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domenica 25 ottobre 2020

Il pericolosissimo visone

Il virus del Covid-19 si fa strada negli allevamenti di visoni e di conseguenza gli animali vengono soppressi


https://www.repubblica.it/esteri/2020/10/16/news/virus_visoni_danimarca-270749112/


Ne parla con la consueta intelligenza Miguel Martinez:


http://kelebeklerblog.com/2020/10/17/mercati-globali-e-la-humane-death/


Alle considerazioni di Miguel mi permetto di aggiungere qualche breve riflessione. Mi sembra di capire che il pericolo principale sia che il virus transiti nei visoni, subisca qualche mutazione e torni negli esseri umani dopo la mutazione, col rischio di rendere inutili eventuali rimedi elaborati nel frattempo per combattere la forma originaria. Non sono in grado di dire quale sia la probabilità che si attui effettivamente una simile catena di eventi. Non mi sembra però che si tratti di uno sviluppo del tutto inverosimile.  

Finora la stragrande maggioranza degli esseri umani nulla sapeva di allevamenti di visoni in  Danimarca, né, sapendolo, si immaginava che essi potessero rappresentare una minaccia. Credo che questa vicenda sia un interessante apologo che ci fa capire perché la nostra civiltà sia destinata a crollare: in primo luogo, l'attuale organizzazione sociale ed economica, il nostro modo di produrre e consumare, sono talmente assurdi, talmente in contrasto con la realtà fisica e biologica del mondo in cui viviamo, che qualsiasi cosa può diventare una minaccia; in secondo luogo, le forme e i modi in cui si concretizzeranno tali minacce sono del tutto imprevedibili. Credo che nessun "green new deal" possa rimediare alla mostruosità che abbiamo costruito. L'unica possibilità di salvezza è lo smantellamento, il più rapido possibile, dell'intera attuale organizzazione sociale ed economica, cioè la fuoriuscita dal capitalismo. Ma in mancanza di forze sociali capaci di farsi carico di questo immane compito, il sistema attuale percorrerà fino in fondo la strada dell'autodistruzione.

giovedì 15 ottobre 2020

E se smettessimo di fingere?

 

E se smettessimo di fingere?” è un piccolo libro di Jonathan Franzen, appena pubblicato da Einaudi. La tesi è esplicitata dal sottotitolo: “Ammettiamo che non possiamo più fermare la catastrofe climatica”.

L’intento dell’autore non è quello di argomentare in profondità questa tesi (non qui, almeno): come ho detto, è un testo molto breve, 42 pagine in tutto (consiste di una prefazione, un articolo pubblicato sul “New Yorker” e un’intervista pubblicata su “Die Literarische Welt”). Piuttosto egli intende offrire qualche riflessione a partire dall’assunzione dell’inevitabilità della catastrofe climatica. Da questo punto di vista ho trovato interessanti molte delle sue osservazioni. Eccone qualcuna:


L’obbiettivo è chiaro da trent’anni e, malgrado la sincerità degli sforzi, siamo ben lontani dal raggiungerlo. Oggi le prove scientifiche sono pressoché irrefutabili. Se avete meno di sessant’anni, avrete buone probabilità di assistere alla totale destabilizzazione della vita sulla terra-carestie su vasta scala, incendi apocalittici, implosione di intere economie, immani inondazioni, centinaia di milioni di rifugiati in fuga da regioni rese inabitabili dal caldo estremo o dalla siccità permanente. Se avete meno di trent’anni, vi assisterete quasi sicuramente (p.4)”.


Altri tipi di apocalisse, religiosa o termonucleare o asteroidale, hanno almeno la nitidezza binaria del morire: il mondo esiste e un istante dopo non esiste più. L’apocalisse climatica, al contrario, è caotica. Prenderà la forma di crisi sempre più gravi che peggioreranno in modo disordinato, finché la civiltà non comincerà a disgregarsi (pp.5-6)”.


