venerdì 24 novembre 2017

Conferme

Il M5S conferma sempre di più le sue scelte interne al sistema eurista. Si veda questa lettera aperta di Di Maio a Macron (!!)

http://www.beppegrillo.it/2017/11/lettera_aperta_al_presidente_macron.html



Non mi pare ci siano molti commenti da fare, su quello che viene detto da Di Maio. L'unico che mi viene in mente è il seguente. Quello che succede è che tutti, ma proprio tutti, coloro che iniziano a protestare contro il sistema eurista (da Tsipras a Di Maio a Salvini e via andare), quando si viene al dunque (e magari prima), se la fanno sotto e vengono a più miti consigli. Questo può certo derivare da profondi limiti umani e culturali dei personaggi in questione, ma mi viene da pensare che il potere di quel sistema sia talmente forte e radicato da togliere ogni velleità a chi non abbia un fondamento morale e culturale assolutamente fuori del comune.

Per sollevarci un po' chiudo con una notazione umoristica. Si ha l'impressione che Di Maio abbia qualche problema con l'operazione di addizione. Infatti scrive

"L'Italia detiene almeno la metà del patrimonio culturale e artistico mondiale. Apprezziamo molto che i nostri partner d’Oltralpe, popolo altrettanto ricco di tesori preziosi, siano stati gli unici in Europa a non aver mai tagliato il budget per la cultura"

Ora, in primo luogo questa affermazione sul fatto che l'Italia possiede metà del patrimonio artistico mondiale l'ho sentita ripetere varie volte, ma non ho mai capito se abbia qualche fondamento. Ma non è qui il lato umoristico. Esso sta nel fatto che, secondo Di Maio, di tale patrimonio l'Italia ne possiede metà ("almeno") e la Francia altrettanto. La domanda ovvia è allora: e cosa resta per gli altri?

giovedì 16 novembre 2017

Un paese che cade a pezzi, 3

Un paio di articoli che testimoniano lo stato di avanzamento del processo di distruzione dell'Università pubblica italiana. Tale distruzione è stata tenacemente perseguita dai ceti dirigenti di questo paese, sostenuti in questo da mezzi di informazione asserviti e da una parte significativa dell'opinione pubblica, che ha ormai perso il senso stesso della dimensione interindividuale (quindi pubblica, collettiva) dell'essere umano. Qualche testimonianza di questa radicale perdita della ragione la si può vedere in alcuni dei commenti all'accorato intervento di Bellelli.



https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/11/15/mi-arrendo-distruggete-pure-luniversita-pubblica-italiana-senza-di-me/3977547/




http://www.repubblica.it/scuola/2017/11/15/news/universita_sempre_piu_precaria_ogni_10_pensionamenti_assunti_meno_di_due_ricercatori_a_tempo_-181182861/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P9-S1.6-T1

domenica 12 novembre 2017

"Il dolore delle persone, la precarietà"

Come si può commentare Veltroni, che pensosamente ricorda ai leader della sinistra che "c'è la vita reale, il dolore delle persone, la precarietà"?

http://www.repubblica.it/politica/2017/11/12/news/pd_veltroni_sinistra_sembra_aver_perso_le_parole_giuste_-180906116/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1

Non so voi: a me su Veltroni non viene da dire niente. Ma forse non è strano: io sono un nano, eppure anche un gigante come Karl Kraus si era trovato in una situazione simile

https://antoniodileta.wordpress.com/2013/12/12/la-terza-notte-di-valpurga-karl-kraus/

venerdì 10 novembre 2017

Destra e sinistra in 593 caratteri

Commentando sul suo blog un articolo di Roberto Chiarini, Stefano Azzarà ha scritto alcune righe in cui sintetizza, in modo ammirevole per efficacia e intensità, la tesi sulla persistente attualità dell’opposizione di destra e sinistra. Ve le propongo qui


"In realtà le cose sono semplici: la sinistra è il partito dell'emancipazione e del progresso ma poiché emancipazione e progresso conoscono la contraddizione, è anche il partito della totalità, della mediazione e della negazione determinata ovvero del riconoscimento e cioè è il partito dell'universale concreto. La  destra è il partito del naturalismo (nelle sue diverse forme) e della discriminazione, il partito del particolare e dell'immediatezza, che nelle condizioni politiche ridefinite dopo la Rivoluzione francese può assumere però anche le forme dell'universalismo astratto e immediato"


Secondo il mio contatore, sono 593 caratteri, spazi inclusi (ed escluse le virgolette che ho aggiunto io). Il tono è dogmatico, per l’ovvio motivo che l’argomentazione analitica di queste tesi di Azzarà riempirebbe alcuni libri, o forse alcune biblioteche. E lo stesso vale per eventuali tentativi di confutazione. Mi ha affascinato l’idea di provare a replicare esattamente nello stesso spazio da lui usato. Ecco il risultato

"In questa opposizione, il capitale dove sta? Non a destra, perché è anti-naturalista, non a sinistra perché è anti-emancipatorio. Entro quelle categorie non si capisce il capitale il mondo. Il progresso è stato negli ultimi due secoli progresso del capitale: progresso economico e tecnologico e insieme, dialetticamente, progresso di emancipazione. Ma questa fase storica si è conclusa, e il progresso del capitale è oggi univocamente regresso dell’emancipazione. Qui sta la ragione vera che spiega l’attuale sinistra “progressista”, condannata ad essere o irrilevante o de-emancipatoria"


Secondo il mio contatore sono anche questi 593 caratteri.









