mercoledì 30 settembre 2015

Il mistero Ingrao

Mi è sempre apparsa misteriosa la popolarità di Ingrao nella sinistra. Sono convinto che la stima e il rispetto, nell'ambito del movimento storico di emancipazione, debbano andare agli uomini di pensiero o d'azione, a chi ha dato importanti contributi al pensiero critico o ha segnato in senso emancipativo la storia. Marx, Lenin, Gramsci, Togliatti, Lukács, Rosa Luxemburg sono alcuni dei nomi che possono venire in mente. Grandi uomini e grandi donne distintisi per il pensiero, o per l'azione, o per entrambe le cose.

Ma cosa ha fatto Pietro Ingrao? Ha dato grandi contributi teorici? Ovviamente no. Ha agito concretamente nella storia? Ovviamente sì, visto che è stato un importante dirigente del PCI del secondo dopoguerra: ma la sua concreta azione politica non si è distinta in nulla da quella di tanti altri dirigenti, quindi il giudizio storico da dare su di lui non dovrebbe essere nella sostanza diverso da quello da dare sui suoi compagni di partito. Qual è allora il motivo di questa particolare distinzione, del fatto che egli venga percepito come diverso e “migliore”, in qualche modo, rispetto al dirigente medio del PCI? Un motivo è certamente la sua onestà personale. Ma questa era un aspetto comune ai comunisti italiani della sua generazione. L'aspetto veramente importante mi sembra sia il fatto che egli ha rappresentato il comunista “critico” ed “eretico”, che lasciava capire il suo dissenso, rispetto alle scelte del gruppo dirigente, senza per questo abbandonare il partito. È probabile che molte persone a sinistra si siano riconosciute in questo atteggiamento, e che egli sia così diventato l'emblema di questo particolare modo di essere “comunisti” e “di sinistra”, quello cioè di chi è sempre fortemente critico verso “il partito” e “la sinistra” ma non può pensare di abbandonare quelle identità, di chi fa le stesse cose degli altri ma ha bisogno di raccontarsi di essere diverso e migliore.

Bene, ammesso che le cose stiano così, occorre dire con chiarezza che quel modo di essere “comunisti” e “di sinistra” è una delle peggiori eredità che ci portiamo dietro, è uno dei fattori che hanno permesso alla sinistra di questo paese di diventare un orribile nemico della nostra civiltà sociale. Se Pietro Ingrao ha simboleggiato tutto questo, se egli, con la sua nobile figura morale, ha aiutato tante persone di sinistra a sentirsi con la coscienza a posto mentre sostenevano una parte politica che ha devastato il paese (e continua a farlo), allora occorre dire con chiarezza che il suo ruolo storico è stato profondamente negativo, e che simboli come questo vanno dimenticati al più presto. 
(M.B.) 

martedì 29 settembre 2015

Porcaro: cosa devono fare i comunisti?

Segnalo un intervento di Mimmo Porcaro, interessante come sempre. Non condivido l'idea che si possa rilanciare una prospettiva comunista, ma le analisi e le proposte di Porcaro mi sembrano degne di essere prese in considerazione.


http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2015/9/26/45822-cosa-devono-fare-i-comunisti/

giovedì 24 settembre 2015

L'attacco ai sindacati


Segnalo un pezzo sulla recente campagna antisindacale legata ai fatti del Colosseo. Aggiungo solo una breve considerazione: i grandi sindacati sono da decenni fedeli servitori dei potenti. È però evidente che l'ambizione di Renzi, e dei ceti dominanti a cui fa riferimento, è di togliersi dai piedi i sindacati stessi, con le buone o con le cattive. Non posso dire di capire fino in fondo i motivi di tali strategie, ma l'impressione è che si prevedano tempi talmente duri che perfino una parvenza spettrale di difesa dei diritti dei lavoratori diventi intollerabile. Ma se non riusciamo ad andare a fondo nell'analisi di queste vicende, possiamo almeno trarne una morale: neppure i servi più fedeli possono contare sulla gratitudine di simili padroni.
(M.B.)

domenica 20 settembre 2015

Giacché sulla crisi


Abbiamo parlato più volte (qui e qui) del problema dei “rendimenti decrescenti”. Il classico tema marxiano della “caduta tendenziale del saggio di profitto” può essere visto anch'esso come un problema di “rendimenti decrescenti”. Ovviamente il contesto del pensiero marxiano è diverso da quello dei testi di cui si discute nei link sopra citati. Credo sarebbe utile una qualche forma di interazione fra i diversi approcci. Per una analisi chiara e sintetica della crisi attuale nei termini della marxiana caduta tendenziale del saggio di profitto, si può vedere questo articolo di Vladimiro Giacché.






giovedì 17 settembre 2015

Se queste cose deve dirle Calderoli



siamo davvero messi male...