Quanto alla possibilità teorica di evitare la catastrofe, Franzen osserva che “la prima condizione è che tutti i paesi più inquinanti del mondo istituiscano draconiane misure di conservazione, chiudano la maggior parte delle loro infrastrutture energetiche e di trasporto e riorganizzino completamente la loro economia (…). Infine, moltissimi esseri umani, compresi milioni di statunitensi avversi al governo centrale, dovranno accettare senza ribellarsi un aumento delle tasse e un forte ridimensionamento del tenore di vita a cui erano abituati (pp.9-10)”. In sostanza, “(…) l’unica speranza di rispettare l’obbiettivo delle emissioni stabilito dall’Ipcc è la radicale trasformazione di quasi ogni aspetto della vita quotidiana, con effetti sociali a dir poco dirompenti. Negli Stati Uniti il risultato potrebbe essere, letteralmente, la guerra civile (p.33)”.

martedì 13 ottobre 2020

Il muro

 

Il muro

(lettere al futuro, 3)

Marino Badiale



La situazione dell’umanità contemporanea è paradossale. Da decenni è riconosciuto il fatto che l’attuale organizzazione economica e sociale crea gravi problemi alla riproduzione dell’ambiente naturale, problemi tali da mettere potenzialmente in pericolo la continuazione della civiltà stessa. Fino a qualche tempo fa era ancora possibile pensare che l’attualizzazione di tali potenzialità distruttive fosse abbastanza lontana nel tempo, ma la ricerca scientifica e la stessa cronaca quotidiana ci dicono che siamo ormai alle soglie di sviluppi devastanti per l’umanità e la civiltà. Se questa è la situazione oggettiva, ciò che appare paradossale è la sostanziale indifferenza della stragrande maggioranza dell’umanità stessa di fronte a questa realtà. Per fare un esempio, è vero che oggi nel mainstream informativo si parla del cambiamento climatico più diffusamente rispetto a qualche tempo addietro, e che se ne dà ormai per assodato il carattere antropogenico. Eppure, nonostante questo, la reazione implicita da parte di tutti (ceti dirigenti e gente comune) sembra quella di considerare il problema come uno in più fra i tanti, e sperare che in qualche modo venga risolto dai politici della propria parte, o dal mercato, o dallo Stato, dalla scienza, dalla fede, dal ritorno ai valori della tradizione, e così proseguendo secondo le proprie preferenze ideologiche.

Un altro esempio, relativo all’Italia, è la sconcertante indifferenza, propria, ancora una volta, delle masse come delle élite, rispetto ai disastri, a volte con vittime, causati ogni anno dalle piogge autunnali [1].

Questo contrasto fra la gravità dei pericoli, ormai riconosciuta, e la diffusa indifferenza, è uno dei grandi problemi irrisolti del nostro tempo, e dovrebbe quindi essere al centro della riflessione intellettuale e del dibattito.


L’indifferenza di cui abbiamo appena parlato riguarda la grande maggioranza della popolazione, ma questo ovviamente non esclude che esistano minoranze consapevoli della gravità dei problemi di cui stiamo parlando, e attivamente impegnate nel tentativo di mobilitare le coscienze della maggioranza. Quest’opera di mobilitazione avviene sia sul piano politico sia sul piano intellettuale. Il problema di fondo è che tale azione sembra non riuscire a rompere il muro dell’indifferenza, e questo si ripercuote sulle stesse elaborazioni degli attivisti climatici. Per mostrare un esempio di quanto vado dicendo, prenderò in esame tre libri pubblicati di recente in Italia, che giudico interessanti e validi, ma che, come cercherò di mostrare, presentano degli evidenti limiti che mi appaiono legati a quel “muro di indifferenza” del quale ho parlato poc’anzi.

I primi due testi di cui parlerò sono di Daniel Tanuro [2] e Ian Angus [3]. Sono espressioni di una corrente intellettuale “ecosocialista”, presente a livello internazionale, che esprime alcuni concetti fondamentali con alto livello intellettuale, serietà scientifica, lucidità e chiarezza.

I due testi presentano delle somiglianze nello schema generale, che può essere riassunto come composto di tre movimenti.

In primo luogo, si fa una rassegna dei gravissimi problemi ecologici che incombono sull’umanità contemporanea, e che hanno ormai cominciato a produrre effetti riconoscibili. Ovviamente il tema del cambiamento climatico è in primo piano, ma non è l’unico esempio di rottura dei cicli fondamentali della biosfera. Gli autori utilizzano qui la sterminata letteratura scientifica prodotta negli ultimi decenni su questi temi, offrendone un’ottima sintesi, chiara ed efficace.

In secondo luogo, si portano argomenti a sostegno della tesi che la devastazione ecologica contemporanea ha la sua radice ultima nel carattere capitalistico della società attuale. Si tratta del fatto, per esprimerci qui in maniera sintetica, che la logica autoriproduttiva del rapporto sociale capitalistico spinge le nostre società ad una crescita continua e quindi al continuo superamento di ogni limite naturale (fisico o biologico).

Come conclusione logica dei primi due passaggi, si argomenta infine la necessità del superamento del capitalismo e dell’instaurazione di un socialismo ecologista.

