alla concorrenza di quelli non
garantiti in Oriente; la disoccupazione montante cancellando la loro forza
contrattuale li ha condannati alla precarietà e al pauperismo.
In Europa
artefici della globalizzazione sono state le burocrazie della UE. Nel documento
del Fronte Sovranista Italiano dedicato alla scuola[1]
è riportata una dichiarazione della
Commissione Europea secondo cui «la UE si trova di fronte a una svolta
formidabile indotta dalla mondializzazione e dalle sfide relative a un'economia fondata sulla conoscenza». Si
noti come la globalizzazione appaia qui non come un programma di un soggetto
politico, non come storia, ma come una
fase storico-filosofica, a cui non
resta che adeguarsi. Si noti ancora l'oscurità del carattere della nuova
fase: ‘economia fondata sulla conoscenza’. In realtà l'economia è sempre fondata sulla conoscenza: in ogni caso raccogliere,
cacciare, produrre consistono nell'applicare tecniche e le tecniche
implicano la disponibilità di conoscenze. Il contesto della delocalizzazione produttiva
suggerisce il significato nascosto di questa espressione impropria: poiché la
tecnica si divide in una fase ideativa e in una applicativa, in un sapere e in
un fare, l'espressione rivela l'intenzione di mantenere in Occidente il sapere e di dislocare in Oriente il fare.
La frase
successiva, per cui l'Europa deve diventare «l’economia della conoscenza più competitiva
e dinamica del mondo, capace di una crescita economica duratura», intesa in
riferimento esterno al mondo, oltre a
denunciare la velleità imperialistica della UE, le attribuisce la volontà di un'asimmetria anziché l'obiettivo dell'equilibrio generale; ma l'asimmetria economica, lungi dal poter
consentire la desiderata crescita duratura, induce le amarissime crisi. Intesa
in riferimento interno, la frase annuncia
la volontà di scatenare una concorrenza tra i lavoratori che producono conoscenza,
per abbassare i costi delle loro retribuzioni, così da aumentare i profitti. La
scuola deve provvedere al capillare
assoggettamento al capitale dei lavoratori della conoscenza, così da
perfezionare la proletarizzazione del ceto medio di cui sono parte.
Applicata
alla scuola, la retorica dell’economia della conoscenza provoca però una
contraddizione non meno grave dell'attendersi la crescita duratura dall'intensificazione della competitività.
La scuola funzionale all'economia della conoscenza dovrebbe essere più licealizzata e meno professionalizzante,
orientarsi, anziché all'applicazione particolare, alla teoria generale; è il generale
infatti, in virtù della sua astrazione dal particolare, ad essere flessibile e
applicabile ai più differenti ambiti empirici; dunque più grammatica per
facilitare l'apprendimento delle lingue e procurare agilità logica, più matematica per
sviluppare le capacità di astrazione e di rigore dimostrativo, più storia per
sviluppare il senso della complessità, più filosofia per sviluppare il senso
critico.
Nulla di
tutto ciò. Ignorando il significato di ciò che dichiara, la Commissione europea
pretende che il ruolo della scuola sia quello di «dare la priorità allo
sviluppo delle competenze professionali e sociali, per un migliore adattamento
dei lavoratori alle evoluzioni del mercato del lavoro (CEE 1997)». Una pretesa contraddittoria:
se il mercato del lavoro si evolve, se ogni tecnica particolare diventa subito
obsoleta ed è sostituita da un'altra tecnica particolare, è necessario insegnare meno tecniche particolari
professionalizzanti condannate all'effimero, e più principi generali che restano stabili nell'evolversi della tecnologia: meno tornio,
meno fresa, più matematica, più fisica, meno competenze concrete (professionali
e sociali), più competenze universali,
valide cioè in ogni situazione.
lunedì 10 luglio 2017
Come si cambia....
Dalla pagina facebook di Paolo Di Remigio riprendo la segnalazione di questi due interventi di Laura Boldrini.
QUALCHE TEMPO FA:
https://www.youtube.com/watch?v=E7QePDmPHfk
https://www.youtube.com/watch?v=E7QePDmPHfk
"Come si cambia" è ovviamente il titolo di una bella canzone di Fiorella Mannoia. Ve la riproponiamo, giusto per ricordare come in Italia la musica leggera sia di livello infinitamente più alto della politica.
domenica 9 luglio 2017
Un appello
Segnalo questo appello, che Fabrizio ed io abbiamo firmato:
http://indipendenzaecostituzione.it/2017/07/06/di-chi-e-la-colpa-dellinvasione/
http://indipendenzaecostituzione.it/2017/07/06/di-chi-e-la-colpa-dellinvasione/
venerdì 7 luglio 2017
Una prospettiva keynesiana
Un articolo dell'economista tedesco J.Starbatty, tradotto dal sempre benemerito sito "Voci dall'estero". Credo che ai 29 lettori di questo blog non dica nulla di nuovo, ma è una ulteriore interessante testimonianza di come queste analisi siano diffuse. Temo che il vero problema ormai non sia capire la crisi dell'eurozona, ma trovare una risposta alla vecchia domanda di Cernysevskij e Lenin.
http://vocidallestero.it/2017/07/06/ehoc-una-prospettiva-veramente-keynesiana-sulla-crisi-delleurozona/
http://vocidallestero.it/2017/07/06/ehoc-una-prospettiva-veramente-keynesiana-sulla-crisi-delleurozona/
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