Continuo a sentire che siamo venuti in Aula a causa del numero degli emendamenti presentati: vogliamo piantarla con l'ipocrisia? Si viene in Aula perché la maggioranza in Commissione non ha i numeri ed è fallito il tentato "tavolino" con la sua stessa minoranza interna: si viene dunque in Aula per tentare di trovare i numeri, magari attraverso una campagna acquisti, punto; diciamola chiara, la cosa. Poi, magari, è un caso che si sia ritardato il rinnovo delle Presidenze delle Commissioni o che non si siano nominati i ministri, vice ministri e sottosegretari mancanti: bisogna avere la mercé da rendere in cambio di quel voto che verrà dato e già ieri abbiamo visto le prime prove di quelli che si propongo e si vedono già come Ministri (...)
Quello che è accaduto nell'altro ramo del Parlamento è stato la devastazione della Costituzione: del senso di responsabilità dimostrato dal Senato, che si è autoemendato rispetto alle proprie funzioni e ai propri numeri, i colleghi della Camera si sono completamente dimenticati; anzi, 630 erano e 630 restano, e, anziché ridursi ad un terzo, come abbiamo fatto noi (Applausi dal Gruppo LN-Aut), hanno completamente privato il Senato, le Regioni e, per via economica, i Comuni di qualunque tipo di economia e soprattutto hanno rotto il sistema di pesi e contrappesi che esistono nel nostro assetto costituzionale.
Qualcuno può anche far finta di non ascoltare neppure, perché evidentemente ha di meglio da fare, ma se in una Costituzione gli organi di garanzia (cioè il Presidente della Repubblica, la Corte costituzionale, il CSM e tutto il resto) vengono eletti dal Parlamento in seduta comune e i senatori sono cento, mentre 630 sono i deputati, che sono espressione di una maggioranza politica, allora quegli stessi organi di garanzia sono eletti solo dalla maggioranza: e se in un sistema la maggioranza controlla gli organi di garanzia, esso prende il nome di "regime". Questo è ciò a cui stiamo andando incontro.


(dal suo discorso di oggi al Senato. Qui il link. Il corsivo nelle ultime righe è mio)





domenica 13 settembre 2015

Ugo Bardi sui "limiti dello sviluppo"

Pubblico una recensione ad un libro di Ugo Bardi del 2011, che solo recentemente ho avuto l'occasione di leggere.
(M.B.)