Il problema, naturalmente, sta tutto nell’ultimo passaggio, nel fatto cioè che nessuno sa come concretamente organizzare una lotta che porti davvero all’abbattimento del capitalismo e alla creazione di una società ecosocialista. Gli autori in questione si appellano alle masse del Sud del mondo, che pagheranno un prezzo molto alto per i disastri in arrivo, così come ai ceti subalterni dei paesi avanzati, che subiranno anch’essi colpi molto duri. Ma il fatto di essere colpiti da una crisi di per sé non è garanzia di nulla, non significa che la masse colpite decidano di ribellarsi, e soprattutto non condiziona in nessun modo la direzione di una eventuale ribellione. Non mi sembra ci siano argomenti validi per pensare che il declino dell’attuale organizzazione sociale porti alla società ecosocialista, e non invece a una qualche forma di Stato autoritario, o magari semplicemente al regresso a piccole comunità chiuse in se stesse.

Gli autori si richiamano ai tanti movimenti che nel mondo intero si oppongono in un modo o nell’altro ai progetti dei ceti dominanti, subalterni alla logica capitalistica. Ma tutti questi movimenti, nei decenni passati, non sono mai riusciti ad elaborare una strategia unitaria ed efficace per la lotta globale al capitalismo e il suo superamento verso una società socialista, e non si vede perché dovrebbero riuscirci adesso.

Chi cerca di mettersi su un piano più concreto è un altro testo (il terzo di questa nostra discussione), il cui autore è Roger Hallam, uno dei fondatori del movimento “ExtinctionRebellion”, che ha organizzato azioni di protesta contro l’inazione dei governi occidentali rispetto al problema del cambiamento climatico [4]. Il libro di Hallam descrive la situazione critica in cui si trova l’umanità contemporanea in modo simile a quanto fanno i due testi precedenti, ma, a differenza di essi, non si sofferma sull’analisi della società capitalistica, e procede piuttosto a indicare strade di azione diretta per l’abbattimento dei governi attuali. Si tratta di impostare azioni preparatorie di disobbedienza civile che dovranno crescere, aggregando strati via via più ampi della popolazione, fino ad arrivare all’occupazione pacifica di una capitale, o di suoi punti importanti, per almeno qualche giorno. Questo evento dovrebbe costringere il governo alla trattativa col movimento ribelle. L’autore parla di “richieste non negoziabili” (pag.90) e quindi più che una trattativa sembra chiedere una resa del potere costituito alle richieste del movimento “ribelle”. La vittoria del movimento porterà ad una nuova strutturazione del potere, basata su assemblee popolari estratte a sorte (pag.113) che dovranno impostare “la trasformazione radicale dell’economia” (pag.121). Alcuni aspetti fondamentali di tale trasformazione sono indicati alle pagg.124-137 del libro, e sono ampiamente condivisibili. Quello che non convince è la fiducia dell’autore nel fatto che alcune azioni dimostrative siano sufficienti a spingere le masse all’azione. È una strategia molte volte sostenuta, nella storia della modernità, e mi sembra che non abbia mai portato ai risultati voluti.

In sostanza, i tre testi esaminati mostrano un limite analogo, che si manifesta in forme diverse: non sanno indicare una strada politica concreta per far sì che le masse popolari escano dalla loro passività e diventino soggetti attivi nella lotta contro i ceti dominanti e contro la traiettoria distruttiva lungo la quale si sta muovendo il nostro mondo globalizzato.

Ovviamente, i tre libri che abbiamo esaminato sono un campione infinitesimale della produzione intellettuale e politica del mondo dell’attivismo ecologista ed ecosocialista. Ma mi sembrano rappresentativi delle difficoltà che ha questo mondo ad uscire dalla propria condizione minoritaria, almeno nei paesi occidentali. Come appare chiaro, il problema col quale ci si scontra è quella sostanziale indifferenza di cui si parlava all’inizio.

Gli attivisti sono certo coscienti del fatto che se si vuole almeno tentare di salvare la civiltà umana dal baratro nel quale la sta spingendo l’attuale organizzazione sociale, bisognerebbe riuscire a “bucare” questo muro di indifferenza. Sembra quindi sia necessario uno sforzo di analisi per capire da dove arrivi questo atteggiamento delle masse, tanto più paradossale quanto più emerge, con chiarezza sempre maggiore, come ormai sia in questione la stessa sopravvivenza, se non la propria almeno quella dei propri figli. Si tratta di un lavoro di scavo ancora largamente da fare.