Addendum 11-11: Stefano Azzarà ha cortesemente pubblicato il nostro intervento sul suo blog, con una sua breve replica. All'inizio scrive:



"Badiale e Tringali, sostenitori del Mito Transpolitico "oltre destra e sinistra" - e dunque, temo, di un eventuale fronte trasversale che dovrebbe comprendere i fascisti sociali e forse anche Mario Draghi, tutti sostenitori di questa medesima tesi - mi criticano sul loro blog http://www.badiale-tringali.it"

e alla fine 

"Non posso che rispondere in questa maniera. Il progresso o meno dipende dai rapporti di forza tra le classi nella situazione concreta e il capitale è progressivo quando questi rapporti sono più equilibrati, meno progressivo – ma comunque sempre più progressivo del feudalesimo – quando sono più squilibrati. E' ancora più semplice e sono ancora meno caratteri".

Penso che la discussione possa chiudersi qui, certamente non perché non ci sia più nulla da aggiungere ma perché quello del dire tesi dense in pochi caratteri è un bel gioco che deve durare poco. Solo una battuta finale: Draghi no, grazie. 






giovedì 2 novembre 2017

La banca centrale negli USA, prima parte (P.Di Remigio)

(Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo di Paolo Di Remigio. La seconda parte si trova qui. M.B.)




Il contrasto sulla banca centrale negli Stati Uniti del XIX secolo

Paolo Di Remigio

La storia ha le sue epoche, contrassegnate dall’egemonia di particolari nazioni; conoscerla significa capire ciò che è saliente nelle nazioni egemoniche. Senza questa conoscenza si rischia di precipitare dall’insoddisfazione del presente a una filosofia della storia improvvisata, in cui ogni avvenimento è emanazione di errori originari; con questa conoscenza i contrasti particolari si compongono in una figura originaria e il presente stesso, anziché un momento della deriva verso il nulla, diventa trasparente come ambito di confronto politico.
Nel 1700 e nel 1800 – precisamente fino alla prima guerra mondiale – la nazione egemonica è stata la Gran Bretagna. Dopo aver sconfitto nelle guerre del 1700 la rivale Francia, nel 1800 essa controlla l’Europa con la sua politica di equilibrio (tra l’altro appoggia l’unificazione dell’Italia per farne un ulteriore elemento di equilibrio tra la Francia e l’Impero austriaco), controlla i mari con l’onnipotenza della sua flotta, l’economia mondiale con il gold standard. Proprio il gold standard è però il motivo della sua crisi: l’ancoraggio delle monete all’oro crea la competizione commerciale internazionale e induce a combatterla con l’arma della deflazione interna, cioè deprimendo i salari e gli investimenti, in definitiva indebolendo la forza produttiva. Dagli anni ‘70 del 1800 la Gran Bretagna entra così in una fase di depressione, proprio nel momento in cui è sopravanzata nel campo delle potenzialità produttive da due nuovi formidabili rivali: la Germania e gli Stati Uniti d’America.
La prima guerra mondiale, preparata accuratamente sul piano diplomatico, è la risposta britannica alla sfida che la Germania ha lanciato attraverso la costruzione di una grande flotta da guerra e della ferrovia Instanbul-Bagdad: la flotta da guerra, dotata anche dei letali sottomarini, potrebbe mettere fine al predominio britannico sui mari; la ferrovia di Bagdad potrebbe fare del Medio Oriente traboccante di petrolio, divenuto di primaria importanza strategica già all’inizio del Novecento, il retroterra dello sviluppo industriale tedesco.
La disfatta tedesca non consolida però l’impero britannico; l’estenuante sforzo bellico ne accelera la decadenza inarrestabile e permette l’emergere della potenza americana.
Gli Stati Uniti si sono liberati dal colonialismo inglese con la guerra di indipendenza dal 1776 al 1783, ma, in particolare sotto il profilo finanziario, sono restati succubi per tutto il 1800; anzi, ancora nel 1900, il secolo americano, l’esperta Gran Bretagna ha continuato ad ammaestrare alle tecniche dell’egemonia imperiale i parvenu americani.