Ugo Bardi. The Limits to Growth Revisited, Springer 2011


Ugo Bardi insegna presso il Dipartimento di Chimica dell'Università di Firenze. Gestisce il blog “effetto risorse” e da tempo si occupa dei problemi del “picco del petrolio”. In questo libro ripercorre la storia del famoso testo commissionato dal Club di Roma a un gruppo di studiosi del MIT e uscito nel 1972 con il titolo “The Limits to Growth” (d'ora in poi LTG; in italiano “I Limiti dello Sviluppo”). Bardi ricostruisce il percorso intellettuale che ha portato al libro, ma soprattutto fa la storia dei dibattiti successivi alla sua pubblicazione. Si tratta di una storia piuttosto interessante, che si può sostanzialmente dividere in tre fasi: un grande successo iniziale, seguito da aspre critiche che portarono, a partire più o meno dagli anni 90, all'oscuramento delle tematiche e delle impostazioni teoriche sviluppate nel testo, e infine una ripresa di interesse in tempi recenti.
La rassegna di questi dibattiti, svolta da Bardi in vari capitoli del libro, è assai accurata, ed è finalizzata a far meglio comprendere al lettore, proprio grazie al confronto con i critici di LTG, il senso delle tesi fondamentali del libro. Bardi spazza subito via dal tavolo le critiche basate su fondamentali equivoci. Le più note in questo senso sono quelle che accusano lo studio di grossolani errori di previsione. Bardi risponde facilmente che LTG presentava non “una previsione” ma una serie di “scenari”, cioè differenti insiemi di previsioni dipendenti dalle possibili azioni umane nel futuro.Le cosiddette “previsioni sbagliate” su cui ponevano l'attenzione i critici di LTG erano ottenute semplicemente pescando alcuni dati dentro ad uno di questi scenari, dimenticando che appunto si trattava solo di uno scenario possibile fra i tanti delineati dallo studio stesso. Questa osservazione ci porta ad un altro tipo di discussione critica, più avveduta, che Bardi prende in considerazione. L'obiezione potrebbe infatti essere non più quella dell'erroneità di LTG, ma quella della sua inutilità: se in sostanza non fa previsioni precise, perché offre piuttosto una “batteria” di possibili previsioni, dipendenti dalle azioni umane, a che serve? La risposta di Bardi, che mi sembra condivisibile, è che lo studio non intendeva fornire previsioni numeriche precise sull'evoluzione dell'economia mondiale nei prossimi decenni (compito probabilmente impossibile), ma piuttosto individuare alcune linee di tendenza generali, che potessero indicare alle forze politiche e sociali prospettive abbastanza chiare per indirizzare l'azione politica. Bardi rileva infatti che, anche senza offrire previsioni numericamente precise, i vari “scenari” concordano nel mostrare che un certo tipo qualitativo di evoluzione appare sostanzialmente inevitabile, in mancanza di radicali cambiamenti della nostra organizzazione politica ed economica. In (quasi) tutti gli scenari delineati in LTG appare un crollo della produzione e della popolazione dopo un periodo di crescita simile all'attuale. Il “quasi” indica appunto che tale crollo si può evitare solo in uno scenario che preveda un deciso intervento umano di correzione degli attuali squilibri.
Abbiamo detto che in tempi recenti si è notata una ripresa di interesse nei confronti di LTG, collegata fra l'altro alle successive versioni dello studio (l'ultima è del 2004, ed è apparsa in italiano nel 2006 col titolo “I nuovi limiti dello sviluppo”). Naturalmente, questo non significa che le conclusioni dello studio siano accettate da tutti gli studiosi, o anche solo dalla maggioranza. Il dibattito infatti prosegue. Ma almeno, stando al resoconto di Bardi, sembra che siano superate le incomprensioni che hanno segnato, e un po', diciamo, “rovinato” il dibattito nei decenni precedenti. Secondo la ricostruzione di Bardi, oggi si tende a riconoscere che l'andamento effettivo delle variabili considerate in LTG, nei quattro decenni seguiti alla prima pubblicazione, ha seguito nella sostanza l'andamento previsto in uno degli scenari delineati all'epoca. Quindi l'obiezione sul fatto che le previsioni di LTG fossero “sbagliate” sembra per il momento aver perso efficacia. La discussione si è spostata su altri piani, a mio parere più interessanti. Si tratta dei temi discussi nei capitoli 8 e 9 del libro, dedicati allo stato attuale del dibattiti sull'esaurimento delle risorse minerali e sul ruolo della tecnologia. La tesi più significativa, fra coloro che rifiutano le conclusioni di LTG, è infatti quella che sostiene il ruolo centrale dello sviluppo tecnologico, e ritiene che il