In ogni caso, fino ad ora gli sforzi indirizzati a “bucare il muro” sono stati infruttuosi, e sembra azzardato pensare che si raggiunga lo scopo nel poco tempo che rimane, prima che la crisi ambientale diventi irreversibile. La prognosi più probabile sembra allora sia quella di un crollo dell’attuale civiltà, che porterà a forme di organizzazione sociale oggi non prevedibili.




[1] Ne abbiamo parlato, per esempio, in questo breve intervento:

http://www.badiale-tringali.it/2020/10/dissesto.html


[2] D.Tanuro, È troppo tardi per essere pessimisti, Alegre 2020


[3] I.Angus, Anthropocene. Capitalismo fossile e crisi del sistema Terra, Asterios 2020


[4] R.Hallam, Altrimenti siamo fottuti!, Chiarelettere 2020







domenica 11 ottobre 2020

L'autorazzismo come tecnica di dominio interno

 Alcune considerazioni interessanti in questo articolo, tratto da un sito di ispirazione anarchica


http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=986

sabato 10 ottobre 2020

"L'esorbitante privilegio del dollaro"

 Un interessante articolo ipotizza la crisi del dollaro. L'analisi appare largamente condivisibile, il punto debole mi sembra la tesi che esistano alternative al dollaro come moneta internazionale. L'autore cita l'euro, il renminbi, l'oro, le criptomonete: ma sul futuro dell'euro gravano fondati dubbi, il renminbi è troppo legato alla potenza cinese che non tutti guardano favorevolmente, l'oro da molto tempo non è in grado di essere valido supporto al mercato mondiale, le criptomonete appaiono ancora poco affidabili. Temo che "l'esorbitante privilegio del dollaro" (espressione che risale a Giscard D'Estaing) durerà ancora qualche tempo.


https://contropiano.org/news/news-economia/2020/10/05/la-fine-dellesorbitante-privilegio-del-dollaro-0132272 

giovedì 8 ottobre 2020

Dissesto

Ancora una volta, una pioggia autunnale un po’ intensa si traduce in un serie di disastri (e morti), questa volta nell’Italia nordoccidentale. Ne abbiamo parlato tante volte, persone più esperte di noi ribadiscono da decenni l’analisi del dissesto idrogeologico di questo paese, la necessità di manutenzione del territorio, le responsabilità degli amministratori nell’uso sconsiderato del territorio stesso. Ripetere queste ovvietà appare ormai del tutto inutile, e anzi fastidioso, per chi parla e per chi ascolta.

Proviamo a partire allora dalla constatazione di questo fatto: il dissesto idrogeologico di questo paese provoca continuamente danni gravi e vittime, e la cosa sembra non importare a nessuno. A nessuno nel mondo della politica ma, si badi bene, a nessuno neppure fra quella “gente” che poi paga il prezzo dei disastri. E ovviamente la politica si disinteressa del problema proprio perché è la massa della popolazione a farlo. Se esistesse un vivo allarme sociale su questi temi, se essi spostassero voti, probabilmente la politica farebbe almeno finta di considerarli rilevanti. Ceti dominanti e ceti subalterni sembrano uniti in questo sostanziale disinteresse.

Perché tutto questo? Mi sembra che nella coscienza diffusa agiscano due elementi: da una parte l’accettazione dei disastri come eventi fatali, inevitabili, contro i quali non ha senso cercare rimedi; dall’altra la speranza di non essere coinvolti, il tipico “io speriamo che me la cavo”. Non so se questi dati psicologici e sociali siano caratteristici del nostro paese o siano invece diffusi nei paesi avanzati (propendo per la seconda ipotesi). In ogni caso, la riflessione inevitabile mi sembra la seguente: se questa è la situazione, come possiamo sperare che gli attuali ceti dirigenti possano fare seriamente qualcosa per difendere il paese e i cittadini dai problemi sempre più gravi che saranno la conseguenza della crisi ecologica e ambientale, ormai avviata? Mi sembra evidente che, di fronte ai disastri futuri, ceti dirigenti come quelli attuali non faranno altro che cercare di salvare se stessi, mentre i ceti subalterni saranno in sostanza abbandonati in balia dei disastri. Il fatto che, di fronte a queste prospettive, nessuno sembri preoccuparsi di nulla, mi sembra una ulteriore manifestazione del fatto che le dinamiche sociali contemporanee sono riuscite a distruggere nella corpo della società non solo ogni traccia di pensiero critico, ma anche ogni sensato istinto di autoprotezione. Nella mancanza totale di forze che si oppongano in maniera razionale e concreta a queste tendenze autodistruttive, la prognosi non può che essere quella di un crollo di civiltà.

(Marino Badiale)