difetto fondamentale di LTG sia appunto quello di non tenerne conto. Secondo i sostenitori di questa tesi, lo sviluppo tecnologico permetterà di sfruttare altre risorse (energetiche, minerarie) quando le attuali saranno esaurite. In questo senso si può sostenere la tesi, che suona certo paradossale alle orecchie di chi si sia formato su testi come LTG, secondo la quale “le risorse naturali sono infinite”. Essa deve appunto essere intesa nel senso che lo sviluppo scientifico e tecnologico metterà a disposizione sempre nuove risorse quando quelle usuali saranno esaurite. Per capirci, il petrolio non era una risorsa energetica nel primo Ottocento: lo è diventato quando è stata sviluppata la tecnologia che permetteva di sfruttarlo. Allo stesso modo, nuove tecnologie permetteranno di far diventare “risorse” aspetti della realtà naturale che attualmente non lo sono.
È ragionevole questa prospettiva? Bardi la discute a partire dal problema delle risorse minerarie non energetiche, come i metalli. Come è noto, essi sono diffusi ovunque, ma solo in pochi luoghi hanno la concentrazione sufficiente per rendere redditizia l'estrazione. Una possibile versione della tesi che stiamo discutendo, quella cioè che “le risorse naturali sono infinite”, potrebbe allora consistere nell'argomentare che l'esaurimento delle miniere redditizie porterà all'aumento del prezzo dei metalli, e questo a sviluppi tecnologici che renderanno redditizia l'estrazione del minerale a concentrazioni minori di quelle attualmente necessarie, cosicché la risorsa in questione tornerà ad essere estratta.
Il problema di questo schema, nota però Bardi, è quello dell'energia necessaria per l'estrazione, al diminuire della concentrazione. Il rapporto fra queste due grandezze è grossomodo quello della proporzionalità inversa: cioè, se il minerale da estrarre presenta una concentrazione dimezzata, occorre il doppio dell'energia, se la concentrazione si riduce ad un terzo occorre il triplo dell'energia, e così via. Se questa relazione si mantiene stabile al variare delle tecnologie, appare chiaro che l'estrazione di minerali da depositi sempre più poveri troverà un limite nella disponibilità dell'energia (e nei suoi costi). Il problema si sposta allora, appunto, alla disponibilità dell'energia. Il punto essenziale sta nel fatto che per l'estrazione di risorse energetiche sembrano valere principi analoghi. Il concetto di EROEI (Energy Return On Energy Invested), detto anche EROI, serve appunto a precisare questo punto. Esso è definito come il rapporto fra l'energia ottenuta in un processo di estrazione (di petrolio, per esempio) e l'energia consumata per l'estrazione. Indica cioè il “guadagno energetico” del processo di estrazione. Ovviamente, l'estrazione ha senso solo quando l'EROEI è maggiore di uno. Non è facile il calcolo preciso dell'EROEI, come nota lo stesso Bardi altrove, ma sembra comunque che la tendenza sia verso una sua lenta diminuzione, almeno per quella che è attualmente la principale fonte energetica, il petrolio (a questo proposito di veda anche il capitolo 6, pagg. 77-85, del libro di di Luca Pardi “Il paese degli elefanti”, edizioni LUCE, in particolare a pag.81). Questa lenta diminuzione pare essere avvenuta nonostante gli indubbi progressi tecnologici nelle tecniche di estrazione del petrolio. Tali sviluppi, cioè, possono sì rendere possibile estrarre petrolio “non convenzionale” come lo shale oil, ma non invertono la tendenza alla diminuzione dell'EROEI. In questo modo sembra che ci stiamo avvicinando, indipendentemente dagli sviluppi tecnologici, al punto in cui per estrarre un barile di petrolio occorrerà consumare un barile di petrolio, e a quel punto ovviamente il petrolio, per quanto abbondante possa ancora essere, cesserà di essere una risorsa energetica.
Se queste tendenze venissero confermate in futuro, sarebbe lecito un certo scetticismo nei confronti della tesi che “le risorse naturali sono infinite”. Verrebbe invece corroborata la tesi generale che la nostra organizzazione sociale sta entrando in una fase di “rendimenti decrescenti”, rendendo quindi necessaria una “grande transizione” ad una diversa organizzazione sociale. Queste tesi sono ormai sostenute da diverse voci: per un inquadramento generale, si veda il libro di Mauro Bonaiuti “La grande transizione”, Bollati Boringhieri 2013. Si tratta di temi rispetto ai quali c'è urgente bisogno di un dibattito razionale serio e approfondito e per chi voglia continuare, anche da posizioni diverse, nella pratica del dibattito razionale, il testo di Bardi è senz'altro di grande aiuto.

domenica 6 settembre 2015

Piove

Settembre, piove, Roma va in tilt. Si è trattato di un'alluvione? No, ma i tombini sono intasati e nessuno li pulisce, così le strade si allagano. Evidentemente nessuno ha pensato sul serio a prevenire questi problemi, che si ripetono ogni anno, al cambiare delle stagioni. Lo stesso accade a Genova, dove abitiamo, e dove recentemente le alluvioni sono arrivate davvero. Ne abbiamo già parlato. Chissà cosa succederà il prossimo autunno.
È evidente che i disastri causati dalle recenti piogge non hanno nulla di naturale, ma sono dovuti a incuria e trascuratezza da parte delle classi dirigenti, a tutti i livelli.
Siamo di fronte a un ceto politico che, in maniera perfino ostentata, è solo preoccupato dei propri affari e si disinteressa totalmente della vita reale dei cittadini. Tutte le funzioni fondamentali dello Stato sono trascurate, o meglio, usate solo in funzione di gretti interessi di gruppi limitati: Scuola, Sanità, Università, ciclo dei rifiuti, manutenzione del territorio e così via. Si tratta di macchine complesse, che in questi ultimi decenni hanno continuato a funzionare perché erano state ben costruite dalle generazioni precedenti, ma che adesso, dopo decenni di incuria, si stanno lentamente inceppando, con conseguenze sempre più gravi sulla vita quotidiana.

Per avere una immagine sintetica della nostra realtà, possiamo ricorrere ai racconti dei primi esploratori europei della Polinesia. Sembra che, arrivando nelle isole dei Mari del Sud, i marinai occidentali abbiano rapidamente capito che, per ottenere le grazie delle fanciulle locali, un mezzo rapido ed efficace era quello di offrire, in cambio dei loro favori, del ferro, che era sconosciuto agli indigeni. In particolare erano apprezzati i chiodi. I marinai, come è prevedibile, si misero allora intensamente a togliere dalle navi i chiodi che tenevano assieme le assi, finendo per mettere in pericolo la tenuta delle navi e obbligando gli ufficiali a prendere provvedimenti per impedire i furti di chiodi.

La macchina statale è certo molto più complessa, e anche molto più solida e resistente, delle navi settecentesche. Ma sono ormai decine d'anni che i ceti dirigenti si comportano nella sostanza come quei marinai: rubano un pezzo qui, un pezzo là, devastano (con le "riforme") oggi questa parte domani quell'altra, in ogni caso pensando solo al proprio tornaconto. La macchina ha resistito per decenni, ma ormai sta cominciando a cadere a pezzi.

Da queste considerazioni si possono ricavare almeno due osservazioni: in primo luogo, come abbiamo detto altre volte, la corruzione delle classi dirigenti italiane non è un fatto trascurabile e secondario rispetto ai grandi temi economici e politici (o geopolitici): si tratta da una parte della forma precisa in cui si esplica in Italia il dominio delle forze dominanti a livello mondiale (e di questo abbiamo parlato in altre occasioni), e dall'altra di una realtà che tocca direttamente la vita quotidiana, attraverso il degrado di tutte le funzioni pubbliche che essa implica. La seconda osservazione è che, proprio per quanto appena detto, queste tematiche rappresenterebbero una leva potenziale di resistenza e lotta, se esistesse una vera forza politica di opposizione: proprio perché qui si tocca la vita quotidiana, proprio per questo sarebbe possibile mobilitare, in difesa di livelli minimi di servizi, tante persone che altrimenti sarebbero passive. Abbiamo discusso a più riprese del “perché la gente non si ribella”. Alcuni amici si chiedono “perché questo mortorio sociale?” Forse la risposta potrebbe consistere proprio nel partire dalla lenta agonia della vita quotidiana, la cui causa prossima (non quella ultima e determinante) è proprio la corruzione della classe dirigente. Il pericolo, altrimenti, è di lasciare che la rabbia e la paura di fronte al degrado diventino alimenti per forze reazionarie oppure, ed è forse peggio, per un lento imbarbarimento diffuso.
(Marino Badiale, Fabrizio Tringali)


Questo post è pubblicato anche su "Appello al popolo": http://www.appelloalpopolo.it/?p=14235














venerdì 4 settembre 2015

"dar voce agli altri"

Riprendiamo un bell'articolo da "appello al popolo":


http://www.appelloalpopolo.it/?p=14217


A parte l'insistenza dell'autore sulle categorie di destra e sinistra, per il resto mi trovo largamente d'accordo.
(M.B.)